La violenza dei taciti

 

La violenza dei taciti Perché, anche se immobili e silenziosi, si può essere violenti

7 ottobre 2014 by Simone Chiappetta


C’è una violenza fatta di parole e una violenza di silenzi: la prima è volgare, la seconda è cattiva. Ambedue fanno notizia e danno profitto

C’è la violenza fatta di parole e la violenza di silenzi: la prima è volgare, la seconda è cattiva. C’è la violenza fatta di gesti e la violenza “immobile”: la prima è sciocca, la seconda è perfida. C’è la violenza maleducata, animale, che cade nel torto – e ci mancherebbe a non condannarla – e la violenza che si confonde con la “pace” quando la prima, nella sua superficialità, alimenta la rabbia interiore della seconda e permette di continuare a nascondere l’inquietudine con la presunzione della verità – e nessuno la condanna, anzi, la si presenta come atto di democrazia o di dovere cristiano.

C’è la violenza di facinorosi e di indignati e la violenza di chi ha paura, per una ipocrita identità, della laicità troppo spesso condizionata dalla religiosità, a scapito della libertà sia del pensiero aconfessionale che della stessa fede.

C’è la violenza, che più o meno è sempre violenza, come quella degli ultimi giorni di sentinelle tacite a libro aperto e quella di bestie sprangate e armate di uova marce. C’è la violenza che uccide e fa sangue – inverto le posizioni – e la violenza di chi interpreta, giudica e si sente obbligato a difendere millenni di verità, quella stessa violenza che, violentemente autoreferenziale, non ascolta, imbandisce tavole rotonde del non confronto, oltre a celare millenni di menzogne e realtà scomode, che nulla toglierebbero alla Verità, ma che tanto farebbero a sostegno dell’evangelica presa di coscienza delle proprie debolezze e del conseguente cammino dalla farisaica intolleranza alla misericordia cristiana.

C’è la violenza di un nuovo fondamentalismo che accusa di violenza i cronisti e gli editorialisti di network e quotidiani blasonati e li condannano come fomentatori di folle violente e la violenza degli stessi – beh, non certo con un ugual numero di lettori, purtroppo per loro e ci sarà un perché – che adoprano l’integralismo religioso, (confuso, ma da non confondersi con la Verità) che sempre suscita violenza, come scelta editoriale e sbattono in prima pagina “democraticamente” coloro che sono ritenuti i “falsi profeti” della stessa religione, a dimostrare, quantomeno, quella già descritta non volontà al confronto, nemmeno negli stessi ambiti confessionali.

C’è la violenza, la prima, la seconda, la furba e la banale, che fa sempre notizia e porta vantaggi a chi non si sporca le mani con la violenza fisica e approfitta della violenza altrui per inaugurare progetti apologetici, tendenze teologiche e interpretazioni bibliche molto personali e apparentemente anticonformiste, ma che risalgono ardentemente la corrente del successo e del profitto.

C’è, però, anche la Nonviolenza, quella che si sporca le mani nell’ascolto, che si muove attraverso tante reti amicali, di confronto, che sa andare oltre e sa guardarsi allo specchio prima di guardare gli altri, che sa ripetere «e chi sono io per giudicare?», di cui non si parla e non parleremo, perché non fa notizia, ma che da duemila anni è Buona Notizia!