La guerra e la pace

  La guerra e la pace

Per noi, l'invito di Erasmo da Rotterdam a far «guerra alle guerre».

di Claudia Mancini 17 gennaio 2015

 

 

Nel nostro tempo, pieno di tanti pregiudizi, di polemiche, di movimenti che a volte esplodono con gesti di violenza e di rabbia, pensiamo sia utile proporre il pensiero di un uomo come Erasmo da Rotterdam, che, in pieno XVI secolo, proclamava l’assoluta ingiustizia della guerra e l’importanza dell’ascolto, dell’equilibrio e della mitezza. In anni in cui vi erano guerre fra stati, violenze, povertà e divisioni provocate da conflitti di religione, l’umanista olandese guardava a tutto questo con sofferenza e con il desiderio di contribuire alla realizzazione della pace a livello religioso, politico, sociale e educativo. Erasmo da Rotterdam ha sempre aborrito la guerra, mantenendo costantemente verso di essa un deciso rifiuto, fino all’esplicita condanna del concetto di “guerra giusta”. Per comprendere tale posizione è importante soffermarsi sul pensiero di Erasmo rispetto alla questione che agitava, fra le altre, gli Stati cristiani tra il XV e il XVI secolo: l’avanzata dei Turchi verso l’Occidente e con loro della religione islamica. Dopo la presa di Costantinopoli, nel 1453 per opera di un esercito guidato da Maometto II, l’Europa cristiana tutta – tanto le monarchie, soprattutto Francia e Spagna, quanto lo Stato Pontificio – era sempre più decisa ad organizzare una crociata contro i Turchi. Fra i pochi intellettuali che non condividevano tale posizione aggressiva vanno ricordati Cusano e decenni dopo proprio Erasmo da Rotterdam, entrambi convinti che non con la forza delle armi si potesse riportare la pace e la concordia con i musulmani, quanto con la ragione e gli argomenti persuasivi. La posizione erasmiana è di notevole interesse e attualità perché ispirata da un notevole realismo politico che gli fa avere una visione ampia e non unilaterale. Innanzitutto, parte dalla considerazione che la vittoria dei Turchi sia un segno mandato da Dio come egli mandò le piaghe in Egitto: Dio, offeso dai cristiani, ha mandato i Turchi contro cui non si è potuto nulla perché «abbiamo combattuto contro i Turchi con lo spirito dei Turchi». «Alziamo, infatti, le armi contro i Turchi con lo stesso stato d’animo con il quale essi occupano le nostre terre. Siamo spinti dal desiderio sfrenato di dominare, aspiriamo alla ricchezza e ci battiamo come Turchi contro Turchi, per dirla con parole semplici» [1]. Erasmo denunciava l’ipocrisia di quanti, ammantandoli con il nome di Cristo, perseguivano fini ignobili con la scusa di difendere la fede cristiana dalla violenza dei Turchi. Le parole di Erasmo sono forti: «Copriamo la nostra infamia sotto apparenze nobili: voglio le ricchezze dei Turchi, ma mi spaccio per difensore della religione; dò sfogo al mio odio, ma rivendico i diritti della Chiesa; sono ambizioso, iracondo, sanguinario, sfrenato, ma richiamo in causa un’alleanza infranta, un trattato di amicizia non rispettato o non so quale violazione di un contratto matrimoniale» [2]. Smascherato ogni atteggiamento ipocrita, e ribadita la mostruosità della guerra, Erasmo, nello stesso tempo, ritiene necessario difendere l’Occidente cristiano dai Turchi perché la loro invasione consegnerebbe la “repubblica cristiana” sotto il giogo della schiavitù.

Di fronte all’impero ottomano, allora, quale deve essere l’atteggiamento da assumere? L’umanista si dice convinto che la migliore difesa per l’Occidente sarà l’essere concordi fra cristiani, senza portare avanti una guerra fratricida contro i Turchi: nel momento in cui vi è l’unità dei popoli cristiani, i Turchi non possono attaccare e ciò che li condurrà a convertirsi non saranno certo i massacri. Nell’Enchiridion militis cristiani Erasmo dice espressamente di non condividere la guerra contro i Turchi perché se si desidera evangelizzare non si devono esibire né ricchezze, né soldati, né violenza ma, piuttosto, «il desiderio di fare il bene anche ai nemici, la capacità di sopportare le offese, il disprezzo del denaro e della gloria, l’umiltà della vita» [3]. Per portare il messaggio cristiano si deve essere disposti a rischiare anche di perdere la propria vita, ma secondo la logica della croce non della violenza: «vinceremo davvero nel momento in cui saremo sconfitti» [4]. Per scacciare con successo i Turchi occorre una purificazione interiore per liberarsi da avarizia, ambizione, desiderio di piacere, orgoglio, ira, inganno, lussuria, invidia: l’abbandono di tutto ciò renderà l’animo davvero cristiano. Sgozzare i Turchi significherebbe rendere sacrifici al Demonio. La guerra può essere intrapresa solo dopo che ogni tentativo di evitarla sia risultato inutile: «se una necessità inevitabile spinge alla guerra, spetta comunque alla mitezza cristiana dar fondo a tutte le sue forze per far sì che lo scontro coinvolga il minor numero possibile di persone e si concluda con il minor spargimento di sangue» [5]. In tutti i casi non ci può mai essere una “guerra giusta”. In tale senso una guerra, un conflitto, sono ritenuti sempre giustificabili in nome di presunti diritti offesi, ma questo genera una mentalità in base alla quale ognuno, per tutelare il proprio diritto, fa sorgere la guerra. La guerra è un male da cui è difficile liberarsi e un conflitto ne produce altri più crudeli e pesanti: questo deve essere presente soprattutto in chi incarna l’autorità. La strada prospettata da Erasmo, invece, è quella del perdonarsi reciprocamente: senza il perdono, così come non può reggersi l’amicizia, altrettanto non può reggersi una nazione. Qui appare la posizione originale e coraggiosa dell’umanista olandese, perché allora avversare la “guerra giusta” significava non solo porsi contro una parte importante della tradizione del pensiero della Chiesa (supportata da autori quali Sant’Agostino, san Bernardo di Clairvaux e san Tommaso d’Aquino), ma anche contro monarchie e autorità politiche per cui era lecito dar vita a guerre, adducendo vari motivi, spesso anche con la scusa di difendere la fede cristiana. Erasmo, invece, non crede nella violenza e pone speranza nella forza della diplomazia perché «è meglio stare quieti quando non arride nessuna speranza di essere utili» [6]. In una lettera a Barbier, Erasmo scrive: «Come sempre approvo la concordia, così anche in questo caso preferirei una pace, anche se un po’ ingiusta, a una guerra giustissima» [7]. E aggiunge: «Magari con il sacrificio della mia vita, nonché della fama, potessi trasformare questa dannosissima tempesta in bonaccia» [8]. Erasmo era uomo disposto all’ascolto, pronto a smussare, allenato al controllo di sé, per tenere aperte le porte del dialogo e far emergere l’altro senza la volontà di schiacciarlo. La verità, per l’umanista, si perde sempre in un confronto troppo acceso; mai entrare nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di guerreggiare, e quindi di vincere: «in tutte quelle situazioni in cui ciascuno tiene conto solo di se stesso o in cui da ogni parte si tira la fune della disputa, lì è impossibile ricondurre gli animi alla concordia» [9].

Arriviamo alla conclusione di questa riflessione che ha avuto l’intenzione di presentare, come un messaggio propiziatorio per il nostro tempo, l’invito di Erasmo da Rotterdam a fare guerra alle guerre ed essere pronti a sacrificare la propria vita solo per la pace. Meglio desiderare la pace, anche se un po’ingiusta, a una guerra giustissima. Contro i Turchi e la diffusione della religione islamica, pensava l’umanista, l’Occidente avrebbe vinto solo conservando l’unità tra cristiani, dove l’unità dei cristiani rappresentava il riconoscimento dell’identità e delle radici comuni dell’Europa. A pensarla così era un umanista che, insieme a pochi altri, aveva una visione articolata dei problemi del proprio tempo ma soprattutto era «capace di sentire con spirito puramente europeo» [10]. Nato in un paese, l’Olanda, in cui confluivano diverse culture – come quella francese, tedesca, inglese –, studioso e viaggiatore per tutta l’Europa, Erasmo non mostra mai di essere attaccato a egoistici interessi nazionalistici, religiosi, economici. Fu sempre critico dell’autorità politica, se questa si identificava con il “principe machiavelliano” portatore di inganni, di ipocrisie, soprusi e violenze per affermare il potere. A ciò bisogna aggiungere il suo sincero anelito a vivere un cristianesimo autentico, segnato dalla ricerca della purezza evangelica; infine, lo contraddistingueva il senso di un Dio cristiano misericordioso e pronto al perdono, che vede nella croce non un vessillo da mettere fra le mani di un soldato che va ad ammazzare altre persone, ma un segno che dà senso alle sofferenze di chi opera per la pace. Tra questi ultimi lo stesso Erasmo, duramente avversato dai protestanti come da cattolici, sempre mite mai remissivo. Uno spirito puramente e fortemente europeo, quindi, per il quale la patria coincideva con le proprie radici europee, ossia con la “repubblica delle lettere” e con la “repubblica cristiana”. Erasmo, il “cittadino del mondo”, si preoccupava che l’Europa trovasse la propria essenza, non perseguendo gli interessi di questo o quell’altro popolo, bensì a partire dalla comune appartenenza al destino dell’Occidente. Ha un unico destino chi riconosce di avere un passato comune.

E loro, nel nostro tempo, in che passato si riconoscono? A quale destino sentono di appartenere?

 

[1] Erasmo da Rotterdam, Utilissimo parere sull’opportunità di muovere guerra ai Turchi, in Scritti teologici e politici, Bompiani, Milano 2011, p. 1585.