L’ospitalità e l’amore

L’ospitalità e l’amore

Sfogliando la storia di Didone ed Enea, una riflessione sull'amore.

3 dicembre 2014 by Claudia Mancini 


 

La persona che colpisce il tuo sguardo e ti infiamma il cuore e ti presidia la mente è come uno straniero che bussa alla tua porta – portatore di ignote minacce quanto di deliziose speranze, con il potenziale di essere tutto e il contrario di tutto. L’amore, in fondo, è una particolare forma di ospitalità che va in entrambi i sensi: ognuno dei due è contemporaneamente ospite e straniero; devi lasciare entrare uno sconosciuto nel tuo spazio e poterti muovere con disinvoltura nello spazio suo. È dura. Pensiamo alla storia di Didone ed Enea, ad esempio: un ospite, uno straniero, un amore e un finale drammatico. Cosa non ha funzionato in questo tipo di ospitalità amorosa? Senza addentrarci, va detto che esiste una vera letteratura antieneica. Molti commentatori e critici, da sempre, rivolgono attestazioni di condanna – vera antipatia – per il modo in cui Enea si comporta verso la regina cartaginese; fino a biasimare Virgilio per aver ritratto Enea, l’eroe, con assai minore virtù poetica di quanto ne abbia usata per Didone. Non sapremmo sostituirci ai critici, né abbiamo la velleità di schierarci pro o contra Enea, vorremmo solo riflettere su certe dinamiche dell’amore che la storia di Didone ed Enea ci ha ispirato.

Fin dai primi versi del libro IV dell’Eneide, «vulnus alit venis et caeco carpitur igni», si comprende bene da qual genere di amore sia stata rapita Didone: è una passione dirompente, totale, ma non per questo il capriccio di una donna superficiale. La regina, all’inizio, è tutta combattuta dalla fedeltà al primo marito, Sicheo, con il quale credeva di aver seppellito il proprio cuore, e questo nuovo e improvviso turbamento – provocato dall’arrivo dello straniero Enea – che la sua volontà non riesce a controllare: «solo questi i sensi in me sconvolse, e l’animo ne trema: conosco i segni dell’antica fiamma!». Didone, dialogando con la sorella Anna, sa motivare le ragioni dell’improvvisa passione per lo straniero Enea. Ne rimane ammirata: il suo valore, la sua fama, il racconto delle sue imprese e della sua stirpe nobile, non possono lasciar indifferente l’animo della regina; esule e perseguitata come Enea, Didone non può non sentirsi legata all’eroe da un affine destino; assicurato finalmente il popolo ad una vita di pace e serenità, dopo tante avversità, la regina avverte il desiderio di riaprire il cuore all’amore alla vita e ai sogni della giovinezza. Per quanto ammantato di nobili ragioni, se considerate con gli occhi di una qualsiasi donna innamorata, il sentimento di Didone sembrerebbe viziato dal più pericoloso e diffuso dei tranelli che l’innamoramento possa tendere. La regina sembra aver fatto progetti su Enea prima ancora di incontrarlo, ricamando intorno all’amato un’immagine ideale, fino ad imbastire quella che definiremmo una favola premeditata: «Io credo certo (e il pensiero mio non sbaglia) che sia stirpe di Dei: d’animo grande è la fierezza indizio! Oh qual destino qui l’ha sospinto!». Didone idealizza qualità che ravvisa in Enea – credere che la fierezza e la sicurezza di sé nella vita siano indizio anche di un animo sensibile, cioè di qualità intellettuali e spirituali superiori, è un errore in cui da innamorati è facile cadere –; tesse speranze sull’ordito d’intraviste affinità elettive di vita, di destini, di sentimenti che la regina condivide con l’eroe; soprattutto, si diletta a cucire la trama di un lieto fine che l’avrebbe liberata da anni di solitudine e saziata nel suo bisogno di comprensione, di affetto, di serenità. Didone, in altre parole, si crea un castello in aria in cui immagina che l’amato sia stato inviato dal destino per appagare tutti i suoi bisogni e desideri più nascosti, finendo con lo scambiare per amore reciproco la speranza che queste fantasie si avverino. Le parole prosaicamente incoraggianti della sorella Anna, rivolte a Didone, innescheranno la fatale sarabanda dell’innamoramento: la regina, dalla vita fino ad allora irreprensibile e ligia al dovere, abbandonate le faccende dello Stato, si mette a frequentare templi, interroga indovini, compie sacrifici propiziatori – «arde Dido infelice, e smaniosa per tutta la città vaga qual cerva» –, sempre cercando di incontrare Enea e di sentirlo parlare, «invano di illudere sperando il suo tormento». Didone, immemore di sé e della sua dignità di regina, più non si cura del suo buon nome, vagheggiando la sua felicità premeditata, fino al giorno in cui, durante una partita di caccia, scoppiato un improvviso temporale, si ritroverà con Enea in una spelonca. Qui, complici gli dei, si consuma quello che è stato chiamato il loro «occulto matrimonio» – con pudica perifrasi; così Didone chiama «Enea marito e la colpa nasconde con tale nome». Breve sarà l’imbastita felicità, perché, presto, Didone conoscerà la verità più dura per una donna innamorata: la meta tanto agognata dalla regina, per Enea non era stata altro che una parentesi sentimentale. Richiamato da Mercurio al dovere, alla missione assegnatagli dal Fato, Enea, senza esitazione o rimpianto alcuno per Didone, intima ai suoi di preparare tutto quello che occorre alla partenza nel modo più segreto. La regina presagisce l’inganno – «ma chi mai può ingannare l’amante?» –, così affronta Enea costringendolo al colloquio che questi voleva evitare o ritardare. Le parole di Didone, per quanto provengano da una donna ferita nell’orgoglio, sono pur sempre un estenuante rimproverare, un aspro rinfacciare, un disperato e vano ricordare tutto ciò possa intenerire un uomo per trattenerlo a sé – fino al rimpianto estremo che un animo femminile possa esprimere, ossia non avere almeno un figlio che sia di Enea. La risposta di Enea, dall’altra parte, è un’impalcatura di parole montate solo per difendersi e giustificarsi, esordendo con quel gelido «regina» che ristabilisce con la donna una distanza, come se tra loro nulla fosse avvenuto. Parole biascicate senza guardare in viso, che sono l’elemosina dell’amore («mai potrei negarmi debitore»), sono volgari («né mai proposi coniugali tede, né mai scesi a tal patto»), sono sgarbate («perché vuole vietargli di raggiungere l’Italia, perché quella è la mia Patria, quella l’amor mio»). Per quanto penoso, questo dialogo squarcia il velo tra Didone ed Enea, rivelando a ciascuno chi sia veramente l’altro; prima di allora, i due amanti avevano vissuto in un mondo di cui l’altro non conosceva nulla, arrivando all’«occulto matrimonio» ignari l’uno dell’altro. Per quanto sia evidente che non sono eguali quanto a forza, pensiamo siano da considerare egualmente colpevoli di quanto accade. Enea è superficiale, indelicato, egoista, tutto preso dagli affari suoi, tanto che Croce lo definisce «l’uomo inferiore all’amore»; Didone, sincera fino a dimenticare la sapienza del tacere, devota, oblativa, è figura dell’amore nella sua forza sublime che «omnia vincit». Nel cuore di Enea non vi può essere dolore forte come quello di Didone, proprio perché non vi è mai stato pari amore. Quando Didone sviene, raccolta dalle ancelle, Enea – «lui lasciando in suo timor confuso» – pensa a tornare dai suoi per sollecitare la partenza, perché, per la superficialità dei suoi sentimenti per Didone, non poteva immaginare in lei una passione, quindi una reazione, così grande. Se la forza dell’amore li distingue, perché è pur sempre un fatto naturale e insieme sovrannaturale, in comune fra loro pensiamo ci sia questo: che hanno desideri individuali, progetti diversi e preesistenti al loro legame, e si relazionano non tanto per spalancarsi all’altro, quanto per trovare gratificazione alle rispettive aspettative premeditate. Se in Enea questo egotismo è evidente, Didone non sembra da meno. L’autogiustificarsi di Enea non è meno ego-ista dell’autoingannarsi di Didone, entrambi pronti a cacciarsi fuori e a lagnarsi quando l’altro non soddisfi le proprie aspettative – piccole o grandi siano. L’arrendersi di Didone, il suo annichilirsi per Enea a spese dei propri doveri e interessi, è sicuramente indice di un amore totale e appassionato, ma nessuno può vivere un amore felice pensando di usare l’altro come strumento per il raggiungimento dei propri desideri – per quanto ammirabili e sinceri. Didone ed Enea resteranno, rispettivamente, emblema dell’amore che «omnia vincit» e de «l’uomo inferiore all’amore» fino all’ultimo. Didone, prima di trafiggersi a morte con la spada, si abbandona ad una disperata maledizione contro Enea e la sua stirpe; poi, in un poetico contrasto, viste le spoglie di Enea, si lascia rapire di nuovo dall’amore, e, raccomandando a quelle l’anima sua, dice che è meglio per lei morire così senza vendetta – «O dolci spoglie, dolci finchè il destino lo concesse a un dio, […] morirò invendicata, eppur ch’io muoia! Così, così mi piace andar fra l’ombre!». Se Didone continuerà ad autoingannarsi su Enea fino alla morte, Enea continuerà ad autogiustificarsi fino all’incontro con l’ombra di Didone nella gran selva, quando penserà di riconciliarsi con la regina dicendo che «Non avrebbe mai pensato che si sarebbe uccisa!».

Termina qui la dolorosa lezione. Se l’amore è una particolare forma di ospitalità, come si può farla funzionare? Bisogna imparare, come trapezisti su una corda, a stare in equilibrio tra le aspettative di chi ospita e quelle di chi è invitato; un equilibrio che permetta a ciascuna parte di essere rispetto all’altra sia ospite che invitato, nella consapevolezza che è sempre rischioso ospitare uno “straniero”: «Oh, Giove! E se n’andrà dunque costui, e uno straniero ha il regno mio schernito? […] Ora la sua [Enea] empità, ora ti offende? Allor doveva, quando offrivi il regno!».

La favola premeditata non ha mai un lieto fine. C’era una volta.