Ma come mi ospiti?

 

Ma come mi ospiti? 
Programmi televisivi e libri danno consigli, Omero ci dà la "formula" dell'autentica ospitalità.

12 novembre 2014 by Claudia Mancini


Quando si apre una porta, al suono di: «Prego, accomodati, che bello vederti!», ha inizio il rituale dell’ospitalità. Unico rituale, ma con diverse modalità di accoglienza. La prima è quella che chiameremo dell’efficienza fino allo svenimento. Quando tu, invitato, varchi la soglia, accolto dalle parole: «non fare caso al disordine, ho avuto poco tempo», troverai nell’ordine: una padrona di casa in un tailleur Chanel sul quale neanche al microscopio troveresti schizzi di sugo, le plurime medaglie all’onore della donna veramente devota alla casa; a seguire, Mastrolindo con un plotone della linea Swiffer al completo per introdurti nel salone pulito a mo’ di camera sterile; per finire, un marito che si trascina con le pattine ai piedi, esclamando a intervalli regolari: «che bello, sei venuto!» – tu, pensi lo dica per onorarti; lui, lo dice perché solo alla presenza degli ospiti può affrancarsi dalle pattine. La tavola sarà un’esplosione di raffinati centrotavola, una carrellata di elaborati manicaretti dalla vellutata in su o dal cous cous in giù. La padrona di casa, posseduta palesemente da Benedetta Parodi, ricostruirà minuziosamente il suo lavoro, dal carrello della spesa fino alla mise en place – mentre il marito continua a ripetere: «che bello, sei venuto!», e i figli si aggirano con un entusiasmo pari a quello del bambino sul triciclo in Shining. Da qui a seguire, questi gli scenari immaginabili: proiezione del filmino del matrimonio, se sono novelli sposi; del battesimo, se sono neo-genitori; delle vacanze, se sono appena tornati; del pre-diciottesimo, se sei veramente sfortunato. Nei casi di efficienza più acuti, la padrona di casa, in un’esplosione di gioia solo sua, comunica che, «per te solo per te», ha pensato bene di organizzare giochi di società o – udite udite – una caccia al tesoro. La serata terminerà all’alba con una porta che si chiude sul vostro sorriso da sfinimento, e il commiato d’occasione della padrona di casa: «Torna a trovarci, non abbiamo avuto tempo per parlare di te, alla prossima ci racconterai». Sì, alla prossima.

La seconda modalità di accoglienza la chiameremo dell’informalità fino allo svenimento. Quando tu, invitato, varchi la soglia, accolto da una voce in lontananza: «ciao, arrivo subito, accomodati», trovi nell’ordine: un salone, nel quale sembra che Mastrolindo abbia preso tutto a calci e l’intero plotone della Swiffer sia stato giustiziato; una play station, con davanti due o più pargoli che ti fanno rimpiangere l’entusiasmo del bambino di Shining; un giornale, con dietro tutto la vitalità del cenno della mano del padrone di casa; una tavola, che è un’esplosione di suppellettili varie in pura plastica, con cibo per ora “non pervenuto”. Allora tu, invitato, trascinandoti come avessi le pattine, alla ricerca del luogo perduto dal nome “accomodati”, esclami per farti compagnia: «che bello, sei venuto!». Finalmente si materializzerà la padrona di casa, che, posseduta palesemente da una Giovane Marmotta, spiegherà come «quando si è veramente amici, non si debba badare alle formalità», quindi quell’accoglienza modalità camping sia sinonimo di grande confidenza. Nei casi di informalità più acuti, la padrona di casa, in un’esplosione di gioia solo sua, comunica che, «per te solo per te», ha pensato bene di coinvolgerti nel cambio di pannolino del proprio figlio o – udite udite – di organizzare una caccia al tesoro per trovare un regalo a te destinato ma smarrito. La serata terminerà a un cenno della mano dietro il giornale, con una porta che si chiude sul tuo saluto da Giovane Marmotta sfinita, e il commiato d’occasione della padrona di casa: «Torna a trovarci, non abbiamo avuto tempo per parlare di te, alla prossima ci racconterai». Sì, alla prossima.

Gli esempi appena riportati, crediamo, sono emblematici di come per molti l’ospitalità – nonostante si moltiplichino manuali, periodici, trasmissioni che danno consigli – sembra ridursi spesso ad un semplice “intrattenere parenti e amici”, se non addirittura “far colpo” o mettere in soggezione con ogni tipo di “effetto speciale”. Gli ospiti dell’efficienza fino allo svenimento non hanno valore, se non nella misura in cui la padrona di casa possa esercitare su di loro la propria personalità: la cura e le premure rivolte all’ospite non sono certo un male in sé, ma sicuramente non sono espressioni di ospitalità, se diventano per la padrona di casa occasione per esibire le proprie virtù e soddisfare la propria vanità. Per motivi del tutto opposti, come nel caso dell’informalità fino allo svenimento, anche la semplicità confidenziale e il “trattamento alla pari” riservati agli invitati non sono sempre, automaticamente, sinonimo di autentica ospitalità. Anche in questo caso, infatti, gli invitati possono non interessare in quanto persone, con esigenze, gusti, storie, problemi loro propri, se non sanno adattarsi a quelli che sono i gusti, le esigenze e le priorità di chi li ospita.

La terza modalità che vogliamo presentare è, finalmente, quella dell’accoglienza autentica: come funziona l’ospitalità quando funziona davvero. Chi scrive ha il citofono rotto da tre anni, tanto che gli ospiti sono costretti ad annunciarsi via telefono, quindi avrei pensato di affidarmi a un’opera che è un vero saggio sull’“ospitalità”: l’Odissea. Scene di ospitalità sono ricorrenti in tutto il poema; tuttavia, quando Telemaco mostra l’intenzione di tornare a Itaca, Menelao gli ricorda un principio fondamentale dell’etica greca relativamente all’ospitalità: la misura, l’equilibrio nel trattare l’ospite senza troppo calore [phileēsin] o senza troppa freddezza [echthairēsin]. Nel caso specifico, non gli va fatta fretta se non vuol partire, non va trattenuto se si è già messo in cammino (Od., XV, 68-74):

Telemaco, certo non ti terrò qui a lungo / a sospirare il ritorno; biasimerei anzi un altro, / il quale, ospitando, esagerasse in calore / o esagerasse in freddezza: l’equilibrio val meglio. / Pecca ugualmente chi all’ospite, che non vuole partire, / fa fretta, e chi, mentre già parte, lo ferma punto. / L’ospite va ben trattato se resta, lasciato partire, se vuole.

Dunque, verso l’ospite non bisogna mostrarsi troppo premurosi e neanche troppo impazienti; chi riceve ospiti deve accudire secondo capacità e possibilità, ma lasciare l’ospite altrettanto libero di poter esprimere propri talenti e personali esigenze. L’arte di chi ospita consiste nell’armonizzare i bisogni dell’io con quelli dell’altro, i pregi e i talenti della casa e dei suoi abitanti con quelli degli invitati, fino a raggiungere un equilibrio che arricchisce gli uni e gli altri. Il genere di accoglienza proposto dall’etica greca ha come principio la valorizzazione tanto della personalità di chi ospita quanto di chi è ospitato; tanto per gli uni quanto per gli altri, l’ospitalità può diventare occasione per sperimentare il vero incontro, testare la propria capacità di essere aperti o chiusi verso gli altri, allenarsi a zittire il nostro io facendoci scombinare dal tu. Per penetrare bene in questa concezione di ospitalità, riteniamo necessarie due precisazioni. Innanzitutto, va ricordato che l’ospitalità era considerata una pratica che rientrava nella sfera religiosa, infatti l’ospite – al pari dei poveri e dei mendicanti – era protetto da Zeus stesso in uno dei suoi attributi: Xenios ovvero dio dell’ospitalità (Od., XIV, 57-58). In secondo luogo, va precisato che “ospite” e “ospitalità” non sono termini esprimenti semplicemente legami d’affetto; rappresentano l’introduzione dello straniero all’interno dell’oikos, del gruppo sociale del padrone di casa: l’identità dell’ospite non era importante, ma gli veniva chiesta solo dopo essere stato rifocillato (Od., VIII, 226-239). Il banchetto era il luogo in cui si celebrava, in maniera rituale, l’unità tra i vari componenti dell’oikos e lo straniero.

Nell’antica Grecia, in sintesi, l’ospitare uno straniero era garanzia – per chi ospitava – che in futuro, trovandosi nella medesima situazione, avrebbe potuto contare a sua volta sull’ospitalità. La concezione dell’accoglienza autentica poggiava sull’idea del bisogno reciproco: l’ospitalità era questione di vita e di morte, perché la sopravvivenza di un uomo dipendeva dall’accoglienza e dalla generosità di chi incontrava. Nelle nostre odierne società, per diverse ragioni, non tutti hanno volontà, possibilità, capacità di aprire le proprie case agli “stranieri”, ovvero a quelli autenticamente bisognosi: poveri, emarginati, handicappati, malati, persone sole. Tuttavia, ancora oggi, ospitare dovrebbe restare un’occasione privilegiata per aiutarci a capire quanto siamo aperti o chiusi verso gli altri; un modo per imparare a creare uno spazio vero di incontro che valorizzi tanto la personalità di chi ospita quanto di chi è ospitato, piuttosto che ridursi al solo “intrattenere parenti e amici”.

«Vengono tutti da Zeus / gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro» (Od., VI, 208-209).