UMBERTO ECO

 

 

 

  Umberto Eco – in morte di un filosofo

Scritto da Ilaria Greco il Feb 23, 2016

 

Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. 

Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

Umberto Eco

 

Il 19 febbraio 2016, la letteratura italiana subisce un nuovo duro colpo: all’età di 84 anni ci lascia Umberto Eco.

La notizia della sua morte ha gettato l’Italia intera nello sconforto, perché con Umberto Eco se ne va un pezzo della nostra storia. 

E quando un intellettuale eclettico al pari di Umberto Eco se ne va, assurge di diritto all’eternità. 

Per tale motivo la redazione di Recensionilibri.org continuerà ad usare il tempo presente per quest’uomo dalla cultura sterminata e dal curriculum altrettanto sconfinato, che gli è valso le ben 40 lauree honoris causa, l’ultima ricevuta nel 2014 dall’Università di Rio  Grande do Sul.

Nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932, Eco è studioso di semiotica, estetica e cultura di massa, brillante pubblicista, saggista di grande successo e, ovviamente, scrittore e autore di capolavori letterari.

De “Il nome della Rosa” e di “altri” romanzi….

Il mondo intero lo conosce grazie al suo romanzo “Il Nome della Rosa”, pubblicato nel 1980 insieme all’editore Valentino Bompiani: un giallo filosofico di ambientazione medievale, dove tra righe emerge, sornione, il tratto ironico del Professore. 

 

50 milioni di copie vendute e traduzioni in oltre 47 lingue: “Il nome della rosa” ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, tra cui il Premio Strega nel 1981, ed è stato inserito nella lista de “I 100 libri del secolo” di Le Monde.

Eppure Umberto Eco era arrivato ad odiare la sua stessa creatura, tanto da dichiarare apertamente, durante il Salone del libro di Torino del 2011:

“Odio questo libro e spero che anche voi lo odiate. Di romanzi ne ho scritti sei, gli ultimi cinque sono naturalmente migliori ma per la legge di Gresham quello che rimane più famoso è sempre il primo.”

Umberto Eco saggista

Nel 1988 fonda il Dipartimento della Comunicazione dell’Università di San Marino e sempre nello stesso anno pubblica un altro capolavoro “Il pendolo di Foucault”, in cui il pendolo ideato da Léon Foucault per dimostrare la rotazione della Terra, ha chiaramente un significato simbolico che sta al lettore saper cogliere.

Hanno la firma di Umberto Eco numerosi saggi, tra cui non possiamo non citare “Opera Aperta”  del 1962, con un enorme riscontro di pubblico, tanto da gettare le basi teoriche al movimento d’avanguardia letterario e artistico italiano Gruppo 63.

Ancora preziosi e attuali i consigli racchiusi in “Come si fa una tesi di laurea” del 1977, in cui sono indicati  metodi, strutture e argomentazioni necessarie per poter scrivere una corretta tesi di laurea.

L’Eco quotidiano

Umberto Eco inizia a collaborare con la carta stampata sin dagli anni cinquanta: Il Giorno, La Stampa, Corriere della Sera, la Repubblica, il Manifesto e numerose riviste internazionali; fin dalla fondazione de l’Espresso, collabora con la testata giornalistica del gruppo omonimo, in cui a partire dal 1985 copre l’ultima pagina con la rubrica “La bustina di minerva”. 

 

La bustina di Minerva, penna di U.Eco

 

Le passioni meno note di Umberto Eco

Il Professore di semiotica conosce il valore della parola e le sue molteplici sfaccettature.

Ad esempio, considera il fumetto un eccellente strumento di comunicazione di massa e divulgazione della conoscenza; ormai è noto a tutti il suo interesse per Dylan Dog ed il reciproco apprezzamento da parte di Tiziano Sclavi, che crea un personaggio appositamente ispirato al Professore, in ‘Lassù qualcuno ci chiama’, Dylan Dog n. 136, del gennaio 1998.

 

 

 

Humbert Coe, Dylan Dog n°136, “Lassù qualcuno ci chiama”

La parola, ancora, come mezzo di divertimento di massa, se solo la massa fosse in grado di usarla e saperla sfruttare; si ritrova a gareggiare con Francesco Guccini e Roberto Benigni in tornei improntati sulle regole de “L’ottava rima“, con cui i poeti del Trecento gareggiavano, improvvisando versi su argomenti proposti dal pubblico, ma seguendo delle precise regole.

Ancora, appassionato di crittografia e enigmistica in generale, Umberto Eco pubblica per Comix il tautogramma (composizione in cui tutte le parole hanno la stessa lettera iniziale) ispirato al Pinocchio di Collodi ed in cui la storia è interamente raccontata utilizzando una la lettera P come iniziale

Da qui il breve saggio di “Povero Pinocchio – Giochi linguistici di studenti bolognesi al Seminario di scrittura di Umberto Eco“, in cui Mastro Geppetto si tramuta in “Povero padre”, la Fata Turchina in “Puella portentosa (parrucca pervinca)”, il Gatto e la Volpe nei “Perfidi personaggi poco popolari”. 

Il contrasto con RCS Mondadori per salpare su La nave di Teseo

 

Quando nel 2014 la casa editrice Mondadori acquisce RCS libri (di cui fanno parte del gruppo Rizzoli, Bompiani, Marsilio e Adelphi, ma quest’ultima non ha partecipato alla cessione), Eco rifiuta, insieme a Sandro Veronesi, di pubblicare i suoi scritti per la casa di Segrate. 

Nell’ottobre scorso insieme a Elisabetta Sgarbi, è uno dei fondatori della “La nave di Teseo”, per la quale tra l’altro verrà pubblicato il suo libro postumo “Pape Satàn Aleppe”, un saggio che raccoglie “Le bustine di Minerva” legate al tema della società liquida e dei suoi sintomi.

 

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per Umberto

 

Di Tarcisio Lancioni pubblicato il 21/02/2016

Tra lauree honoris causa, libri di successo, inviti prestigiosi, chiacchierate tra amici. Un ritratto di Umberto Eco a cura di Tarcisio Lancioni.

Momenti come questo ci obbligano a riconnettere e a dare un senso comune a frammenti di esperienza, ricordi, prospettive, pensieri e giudizi accumulati in luoghi diversi della memoria e normalmente destinati a esistenze distinte e disconnesse. Sforzo che si accompagna a quello di provare a non essere né banali né patetici, nel tentativo di scrivere qualcosa che, almeno remotamente, possa essere in grado di onorare una figura “colossale” come quella di Umberto Eco.

Romanziere di grande successo, tale da meritare le copertine dei più importanti rotocalchi internazionali, pensatore acuto, fra i padri della “svolta semiotica” per citare un titolo di Paolo Fabbri, tanto che, almeno in Italia, ci si riferisce alla sua prospettiva “interpretativa” come a una delle due vie della semiotica (in alternativa, un po’ semplicistica, a quella “generativa” di Greimas). Tributario di lauree honoris causa e di onorificenze accademiche e civili che questo spazio non basterebbe ad elencare. Capace di influenzare espressività e stili di pensiero disparati: aneddoticamente, poco tempo fa, uno dei migliori storici dell’arte americani, Joseph Koerner, mi ha scritto, a margine di altri argomenti, che il suo lavoro è sicuramente rimasto influenzato dalle lezioni di Eco che aveva avuto occasione di seguire a Yale anni addietro (ma perché gli storici dell’arte americani sono influenzati dalla semiotica e quelli italiani no?), e giusto pochi giorni fa ho appreso che Keith Haring avrebbe dichiarato di essere stato folgorato dalla semiotica di Eco (grazie Elisa).

Protagonista di primo piano della stagione eroica della neoavanguardia, a fianco di Berio, di Balestrini, di Anceschi; intellettuale arguto e rigoroso, sempre pronto a mordere o a pungere, con sarcasmo o con ironia, per mettere a nudo le miserie quotidiane della nostra società e della nostra quotidianità riflesse nel caleidoscopio mediatico, di cui è stato uno dei primi studiosi rigorosi. Contro l’accademia benpensante, a fianco di Roland Barthes e poi di Omar Calabrese, per citare altre due figure che gli sono state molto vicine, Eco ha infatti mostrato la necessità di studiare a fondo, con strumenti adeguati, i fenomeni della cultura di massa, se non altro per imparare a difendersene, come quando, nei primi anni Settanta, lanciava lo slogan programmatico della guerriglia semiologica: occupate un posto in prima fila ovunque ci sia un televisore acceso e svelatene i meccanismi ingannevoli!

Dietro a questo monumento pubblico, i ricordi personali, l’Eco “umano”, il professore e lo scherzoso burlone, non raramente scandalosamente sboccato, pronto alla battuta salace come all’osservazione acuta o alla glossa dotta, tutto insieme, tra una citazione di Tommaso d’Aquino e un’”Osteria”, preferibilmente accompagnato alla fisarmonica dall’amico Gianni Coscia, come nella notte memorabile della festa di matrimonio di Omar Calabrese.

A Umberto Eco devo molto, perché mi ha insegnato molto. Non solo la semiotica ma anche l’etica della ricerca, scoperte insieme nelle aule affollatissime e fatiscenti di Via Guerrazzi, nella Bologna travagliata e felice dei primi anni Ottanta. Spazi in cui, vicino a Eco, insegnavano e studiavano altre figure che avrebbero caratterizzato i destini della semiotica italiana: Fabbri, Calabrese, Ugo Volli, Patrizia Violi, Giovanni Manetti, Francesco Marsciani, Isabella Pezzini, Daniele Barbieri, Patrizia Magli, Maria Pia Pozzato, Alessandro Zinna, Lucia Corrain, Costantino Marmo, Sandra Cavicchioli, Gianpaolo Proni… per ricordare solo quelli che mi sono rimasti più cari e che più hanno condizionato la mia formazione.

Una formazione che mi ha portato a “tradire” la semiotica di Eco, aderendo alla proposta teorica di Greimas. “Tradimento” maturato in realtà, come per tanti altri suoi allievi e collaboratori, proprio grazie allo stesso Eco. Perché Eco non è mai stato un dogmatico e credo che sia anzi importante ricordare che la scuola greimasiana ha trovato spazio in Italia proprio a Bologna, anche grazie a Umberto, che di Greimas ha fatto tradurre i libri nella sua collana editoriale, e di cui discuteva le idee a lezione, dando spazio ai suoi dottorandi che avevano preso la strada di Parigi per trovare idee e prospettive nuove, senza rinnegare Eco, e senza essere da lui rinnegati. Anzi, il grande sforzo semiotico di Eco, la sua via alla semiotica è stata proprio quella della mediazione, della conciliazione, fra i modelli strutturalisti, di cui aveva iniziato a criticare le debolezze in La struttura assente, e il pragmaticismo di Peirce, di cui è stato indubbiamente uno degli interpreti più brillanti.

Il mio rapporto personale con Eco si è stretto in particolare durante il lavoro di tesi, grazie soprattutto a Calabrese, mio relatore, che per Eco ha sempre avuto, ricambiati, una immensa stima e un immenso affetto. Eco mi aveva chiesto se fossi interessato a una ricerca sulla teoria del segno in Alain de Lille, mettendomi in fuga, e avevo invece trovato più interessante svilupparne un’altra incentrata sulla cartografia congetturale. In particolare avevo deciso di dedicarmi agli isolari, atlanti cartografici redatti in gran parte fra XV e XVII secolo in cui veniva sistematizzato il sapere sulle isole, incorporando le conoscenze geografiche ma anche quelle “leggendarie”, mettendo fianco a fianco terre conosciute, terre immaginate e terre ipotizzate.

Questi “testi”, scoprii presto, erano particolarmente apprezzati da Eco, che non solo ne aveva ampia conoscenza, ma di cui possedeva anche alcuni esemplari preziosi: il Bordone, di cui ha poi curato un’edizione critica, il Porcacchi, il Buondelmonti. Esemplari che mi mise a disposizione aprendomi il sancta sanctorum, i recessi più preziosi della sua biblioteca domestica, e offrendomi la possibilità di studiarli e discuterli, fino a propormi di trasformare la tesi in un libro, da pubblicare in tiratura limitata, con una sua presentazione, presso un “misterioso” circolo di bibliofili, di cui Eco era il presidente: l’Aldus Club, che si riuniva periodicamente in una libreria antiquaria in via Rovello, nel cuore della vecchia Milano. Mi trovai così proiettato in un ambiente, di cui avrei ritrovato le atmosfere nei suoi romanzi, in cui si discuteva della vita di libri rari, agognati come tesori, ma anche, soprattutto grazie a Eco, dei loro contenuti “esoterici”: saperi spesso arcani, strambi, fantasiosi, condannati irrimediabilmente ad essere perduti con il mondo che li aveva prodotti, a marcire con i libri che li contenevano, destinati com’erano a non essere mai più ripubblicati. In realtà Eco era praticamente l’unico dell’intero circolo ad essere attratto dai contenuti dei libri che venivano citati e non solo dal loro valore materiale. Contenuti destinati ad alimentare la sua fantasia narrativa e a riemergere nei suoi romanzi, soprattutto ne il Pendolo di Foucault e in L’isola del giorno prima.

Esperienza che mi ha dato la possibilità di apprezzare fino in fondo la portata della sua curiosità intellettuale, la capacità di conciliare un impianto di pensiero fortemente razionale e il piacere per ciò che razionale non è e con cui si può giocare, anche per rivelarne le debolezze o l’inconsistenza. Insieme a ciò ho avuto il privilegio di sperimentare la sua pazienza la sua generosità espresse nella preparazione del libro, dai consigli per la redazione fino alla sua revisione materiale. Pazienza che ha continuato a mostrare, anche se con qualche brusco rimbrotto, durante la preparazione della tesi di dottorato, di cui era direttore. Tra una laurea honoris causa, un libro di successo, un invito prestigioso, Eco non perdeva di vista il lavoro di chi gli stava vicino, ne ha sempre conosciuto e seguito le ricerche, dando sostegno effettivo, e ho sempre trovato che questo fosse uno dei tratti della sua eccezionalità.

Devo molto a Umberto Eco.

 

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Umberto Eco: 'Come prepararsi serenamente alla morte. Sommesse istruzioni a un eventuale discepolo'

 

L'ironica lettera a un discepolo immaginario che il semiologo scrisse, per il nostro giornale, nel 1997

 

20 febbraio 2016

 

Non sono sicuro di dire una cosa originale, ma uno dei massimi problemi dell'essere umano è come affrontare la morte. Pare che il problema sia difficile per i non credenti (come affrontare il Nulla che ci attende dopo?) ma le statistiche dicono che la questione imbarazza anche moltissimi credenti, i quali fermamente ritengono che ci sia una vita dopo la morte e tuttavia pensano che la vita della morte sia in se stessa talmente piacevole da ritenere sgradevole abbandonarla; per cui anelano, sì, a raggiungere il coro degli angeli, ma il più tardi possibile.

 

Recentemente un discepolo pensoso (tale Critone) mi ha chiesto: "Maestro, come si può bene appressarsi alla morte?" Ho risposto che l’unico modo di prepararsi alla morte è convincersi che tutti gli altri siano dei coglioni.

 

Allo stupore di Critone ho chiarito. "Vedi," gli ho detto, "come puoi appressarti alla morte, anche se sei credente, se pensi che mentre tu muori giovani desiderabilissimi di ambo i sessi danzano in discoteca divertendosi oltre misura, illuminati scienziati violano gli ultimi misteri del cosmo, politici incorruttibili stanno creando una società migliore, giornali e televisioni sono intesi solo a dare notizie rilevanti, imprenditori responsabili si preoccupano che i loro prodotti non degradino l’ambiente e si ingegnano a restaurare una natura fatta di ruscelli potabili, declivi boscosi, cieli tersi e sereni protetti da un provvido ozono, nuvole soffici che stillano di nuovo piogge dolcissime? Il pensiero che, mentre tutte queste cose meravigliose accadono, tu te ne vai, sarebbe insopportabile.

 

Ma cerca soltanto di pensare che, al momento in cui avverti che stai lasciando questa valle, tu abbia la certezza immarcescibile che il mondo (sei miliardi di esseri umani) sia pieno di coglioni, che coglioni siano quelli che stanno danzando in discoteca, coglioni gli scienziati che credono di aver risolto i misteri del cosmo, coglioni i politici che propongono la panacea per i nostri mali, coglioni coloro che riempiono pagine e pagine di insulsi pettegolezzi marginali, coglioni i produttori suicidi che distruggono il pianeta. Non saresti in quel momento felice, sollevato, soddisfatto di abbandonare questa valle di coglioni?"

 

Critone mi ha allora domandato: "Maestro, ma quando devo incominciare a pensare così?" Gli ho risposto che non lo si deve fare molto presto, perché qualcuno che a venti o anche trent’anni pensa che tutti siano dei coglioni è un coglione e non raggiungerà mai la saggezza. Bisogna incominciare pensando che tutti gli altri siano migliori di noi, poi evolvere poco a poco, avere i primi dubbi verso i quaranta, iniziare la revisione tra i cinquanta e i sessanta, e raggiungere la certezza mentre si marcia verso i cento, ma pronti a chiudere in pari non appena giunga il telegramma di convocazione.

 

Convincersi che tutti gli altri che ci stanno attorno (sei miliardi) siano coglioni, è effetto di un’arte sottile e accorta, non è disposizione del primo Cebete con l’anellino all’orecchio (o al naso). Richiede studio e fatica. Non bisogna accelerare i tempi. Bisogna arrivarci dolcemente, giusto in tempo per morire serenamente. Ma il giorno prima occorre ancora pensare che qualcuno, che amiamo e ammiriamo, proprio coglione non sia. La saggezza consiste nel riconoscere proprio al momento giusto (non prima) che era coglione anche lui. Solo allora si può morire.

 

Quindi la grande arte consiste nello studiare poco per volta il pensiero universale, scrutare le vicende del costume, monitorare giorno per giorno i mass-media, le affermazioni degli artisti sicuri di sé, gli apoftegmi dei politici a ruota libera, i filosofemi dei critici apocalittici, gli aforismi degli eroi carismatici, studiando le teorie, le proposte, gli appelli, le immagini, le apparizioni. Solo allora, alla fine, avrai la travolgente rivelazione che tutti sono coglioni. A quel punto sarai pronto all’incontro con la morte.

 

Sino alla fine dovrai resistere a questa insostenibile rivelazione, ti ostinerai a pensare che qualcuno dica cose sensate, che quel libro sia migliore di altri, che quel capopopolo voglia davvero il bene comune.

E’ naturale, è umano, è proprio della nostra specie rifiutare la persuasione che gli altri siano tutti indistintamente coglioni, altrimenti perché varrebbe la pena di vivere? Ma quando, alla fine, saprai, avrai compreso perché vale la pena (anzi, è splendido) morire.

 

Critone mi ha allora detto: "Maestro, non vorrei prendere decisioni precipitose, ma nutro il sospetto che Lei sia un coglione". "Vedi", gli ho detto, "sei già sulla buona strada."

 

Pubblicata sull'Espresso il 12 giugno 1997

 

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Umberto Eco, la biblioteca e l’arte di disporre i libri

 

Se n’è andato un pezzo di cultura italiana. È morto Umberto Eco. Non sono in grado di digerire i suoi saggi di semiotica e non amo particolarmente i suoi romanzi medioevali (unica eccezione Il nome della rosa, che rubai dallo scaffale di mio padre, dopo essere stato affascinato e un po’ inquietato dal film di Jean-Jacques Annaud con uno straordinario Sean Connery). Inoltre non mi stava neanche molto simpatico, sebbene intravedessi nella sua superbia intellettuale una forma sottile e aristocratica di ironia.

C’era una cosa che, però, fin da bambino, faceva in modo che nutrissi una profonda ammirazione per lui. La sua biblioteca. Fu lui, probabilmente, a instillare in me il germe della bibliofilia (qui trovate la differenza tra bibliofilia, bibliomania e biblioclastia). Già dai tempi in cui frequentavo l’università a Padova, nel mio modesto bilocale di allora, avevo accumulato un discreto numero di volumi. Fu allora che una mia compagna di studi mi pose la classica domanda, tra il serio e il faceto, che tutti i lettori forti, prima o poi, si sentiranno rivolgere: “Ma li hai letti tutti?“. Ecco come Eco risolveva la questione:

Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all’insidia dell’imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: “Quanti libri! Li ha letti tutti?” L’esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. Di fronte a questo oltraggio esistono, a mia scienza, tre risposte standard.

La prima blocca il visitatore e interrompe ogni rapporto, ed è: “Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?”. Essa però gratifica l’importuno solleticando il suo senso di superiorità e non vedo perché si debba rendergli questo favore.

La seconda risposta piomba l’importuno in uno stato d’inferiorità, e suona: “Di più, signore, molti di più!”.

La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. “No, ” gli dico, “quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima”. Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l’infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni.

I primi anni di università, la mia bibliofilia cominciava già ad avere sintomi preoccupanti: si affacciò l’ansia del bibliomane. Iniziai a farmi domande tipo: quali sono i libri classici? Quali libri devono essere assolutamente letti? Come trovare il tempo di leggere? Non erano domande da poco, dal momento che ero uno studente universitario e avevo già i miei impegnativi tomi di psichiatria e psicoanalisi freudiana da leggere. Anche in questo caso, Umberto Eco, in una Bustina di Minerva del 1997, mi illuminò sulla questione:

Quanto tempo ci vuole per leggere un libro? Parlando sempre dal punto di vista del lettore comune, che dedica alla lettura solo alcune ore del giorno, azzarderei per un’opera di medio volume almeno quattro giorni. È vero che per leggere Proust o san Tommaso occorrono mesi, ma ci sono capolavori che si leggono in un giorno. Atteniamoci dunque alla media di quattro giorni. Ora quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65.400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

Superata l’adolescenza, con l’età della ragione, hanno cominciato a lambiccarmi il cervello questioni più raffinate. O meglio la questione. Come vanno disposti i libri della propria biblioteca casalinga? Per i lettori occasionali (quelli che ci chiedono se li abbiamo letti tutti), gli scaffali sono semplici raccoglitori. Ma per chi scrive o lavora nella cultura, la biblioteca è uno strumento di lavoro. In un’altra Bustina di Minerva del 1998, Eco dice, in maniera provocatioria, che

Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro.

[…]

Se pertanto una biblioteca serve per conoscere il contenuto di libri mai letti, quello di cui ci si dovrebbe preoccupare non è la sparizione del libro bensì quella delle biblioteche di casa.

Mi sono venuti il mente il paradosso del bibliotecario e la Biblioteca di Babele di Borges. Così sono andato a leggermi quello che dice Umberto Eco nel De Bibliotheca. È stato proprio in questo breve saggio che ho trovato la risposta alla mia domanda sulla disposizione dei libri. Una volta sentii da Vittorio Sgarbi che i libri andrebbero disposti sugli scaffali in modo da farci trovare, accanto al libro che cerchiamo, quello più appropriato ai nostri scopi di ricerca. In pratica la biblioteca dovrebbe facilitare la serendipity. La trovai una spiegazione bellissima. Ma, a quanto pare, è stato Umberto Eco che, nel De Bibliotheca, ha avuto per primo questa intuizione:

Ora, cos’è importante nel problema di accessibilità degli scaffali? È che uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l’esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi. Ora, è vero che questa scoperta può essere data sfogliando il catalogo, ma non c’è niente di più rivelativo e appassionante dell’esplorare degli scaffali che magari riuniscono tutti i libri di un certo argomento, cosa che intanto sul catalogo per autore non si sarebbe potuto scoprire, e trovare accanto al libro che si era andati a cercare un altro libro, che non si era andati a cercare, ma che si rivela come fondamentale.

Maria Papova, su Brain Pickings, parla del libro di Nassim Nicholas Taleb, The Black Swan: The Impact of the Highly Improbable. In questo saggio si cita anche Umberto Eco.

Lo scrittore Umberto Eco appartiene a quella piccola classe di studiosi che sono enciclopedici, perspicaci e mai noiosi. È il proprietario di una vasta biblioteca personale (contenente 30.000 libri), e separa i suoi ospiti in due categorie: quelli che reagiscono con “Wow, professor Eco, che biblioteca! Quanti di questi libri ha letto?” e gli altri – una sparuta minoranza – che coglie il punto che una biblioteca privata non è una ramificazione dell’Ego ma uno strumento di ricerca. I libri letti sono molto meno preziosi di quelli non letti. Una biblioteca dovrebbe contenere la maggior parte di quello che non sappiamo. Accumuleremo sempre più libri e conoscenza, man mano che invecchieremo, e il numero crescente di libri non letti sugli scaffali ci guarderà in maniera sempre più minacciosa. Infatti, più aumenta il nostro sapere, più si allarga il numero di libri da leggere. Questa collezione di libri non letti possiamo chiamarla anti-biblioteca.

 

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Umberto Eco contro i social: “Hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”

 

Ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione all'Università di Torino, l'autore de Il Nome della Rosa ha criticato ferocemente il Web e ha difeso la carta stampata, citando Hegel: "La lettura del giornale è la preghiera quotidiana dell'uomo moderno. Si tornerà all'informazione cartacea"

di F. Q. | 11 giugno 2015

 

Che certi ambienti culturali che potremmo definire “novecenteschi” non amassero particolarmente il Web e i social network era cosa nota. Ma ieri c’ha pensato Umberto Eco, l’intellettuale più noto d’Italia, a rincarare la dose. Ricevendo la laurea honoris causa in Comunicazione e Culture dei Media all’Università di Torino, l’autore de Il Nome della Rosa e Il pendolo di Foucault non le ha certo mandate a dire: “I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

Parole durissime, ma dietro l’attacco c’è anche una riflessione più specifica su un tema che non può essere ignorato: “Il grande problema della scuola oggi è insegnare ai ragazzi come filtrare le informazioni di Internet. Anche i professori sono neofiti di fronte a questo strumento”. Il problema delle fonti esiste, e non solo per i ragazzi a scuola. Sono i media i primi che rischiano di restare impelagati tra le secche delle bufale, ma forse basta saper fare il proprio mestiere con scrupolo per evitare tali intoppi.

L’opinione di Umberto Eco è in controtendenza anche per quel che riguarda il futuro dei giornali. Secondo il professore e scrittore non spariranno, soprattutto in questa fase in cui proliferano “bufale e riletture storiche fantasiose” sul Web: “Sono fedele a Hegel, che diceva che la lettura del giornale è la preghiera quotidiana dell’uomo moderno. Si tornerà all’informazione cartacea“. Convinzione sincera o battaglia di retroguardia venata di snobismo, Umberto Eco forse è uno dei pochi intellettuali che, in Italia, può permettersi di andare controcorrente. A torto o a ragione, quella è un’altra storia.

 

Umberto Eco, e la riflessione su Mac OS e Microsoft DOS

Nel giorno dei funerali laici di Umberto Eco al Castello Sforzesco, lo ricordiamo per una Bustina di Minerva del 1994 pubblicata su L'Espresso, in cui il celebre filosofo, semiologo, scrittore e saggista contemporaneo parla delle differenze tra Mac OS e Microsoft DOS. E con poche, generose pennellate, descrive una dicotomia che esiste da oltre 30 anni.

 

La morte di Umberto Eco si è riverberata su tutti i media del mondo, e ha lasciato una grossa impronta sui social network; tutti conoscono best-seller come Il nome della Rosa o Il Pendolo di Foucault, ma pochi forse ricordano quando, 22 anni fa, il compianto intellettuale si è divertito a tracciare una netta linea di demarcazione tra i computer Apple e quelli Microsoft. Fu allora che notò la vocazione religiosa di entrambe le macchine, e coniò un aforisma che ha fatto la storia: «Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi, è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti».

Il 30 settembre 1994, Eco scrisse:

Non si è mai riflettuto abbastanza sulla nuova lotta di religione che sta sotterraneamente modificando il mondo contemporaneo.

Il fatto è che ormai il mondo si divide tra utenti del computer Macintosh e utenti dei computer compatibili col sistema operativo Ms-Dos. È mia profonda persuasione che il Macintosh sia cattolico e il Dos protestante. Anzi, il Macintosh è cattolico controriformista, e risente della “ratio studiorum” dei gesuiti. È festoso, amichevole, conciliante, dice al fedele come deve procedere passo per passo per raggiungere – se non il regno dei cieli – il momento della stampa finale del documento. È catechistico, l’essenza della rivelazione è risolta in formule compensibili e in icone sontuose. Tutti hanno diritto alla salvezza.

Il DOS, invece, "è protestante, addirittura calvinista. Prevede una libera interpretazione delle scritture, chiede decisioni personali e sofferte, impone una ermeneutica sottile, dà per scontato che la salvezza non è alla portata di tutti. Per fare funzionare il sistema si richiedono atti personali di interpretazione dei programma: lontano dalla comunità barocca dei festanti, l’utente è chiuso nella solitudine dei proprio rovello interiore.”

Con Windows, il PC si è finalmente "avvicinato alla tolleranza controriformistica del Macintosh" ma è qualcosa di simile ad uno scisma di tipo anglicano, grandi cerimonie nella cattedrale, ma possibilità di subitanei ritorni al Dos per modificare un sacco di cose in base a bizzarre decisioni: in fin dei conti si può conferire il sacerdozio anche alle donne e ai gay."

Poi, nel 2000, un nuovo aggiornamento con una postilla sull'argomento. "Nel frattempo," scriveva sempre su L'Espresso, "le cose sono cambiate. Le varie release hanno portato Windows 95 e 98 a diventare decisamente cattolico-tridentini, insieme a Mac. La fiaccola del protestantesimo è passata nelle mani di Linux. Ma l’opposizione rimane valida."

La controversia ideologica è tutt'ora in essere, e oramai segna le nostre vite digitali come fanno i campanili in paese e le feste comandate; non ce ne accorgiamo neppure, eppure ci hanno già cambiato e definito. E voi, vi ritrovate in questa dicotomia?

 

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Imbecilli e social network: le parole esatte di Umberto Eco

 

Il semiologo ha anche riconosciuto le potenzialità politiche della rete. Ma le sue frasi sono sparite dalle pagine dei quotidiani cartacei

Panorama - Paolo Papi 12 giugno 2015

 

I social network hanno dato davvero il diritto di parola a legioni di imbecilli, come ha sostenuto Umberto Eco? Ma soprattutto: che cosa voleva dire esattemente il grande semiologo e medievalista italiano, quando ha preso la parola all'Università di Torino? Siamo proprio sicuri che le sue parole non sia state, almeno parzialmente, travisate, non dagli utenti in rete, ma proprio dai grandi (e «affidabili») mass media italiani? Per capire il senso della parole di  Eco, forse, bisognerebbe semplicemente leggerle e pubblicarle senza «tagli» né forzature titolistiche. 

Le parole di Eco che hanno citato tutti i grandi media, trovando poi in rete uno straordinario riverbero, sono note:

 

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli. La tv aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità

 

Meno noto è quanto ha dichiarato Eco, nella premessa, rispondendo alla domanda di una delle persone presenti. Dopo aver sottolineato che «uno dei grandi problemi della scuola italiana è aiutare i ragazzi a filtrare le informazioni su Internet» - cosa di cui nessuno dotato di senno può sinceramente dubitare - lo scrittore medievalista è entrato nel cuore della questione. Senza assumere una posizione arcaica e «reazionaria» come parrebbe a leggere i titoli e gli articoli pubblicati sui giornali cartacei, anzi, riconoscendo anche le potenzialità politiche della rete.

 

Il fenomeno dei social network è anche positivo, non solo perché permette alle persone di rimanere in contatto tra loro. Pensiamo solo a quanto accaduto in Cina o in Turchia dove il grande movimento di protesta contro Erdogan è nato proprio in rete, grazie al tam-tam. E qualcuno ha anche detto che, se ci fosse stato Internet ai tempi di Hitler, i campi di sterminio non sarebbero stati possibili perché le informazioni si sarebbero diffuse viralmente. 

 

Per farsi un'idea completa di quanto dichiarato dal professor Eco basta comunque postare il video (integrale), reso disponibile su Youtube. E lasciarvi poi con una domanda: è più «imbecille» e dannoso un anonimo «imbecille» su Facebook oppure un «sistema» che, per esigenze sensazionalistiche,  giunge spesso a decontestualizzare le parole di chi le pronuncia, al punto da renderle caricaturali? 

 

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Umberto Eco, i libri e la biografia

 

Di Angela Iannone @AngelinaGiolina sabato 20 febbraio 2016

 

Umberto Eco nasce ad Alessandria nel 1932

Scrittore, filosofo, intellettuale a 360 gradi. Questo era Umberto Eco, che si è spento venerdì 19 febbraio a 84 anni, nella sua abitazione di Milano. 

 

Umberto Eco: la vita

 

Umberto Eco nasce ad Alessandria il 5 gennaio del 1932. Figlio di un negoziante di ferramenta, ha conseguito la maturità classica e si è poi laureato in filosofia a Torino nel 1954, con una Tommaso D'Aquino, l’uomo che – come commentò successivamente – “mi ha miracolosamente curato dalla fede”, riferendosi ai suoi trascorsi nei GIAC, l'organizzazione giovanile dell'Azione Cattolica.

 

Nello stesso anno della laurea partecipa e vince un concorso della RAI per l'assunzione di telecronisti e nuovi funzionari, professione abbandonata però alla fine degli anni Cinquanta. Dall'esperienza lavorativa in RAI però conosce i membri del cosiddetto “Gruppo 63”, gruppo neoavanguardista , una “un movimento spontaneo suscitato da una vivace insofferenza per lo stato allora dominante delle cose letterarie: opere magari anche decorose ma per lo più prive di vitalità […] Furono l'ultima fiammata del neorealismo in letteratura, fioca eco populista della grande stagione cinematografica dei Rossellini e dei De Sica”.

 

Sono gli anni più fervidi, in cui Eco pubblica opere come “Apocalittici o integrati”, libro di culto per tutti gli studiosi della comunicazione e dell’informazione. Argomenti che tratta anche nei suoi corsi universitari, in numerosi atenei: a Torino, Milano, Firenze e, soprattutto Bologna, dove è stato direttore dell'Istituto di Comunicazione e spettacolo del DAMS, dando inizio al Corso di Laurea in Scienze della comunicazione.

Nel 2013 tiene una lectio magistralis all’assemblea dell’ONU, a New York, in cui ha presentato: “Encyclomedia”, un'enciclopedia digitale – di cui era direttore – che, attraverso la storia, la letteratura, le scienze, la musica, la filosofia, l’arte, ma anche economia, diritto, medicina, tecnologia, mito, religione, comunicazione, raccoglie i principali avvenimenti della storia della civiltà europea dall’antichità all’inizio del terzo Millennio. Nel 2015 è stato al centro di numerose polemiche per aver sparato a zero contro i social media, definendoli un luogo “in cui pullulano legioni di imbecilli". Qui le altre citazioni

Umberto Eco: I libri

 

Autore di numerosi romanzi e saggi di semiotica, comunicazione, estetiva medievale, linguistica, filosofia. Tra i suoi maggiori successi letterari c’è “Il nome della rosa”, romanzo del 1980, che ispirò l’omonimo film di Jean-Jacques Annaud. Nel 1988 pubblica "Il pendolo di Foucault", satira dell'interpretazione paranoica dei fatti veri o leggendari della storia e delle sindromi del complotto. Aveva recentemente pubblicato “Numero zero”, libro critica al giornalismo, pubblicato nel 2015.

 

Tra i saggi vanno ricordati - oltre Apocalittici e Integrati -  Il superuomo di massa. Studi sul romanzo popolare, del 1976; Come si fa una tesi di laurea (1977) una Bibbia per gli studenti universitari; Lector in fabula (1979); Storia della bruttezza (2007).

 

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Eco e la fede: l’enigma del distacco

 

Aveva smesso di credere e ammetteva di non saperne spiegare le ragioni: “È stato come l’interruzione di un circuito elettrico”. Ma pensava che nell’aldilà con Gesù poteva intendersi.

 

di Vittorio Messori, da Il Corriere della Sera, 22 febbraio 2016

 

Incontrandolo, intervistandolo, leggendolo, non potevo sfuggire a una sorta di rammarico. Proprio perché molto ne ammiravo l’intelligenza, la cultura, lo stile, l’ironia, il savoir vivre, sentivo (e glielo dissi anche, una volta, ricavandone un sorriso enigmatico), sentivo il dispiacere del credente davanti a un uomo che ti parlava della sua «definitiva apostasia» da ogni fede religiosa, a cominciare ovviamente da quella cattolica. Un giovane che fu tra i dirigenti della Giac, la Gioventù di Azione cattolica, che sino all’università si nutrì di credenti antichi e moderni, un uomo da comunione quotidiana e da confessione settimanale e che scelse san Tommaso per la sua tesi pensando alla fede da difendere e non a una laurea da conquistare. Ed ecco che invece dello straordinario apologeta del cattolicesimo, dello scintillante polemista che i credenti avrebbero avuto in dono, ecco che dall’ateneo torinese uscì l’Umberto liberal . Un Eco divenuto sì apologeta, ma prima dell’agnosticismo e poi — come ammise — di un relativismo ateo ( nomina nuda tenemus ), affermato con la consueta leggerezza dall’apparenza svagata, ma in realtà non scalfibile. 

 

La delusione, non mi ha impedito, per quanto mi riguarda, l’affetto sincero e ora il dispiacere perché non avremo più battute come quella che gli sentii dire nel nostro primo incontro: «Se Pascal abitasse nel mio condominio ci saluteremmo con educazione ma non ci frequenteremmo proprio. Se, invece, sul mio pianerottolo ci fosse Tommaso d’Aquino, alla sera giocheremmo a briscola, ma finiremmo per litigare e andare per avvocati. E magari mi denuncerebbe alla Digos per sospetto di terrorismo». 

 

Per una mia Inchiesta sul cristianesimo (il titolo del libro che uscì da molti dialoghi, soprattutto con ex credenti, per capire le loro ragioni) passammo insieme un pomeriggio milanese di cui approfittai non per parlare genericamente di cultura, ma di fede, di vita, di morte. A lui che conduceva il discorso verso la filosofia, replicai di lasciare le schermaglie verbali e di venire al concreto. La scommessa per Dio o contro Dio nasce più dal vissuto esistenziale che dall’argomentare teorico. 

 

Per quali motivi (ammesso che sia in grado di decifrarli) uno che abbracciava il Vangelo — e con tanto fervore — come il giovane Eco, decide di ritirare la sua speranza nel Cristo? Mi parve, con tutto il rispetto, che gli argomenti della sua risposta non sfuggissero al sospetto di essere stati elaborati post factum , per razionalizzare un ripudio venuto dal cuore e dalla vita più che dalla ragione. Glielo dissi. Fu pronto a replicare, con sincerità: «Le concedo volentieri che, qui, qualunque “prova” o ragionamento serve solo a convincerci di ciò di cui già siamo convinti. È vero: l’aspetto razionale non basta a spiegare la mia storia. Ma non basta neppure quello biografico. Altri che hanno avuto vicende simili alla mia sono rimasti credenti. Mi è parso che la perdita della fede sia stata come l’interruzione di un circuito elettrico. Le cause vere, profonde? E chi può dirlo?». 

 

Parlammo della morte: un dramma che, mi disse, viveva nella carne, da quando suo padre morì in modo inaspettato. «Sono passati tanti anni da allora, ma ci penso ogni giorno. Io non cerco, alla Freud, di vendicarmi di mio padre, ma di vendicarlo. Anche da qui il mio darmi da fare sul piano professionale. Io, un collezionista di onori, come qualcuno dice? No, uno che vuol dare al suo genitore le soddisfazioni che sperava di avere da suo figlio e che non ha avuto». 

 

Eco, gli chiesi, dov’è suo padre? Dove sono tutti i morti? Dove saremo noi pure? Rispose: «Al di là di quelle porte di bronzo c’è il caos, il buio. Oppure c’è il Nulla o un deserto piatto e desolato, senza fine». 

 

La morte, gli ricordai, è la scommessa per eccellenza, aperta a molti esiti possibili. E se avessero ragione coloro che dicono che sarà Gesù il Cristo a venirci incontro? Non sembrò esitare, come chi ci ha più volte pensato: «Senta, se per caso quel Nazareno c’è davvero e vuole imbastirmi un processo, gli dico più o meno le cose che sto dicendo a lei: ho ragionato così e così e sono giunto alla conclusione che non eri tu ad aspettarci. Credo che potremmo giungere a patti ragionevoli. Se invece è il Dio crudele e vendicativo di certe sette protestanti, allora meglio non avere a che fare con lui. Mi mandi pure all’inferno, dove almeno c’è gente per bene». Una pausa e poi: «Ma guardi che sono convinto che se davvero un Dio ci fosse, sarebbe quello di quel san Tommaso con il quale in vita avrei litigato, ma che era un uomo col quale, malgrado tutto, sulle cose che contano si poteva ragionare». 

 

 

Ora, pure Umberto Eco «sa». E al rispetto che da parte di ognuno merita una vita tanto operosa, i credenti, con discrezione pari alla convinzione, aggiungeranno una preghiera davanti a una bara per la quale — con coerenza, senza ipocrisie — non si è voluto una presenza religiosa.