La violenza del Savio

La violenza del Savio

Perché chi, come Saviano, alimenta polemiche sul ddl Scalfarotto e ne inasprisce i toni non fa che danneggiare i gay e i loro cari.

1 dicembre 2014 byGiovanni Marcotullio 


Soltanto ieri mi è stato mostrato il testo di Roberto Saviano in cui l’illustre filosofo da prima serata spiega come sarebbe facile, di per sé, intervenire nella grammatica fondamentale degli affetti infantili:

Per i bambini è molto più semplice superare i tabù perché non hanno ancora avuto il tempo di strutturare il loro mondo in compartimenti stagni e la famiglia per loro è un luogo di amore, perché a loro davvero basta quello. A noi forse no, e qui nascono i problemi. La famiglia è il prodotto dell’evoluzione culturale di una civiltà, cerchiamo quindi le parole più adatte per spiegare a noi stessi e a chi ci sta accanto che le forme di famiglia sono molteplici, che non esiste una famiglia naturale e una innaturale. Riuscire a trovare queste parole è frutto di evoluzione. Non dimentichiamolo.

Confesso che queste parole stentoree eppure vellutate mi hanno turbato il sonno, anche se di per sé sembrano tratte da una chiacchiera da bar: non che in ogni bar i buontemponi si dilettino di pedagogia e filosofia del linguaggio, ma la caratura logica e teoretica mi pare quella. Può darsi però che quest’impressione derivi invece dalla grande semplicità con cui Saviano, dopo un inaudito lavorio di sintesi, riesce a comunicarci in pillole le più grandi verità della mente umana: dopotutto se Fazio e Gramellini lo tengono in palmo di mano ne avranno pure qualche ragione. «Non dimentichiamolo».

Provando dunque a dare al testo di Saviano il credito che a una prima lettura non sembrerebbe meritare, mi sembra logico partire da ciò che “non dobbiamo dimenticare”, ossia che «riuscire a trovare queste parole è frutto di evoluzione». Evoluzione a parte, quali sarebbero “queste parole”? Quelle con cui occorre spiegare che non esiste la famiglia naturale e la famiglia innaturale? O quelle per le quali ci troviamo a questo punto della storia umana a fare quella distinzione? In quest’ultimo caso l’evoluzione sarebbe un male, visto che interverrebbe ad alterare l’intuizione originaria dell’essenza della famiglia, ossia l’amore (quell’intuizione che avrebbero anche i bambini), ma è strano che un filosofo contemporaneo abbia un’idea negativa dell’evoluzione… Nel primo caso invece, l’evoluzione sarebbe un gran bene, dal momento che ci farebbe capaci di rendere giustizia alla molteplicità del reale (però a quel punto non si capirebbe come mai questo traguardo culturale, questa libertà di pensiero così faticosamente conquistata nei secoli, dovrebbe essere acquisita anche dalla generazione che nasce). Chiedo scusa se sembro parlare di massimi sistemi: in realtà è Saviano che, a dispetto delle apparenze, fa un discorso completamente svincolato dalla realtà, e mettendo al banco di prova della dialettica le sue nuvole queste si rivelano per l’aria bagnata di cui sono fatte.

Insomma, Saviano, l’evoluzione di cui parli è quella che ci rende capaci di superarli, gli stereotipi, o quella che li ha costruiti? Perché in un solo paragrafo tu hai detto l’una e l’altra cosa. E se il naturale e l’innaturale non esistono in sé, come fanno i bambini ad avere delle idee innate opposte a quelle degli adulti che li hanno generati e della società in cui vengono al mondo? Certamente, dico io, un illuminato maître à penser come Saviano non vorrà proporci al giorno d’oggi un’idea lamarckiana di evoluzionismo, quando parla di evoluzione: eppure non si vede come altrimenti si giustificherebbe questo strano miscuglio di Hobbes e Rousseau, perché o l’uomo nasce buono e la società lo perverte o, al contrario, nasce cattivo e nella società si autoregola (per ottimizzare il dispendio delle sue energie in ordine alla propria sopravvivenza). L’impianto generale del pensiero di Saviano sembra essere più il primo, certo, ma a quel punto come ci si può aspettare che una società decadente trovi in sé la forza per riscattarsi dai suoi errori?

Ma forse la vacuità in cui spaziano quelle righe non va presa così sul serio, e probabilmente Saviano è davvero il filosofo più fazioso del circo mediatico italiano (che bardi la sua rubrica su L’Espresso col titolo di “L’Antitaliano” dovrebbe dare da sé l’idea dell’ego del personaggio). Forse tutta l’esortazione sopra riportata si rivela, a rigor di logica, una supercazzola. Forse, infine, le arie da intellettuale radical chic non bastano a spiegare cosa sia la famiglia, né tantomeno a trovare le parole per dire le sue difficoltà, le quali stanno in termini ben più quotidiani e drammatici del Neverland di cui parla il tuttologo partenopeo.

Non mi abituo (ancora) all’imbarazzante disinvoltura con cui certi “opinionisti” (invenzione scellerata dei palinsesti televisivi) parlano della famiglia come di un’entità composta da puri spiriti, che addirittura avrebbero l’intuizione pura dell’“amore”: come se “mamma” non derivasse da “mammella”, come se la simbiosi uterina e neonatale non portasse la “tetta”, tout court, a essere per un bambino la quintessenza dell’amore. Bisognerà spiegarlo a quei bambini sessisti che a quattro-cinque anni ancora cercano protezione toccando il seno della madre, che dovrebbero elevare i loro spiriti al di sopra di codeste miserie carnali, a contemplare la purezza dell’amore-in-sé.

Vorrei pure chiedere a Saviano se lui abbia mai visto un bambino conoscere i numeri e gli enti matematici per intuizione diretta, invece che sul pallottoliere e contando noci e ciliegie (io ho fatto così) – perché neanche un Platone arriverebbe a tanto. Ma c’è una cosa a cui mi abituo ancora di meno, ossia che dopo tutto questo spiritualismo, sovente nella pagina successiva (ma a volte già nella stessa) l’essere umano viene dichiarato un animale come tutti gli altri e niente più. Lo so che i tempi della televisione sono incalzanti, e che tra un tweet e un selfie uno ha a malapena il tempo di assumere un’aria equilibratamente tormentata, ma non sarebbe il caso di prendere atto di tante contraddizioni?

Perché poi Saviano scrive e pontifica, ma farebbe bene a chiedersi se tutti questi salti logici, tutte queste incongruenze e contraddizioni, tutto questo narcisismo intellettualoide giovino a costruire ponti nella società; se intorbidire così le acque aiuti a vederci più chiaro o no. Perché è facile, fin troppo, andare a pescare nelle piazze delle Sentinelle qualcuno che dice una frase infelice: là dove c’è un movimento di popolo è più difficile che tutti abbiano accortezza e prudenza adeguate alla malizia di certa “informazione” (in un club, al contrario, l’indottrinamento è meglio garantito e controllato – questione di numeri). Spesso però non è neppure questione di formazione o di prudenza, perché quando il 20 ottobre scorso Scalfarotto si incontrò con Amato al liceo Cavour di Roma fu pure lui, il sottosegretario, a strumentalizzare l’iperbole paradossale del giurista (la stessa della signora in piazza a Napoli): a parte Repubblica (che ha raccontato il solito universo parallelo) persino il Corriere ha riportato che i ragazzi avevano trovato sproporzionate le reazioni di Scalfarotto. Giovani menti già traviate, Saviano? O come si spiega? Certo, vorremmo tutti avere modo di giudicare da noi stessi, peccato che Scalfarotto si fosse fatto precedere dai suoi portavoce per diffidare chiunque dal registrare il suo intervento. Perché? Che c’è da nascondere in un dibattito pubblico dove interviene un collaboratore del Governo?

Dunque Saviano dovrebbe spiegarci che significa criticare la piazza dicendo che bisogna piuttosto argomentare nel merito della legge e dei suoi vuoti interpretativi, perché io di critiche circostanziate e radicali al testo di Scalfarotto ne ho lette diverse (Amato, Cerrelli, Introvigne…), ma non ho ancora trovato alcuna risposta, a parte la costante e monotona accusa di omofobia. Il che – lo capirà il filosofo televisivo – è una petizione di principio. L’insensibilità di Scalfarotto e dei suoi (pochi ma chiassosi) sostenitori al sentire pubblico è una forma di violenza larvata ma potente, e stupisce che un fine pensatore come Saviano non si renda conto che oltre al reato d’opinione si sta velatamente introducendo anche la presunzione di colpevolezza in luogo di quella d’innocenza, perché l’onere della prova, di fatto, viene dato alla difesa e non all’accusa (capolinea in Inghilterra, dove si è colpevoli di omofobia se la “vittima” si percepisce tale).

Ma non ha torto, Saviano, quando dice che le famiglie non sono “naturali o innaturali”: le famiglie sono le famiglie e basta, e non ce n’è una che non si sia formata con qualche scossone, con qualche strappo, con qualche trauma (e che non si porti dietro tutto questo). Non ha torto, ma al contempo non sembra ricordarsene: quando dipinge una parte della popolazione (politica solo in senso lato, e solo occasionalmente confessionale!) come ostile ai legami affettivi di alcuni cittadini, quasi fosse in guerra contro gli affetti di alcuni, svolge un’azione di propaganda ideologica, non di riflessione critica. Allo stesso modo, in Iran e altrove, l’ISIS cerca di aizzare cristiani contro musulmani e viceversa: chi vede un pericolo nell’estensione abusiva dei concetti di “matrimonio” e “famiglia” (perché non basta l’“amore” a fare l’una e l’altra cosa) non ha il minimo problema con due uomini che si tengono per mano, e tantomeno ritiene che la società debba bandire la famiglia in cui un bambino cresce tra due donne (anzi). Che però le leggi tutelino le minoranze, senza penalizzarle, non vuol dire che le eccezioni possano dettare la linea delle regole – se non distinguendo, appunto.

Con tutto ciò, si stenta a comprendere come ci si possa scagliare con tanta compiaciuta violenza contro la maggioranza e a scapito delle minoranze, laddove si era diventati famosi per aver (meritoriamente) scoperto gli altarini della camorra.

Non dimentichiamolo.