In morte di Dario Fo


 In morte di Dario Fo
14 ottobre 2016

 

 

 

 

Renato Palazzi per il Sole 24 Ore 

Quando, nel 1997, fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura a Dario Fo furono in molti a storcere il naso.

In effetti, la portata assoluta di quel riconoscimento – che in campo teatrale era stato assegnato, in precedenza, a giganti come Pirandello, Shaw, Samuel Beckett – apparve sproporzionata rispetto agli effettivi meriti letterari di Fo, ossia all’autonomo valore dei suoi testi, al di là degli exploit interpretativi che egli ne ricavava. Al tempo stesso, parve giusto premiare la qualità istrionica dell’attore, del creatore di un personale stile espressivo, estendendo i confini dell’ambito letterario fino a comprendendovi quella particolare – e oggi attualissima – sfera creativa che definiamo scrittura scenica.

Credo che tutto il percorso teatrale di Dario Fo si sia svolto nel segno di questa duplicità, di questa contraddizione. Al di là della vasta e piuttosto alterna mole di testi che ha lasciato, lui è stato un genio del nostro teatro, ma il genio dell’invenzione estemporanea, del guizzo bruciante, del gesto che riesce a sintetizzare nella propria fulminante immediatezza un’intera argomentazione storica e sociale. Quando cercava di entrare nel merito delle sue intuizioni, di approfondirle, di sistematizzarle, diventava spesso verboso, ridondante, o ricadeva in quello che era sostanzialmente il suo vizio di fondo: la faziosità, lo schematismo di opinioni precostituite, la mancanza di dialettica.

C’era, in lui, come una febbre di bruciare le esperienze e di lasciarsele alle spalle: dopo gli esordi, nei primi anni Cinquanta, con gli sketch del Poer nano e con la partecipazione alle riviste satiriche Il dito nell’occhio e Sani da legare, a fianco di Franco Parenti e Giustino Durano, aveva conquistato il pubblico delle grandi ribalte commerciali presentando, con Franca Rame, una serie di pièce che per circa un decennio ne avevano fatto l’autore del momento: ecco dunque le farse Comica finale Ladri, manichini e donne nude, ecco le commedie Gli arcangeli non giocano a flipper, del ’59, Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri (1960), Chi ruba un piede è fortunato in amore (1961), Isabella tre caravelle e un cacciaballe (1963), Settimo ruba un po’ meno (1964), La colpa è sempre del diavolo (1965), La signora è da buttare (1967).

In questo repertorio, Fo aveva sfoggiato una sempre più consumata abilità compositiva e brillantezza di scrittura. Ma poi, a un certo punto, quegli applausi delle platee cosiddette borghesi, quei consensi, quel ruolo di pungente intrattenitore gli erano andati stretti. Aveva sentito, forse più per inquietudine esistenziale che per spinta ideologica, il bisogno di prenderne le distanze. La svolta era stata l’edizione di «Canzonissima» del ’62, che Fo e la Rame erano stati chiamati a condurre, ma in cui avevano toccato con mano i limiti della libertà consentita loro dal sistema: il tentativo di portare nella Rai di allora certe prese di posizione, certi umori caustici che in teatro venivano tranquillamente accettati si era risolto in proteste, censure e alla fine nell’allontanamento dei due dall’emittente pubblica. 

Questo passaggio risultò probabilmente decisivo. Non a caso il periodo più fertile, per lui e per la Rame, venne di lì a pochi anni e fu quello della militanza attiva, del collettivo Nuova Scena, dei circoli La Comune: usciti, al culmine del successo, dai circuiti teatrali “ufficiali” per cercare nuovi spazi alternativi nelle Case del Popolo, nelle Camere del Lavoro, avevano intrapreso la strada di un teatro agit-prop, di immediata ispirazione politica, che più avanti – dopo conflitti e scissioni – avrebbe dato luogo a spettacoli modellati sull’urgenza dell’attualità, finalizzati a una vera e propria contro-informazione: il testo cambiava di giorno in giorno, di ora in ora, nel tentativo di cogliere in diretta l’evolversi della cronaca quotidiana, catturando nell’azione le inchieste, i processi, i verbali della questura.

Questa idea di una drammaturgia in continuo divenire, costantemente aperta alla realtà, capace di inglobare le notizie e di tradurle all’istante in acri folate mimetiche, in pungenti improvvisazioni verbali e gestuali, resta secondo me il tratto più forte e originale di Dario Fo, ciò che ne fa un caso unico nella storia del teatro italiano. È in quella fase che egli scrive alcune delle sue opere più significative, Morte accidentale di un anarchico, il Fanfani rapito. Sono testi che, ovviamente, pagano un prezzo alla loro mutevole stesura, alla mancanza di una forma definita. Ma è attraverso di essi che si celebra il mito di Dario, voce teatrale dei movimenti della contestazione, punto di riferimento per la generazione scesa in piazza nel Sessantotto.

Un giudizio a parte va dato del Mistero buffo, che pur vedendo la luce nello stesso clima di quei giorni convulsi, e pur costituito da materiali che si andavano via via aggregando, sembra avere un assetto meno frettoloso e provvisorio: questo debordante collage di spunti della Commedia dell’Arte, di storie più o meno autenticamente medioevali, di racconti evangelici liberamente riadattati, di echi delle sacre rappresentazioni popolari, è probabilmente il suo capolavoro, quello che lo consacra come erede della grande tradizione dei giullari. È attraverso il Mistero buffo che egli mette a fuoco soprattutto l’idea del grammelot, lingua franca degli antichi comici, impasto verbale del tutto immaginario che a seconda delle necessità mette insieme, in un variopinto magma, accenti e vocaboli inglesi o francesi ed echi di dialetti, per lo più dell’Italia settentrionale: uno strumento duttile e scintillante, che ben si adattava alla sua fisicità sghemba e al suo talento stralunato.

Gli ultimi anni lo hanno visto spesso salire agli onori della cronaca, assai meno a quelli delle proposte artistiche. Dopo l’assegnazione del Nobel ha cercato di vestire i panni – che non gli appartenevano – del maître à penser, entrando nel dibattito politico, intervenendo a proposito e a sproposito sui più vari argomenti, ma sfornando testi sempre più prolissi e didascalici.

***

Giuseppina Manin per il Corriere della Sera
L’ultimo quadro, sul cavalletto nel soggiorno della sua casa-atelier, ritrae un uomo e una donna giovani belli nudi, abbracciati sullo sfondo di un giardino meraviglioso. Un Adamo ed Eva nell’Eden, dove Eva somiglia tanto a Franca e Adamo non può essere che lui, Dario. Un dipinto a colori vividi, ancora freschi, che Fo aveva completato poco prima del ricovero in ospedale.

E che adesso somiglia tanto a un presagio, una visione di un imminente ritrovarsi con la sua Franca in un luogo di luce e gioia. Chissà. Di certo quella tela è solo uno dei tanti segni di un legame capace di unire Fo e Rame per 60 anni e di andare persino oltre la morte. Di convincere un ateo curioso di Dio dell’esistenza di un «dove» in cui ritrovarsi.

Anche se Dario avrebbe rimandato volentieri l’appuntamento. «Sto lottando come un leone ma non so se basterà», aveva confessato due giorni fa all’amico Carlin Petrini che era andato a trovarlo all’ospedale Sacco di Milano dove era ricoverato da quasi due settimane.

Con Madama Morte, come la chiamava lui, la sfida era aperta da tempo. «È come giocare a ramino – aveva sussurrato sotto la maschera dell’ossigeno – Puoi vincere o perdere, ma conta la partita». Stavolta ha vinto lei, ma Dario non ha perso. Se ne è andato a 90 anni dolcemente, senza accanimenti terapeutici di sorta. Ma quelli come lui non se ne vanno mai davvero. Perché Fo non è stato solo l’attore e il drammaturgo che conosciamo, il pittore, il regista, il militante di sinistra fuori dal coro, il giullare che si fa beffe del potere, il Nobel che fa infuriare gli intellettuali scornati. Fo è stato un uomo di genialità e generosità straordinarie.

Innamorato di Milano e del suo Paese. Quindi critico di qualsiasi mancanza, come si fa quando si vuol bene davvero. E Milano, che in vita mai gli ha concesso un teatro tutto suo, che sì è «dimenticata» di festeggiarlo per il Nobel, ora comincia a scoprirne la grandezza. Primo segno i funerali laici sabato in piazza Duomo. Un omaggio della collettività preceduto dalla camera ardente al Piccolo Teatro Strehler, luogo emblematico perché lì tre anni fa si celebrò l’addio a Franca Rame, con Dario che raccontava a modo suo proprio la storia di Adamo ed Eva.

E il Piccolo ha segnato anche i suoi primi passi teatrali. Quando con Parenti e Durano debuttò con Il dito nell’occhio. Esordio folgorante di un giovane che pareva destinato a tutt’altra sorte. Figlio di un capostazione di Sangiano, sul lago Maggiore, si innamora della pittura, si iscrive a Brera, frequenta artisti come Crippa e Dova. Ma poi inizia a scrivere per la radio i monologhi del Poer Nano, e sempre più è attratto dal palcoscenico. La sua capacità di raccontare imparata dai «fabulatori» del lago, gli rende facile il gioco del teatro.

Fatale l’incontro con Franca. Erede della storica famiglia dei Rame, lo introduce ai segreti della Commedia dell’Arte. Bellezza folgorante, corteggiata da tutti, manda in tilt Dario inchiodandolo senza preamboli con un bacio, visto che lui non osa avvicinarla. Amore a prima vista, matrimonio borghese a Sant’Ambrogio, la nascita di un figlio, Jacopo. Un’unione salda anche se fuori dagli schemi. Insieme Fo e Rame danno vita agli scombinati titoli degli anni 50-60, Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare. Insieme debuttano in tv nella scandalosa Canzonissima del ‘62 che gli costò la messa al bando per 14 anni dalla Rai democristiana.

E poi il grande successo di Mistero Buffo nel ‘69, dove Fo rinnova la tradizione dei giullari raccontando tra sacro e profano storie di Bibbia e Vangeli, di papi tronfi e villani sagaci. Ma il ‘69 è anche l’anno di piazza Fontana. Storia e cronaca entrano nel teatro di Dario, che sera dopo sera riscrive le pièce in diretta sugli eventi. Così è per Morte accidentale di un anarchico, per Il Fanfani rapito, Non si paga non si paga, Pum pum! Chi è? La polizia. Sono gli anni ruggenti della Palazzina Liberty. Dove la polizia era un consueto fuori programma. Con grande divertimento di Dario, pronto a trasformare quell’imprevisto in una nuova farsa. Come farà anche anni dopo alle spese del suo «bersaglio preferito», Berlusconi, prima ridotto a feroce nanerottolo in Ubu Bas, omaggio a Jarry, poi trasformato in Anomalo bicefalo un Frankenstein con il corpo di Silvio e il cervello di Putin.

Un susseguirsi di satire al vetriolo, su cui Dario spandeva a piene mani il suo grammelot, folle assemblaggio di suoni e nonsense linguistici accessibili a tutti. Invenzione che, con l’imponente corpus drammaturgico, quasi un centinaio di testi, gli valse nel 1997 il Nobel per la letteratura. Accolto con entusiasmo all’estero, un po’ meno in patria, dove molti autori digrignarono i denti per esser stati scavalcati da un buffone irriverente. Che, come diceva la motivazione degli Accademici svedesi, «Seguendo la tradizione dei giullari medioevali dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi». Laudatio a cui Dario rispose ringraziando Ruzzante e Molière, e soprattutto Franca. Con cui volle spartire la medaglia in quanto coautrice di tante commedie.

Impossibile pensare l’uno senza l’altra. Quando Franca muore, il 29 maggio del 2013, Dario per la prima volta deve andare avanti da solo. Gli occhi celesti dolenti, eppure sempre curiosi e beffardi. Consapevoli che la vita, come l’amore e il teatro, spesso fa male. Al lutto di Franca si aggiungono quello di Jannacci, complice di canzoni irriverenti, da «Ho visto un re» a «El purtava i scarp del tennis» e quello recente di Casaleggio.

Ma è Franca a mancargli in modo lancinante. Con disperato furore e rinnovata vitalità Fo si butta nel lavoro. Un libro, un quadro, uno spettacolo dopo l’altro. Pazienza se il fiato gli manca sempre più spesso. Quando non ce la fa più, invoca Franca: «Aiutami!». E lei, in un modo o nell’altro, arriva a trarlo d’impaccio.

Mesi fa, nel cortile della sua casa di Porta Romana, era rimasto incantato davanti a una rosa sbocciata fuori stagione. Si era convinto che fosse stata lei a fargli quel dono. E il rosa della sciarpa più cara, quella di Franca, che lui indossava sempre, lo accompagnerà anche nell’ultimo viaggio.

***

Melania Mazzucco per la Repubblica 

È alto come una pertica, magro, coi capelli arruffati color argento, i calzoni di velluto stazzonati, fasciato nel maglione scuro a collo alto che all’inizio degli anni Settanta costituisce la divisa della gente di sinistra (la definizione non è ancora un insulto). Naso da pellicano e denti da castoro conferiscono al suo viso, che altrimenti sarebbe solo bello, qualcosa di irresistibilmente simpatico. Ho sette anni e lui è in piedi nel salotto di casa mia. Affollato: attori e registi bivaccano sui divani, fumano, sgranocchiano olive. Ma solo lui esiste, come fosse illuminato da un riflettore. Sta recitando, o racconta un aneddoto. Nessuno fiata, tutti sembrano mesmerizzati. Contemporaneamente parla, contraffà voci di uomini e donne, sgranchisce le lunghe gambe, agita le mani, si siede, schizza disegni a matita sul foglio bianco (è in corso una riunione sulfuturo del teatro italiano), si rialza, ride. Mi incanta, e insieme mi diverte. Si muove anche se è fermo. Irradia un alone palpabile di buon umore. L’ospite ha un nome breve come una sassata, che non si può dimenticare: è Dario Fo.È nato sul Lago Maggiore, ma in nulla somiglia all’acqua stagnante: è impetuoso e dinamico come uno scroscio di cascata. Il paesino è San Giano, in provincia di Varese, dove il padre, Felice, era capostazione. Una fermata così insignificante che i macchinisti la sorpassavano senza accorgersene. Scriverà nell’autobiografia della sua giovinezza ( Il paese dei Mezaràt) che «tutto dipende da dove sei nato». Ma in verità ci sono luoghi che esistono solo perché chi ci è passato ha saputo scoprirne la meraviglia. La sua infanzia è scandita dai traslochi decisi dalle Ferrovie dello Stato, che spostano Felice Fo lungo la linea dei binari – ora verso la frontiera svizzera, ora sull’altra riva: anni spensierati, di scherzi e giochi selvaggi coi figli dei contrabbandieri. Per secoli, i Fo sono stati muratori, e il nonno ancora viene chiamato “maister”, maestro. Dario Fo eredita da loro il razionale “pensare meccanico”, dal sarcastico nonno materno detto Bristìn (seme di peperone) la capacità di sparare battute feroci e il gusto del paradosso surreale e della bugia, e dai fabulatori della Valtravaglia la capacità di raccontare fatti ed eventi contemporanei in toni grotteschi e con una lingua fantasiosa, a volte inventata, frutto del crogiolo dei mille dialetti degli immigrati. Fo riconoscerà nei fabulatori all’improvviso del Mezaràt i suoi veri maestri dell’università della comunicazione. Le compagnie di giro, i marionettisti, i saltimbanchi itineranti gli inoculano il gusto del teatro: comincia a esibirsi per i compagni di scuola. A quattordici anni supera la selezione e viene ammesso al Liceo di Brera: deve alzarsi ogni mattina alle cinque e mezza per prendere il treno per Milano. Ma la carrozza diventa il suo primo palcoscenico: intrattiene i viaggiatori raccontando storie. Ogni giorno, per non ripetersi e non annoiarli, deve inventarsi nuovi lazzi. Affronta la guerra con burlesca incoscienza: la Repubblica di Salò intima ai nati del 1926 di presentarsi. Lui, diciottenne, crede di scampare alla Germania presentandosi all’artiglieria contraerea di Varese: lo spediscono ad addestrarsi a Mestre, che viene rasa al suolo dai bombardamenti alleati, e in una caserma di paracadutisti.Ma la guerra è vera, i rastrellamenti e i morti reali, i torti atroci: Fo il dissacratore riderà del papa, del governo, di tutto, anche di sé. Mai riderà del 1944 e del 1945.A Brera si è rivelato un pittore di talento (tra i maestri ha avuto Carrà). Ma ormai non gli basta. Prima la radio, poi il teatro lo reclama e se lo prende. Negli anni Cinquanta è rivista, farsa, commedia dell’arte, comica popolare; negli anni Sessanta e Settanta il riso diventa politico. Le sue commedie spernacchiano, deridono, denunciano: il suo nome precede ogni protesta, ogni dissenso. Con Franca Rame, che ha sposato nel 1954, forma un sodalizio definitivo: al tempo in cui la coppia tramonta e viene denunciata come anacronistico relitto borghese, la sua si rinsalda. Il pubblico, che lo adora, lo segue nel trasloco dai teatri alle case del popolo, nelle fabbriche, nelle tende, nelle carceri. Il contatto fisico è viscerale, l’assenza di barriere crea comunione fra attore/ narratore e spettatori. In quegli spazi scomodi, Fo dà tutto – voce, corpo, cuore. Il teatro fabulatorio che va creando prevede e quasi implica il rapporto ravvicinato col cantastorie. Ma è anche frutto di una necessità e di un abuso. Dario Fo deve essere visto dal vero, poiché non è più permesso al pubblico vederlo attraverso il filtro dello schermo. Dal cinema si è eclissato per incompatibilità, ma dalla televisione italiana è stato bandito.Nel 1962, dopo poche puntate e qualche battuta politica e irriverente satira di troppo, la Rai lo scaccia da Canzonissima, il programma di punta che conduceva con Franca: senza dichiararlo lo censura e lo esilia. Davvero la Rai si comporta con lui come la corte col giullare: il re gli concede di insolentirlo, ma non stabilisce il limite cui può spingersi – per zittirlo quando vuole. E lo fa. Dario Fo peregrina di sala in sala, per decenni: la fama internazionale cresce, diventa un simbolo, perfino un’icona. Ma fino al 1977 i telespettatori non devono saperlo.Il resto è noto. Negli ultimi quarant’anni, Dario Fo diventa davvero il “maister” – ma non nel senso del nonno muratore e nemmeno nel senso del poeta laureato nel 1997 dal premio Nobel, con stizzito scandalo dei benpensanti. Nel senso dell’artista del Rinascimento, demiurgo che tutto abbraccia. Teatro, politica, pittura, fumetto, romanzo. Diventa perfino professore d’arte – tiene lezioni trascinanti su Giotto, Correggio, Raffaello, Michelangelo, nella cui universalità creatrice di scrittore, poeta, pittore e manipolatore di materia grezza forse si riconosce.Ma mi piace ricordarlo come la prima volta che mi è apparso, in quel salotto, tanti anni fa. Quando alla fine della riunione è andato via, ho avuto l’impressione che fosse ancora lì, a parlare, scrivere, disegnare, sghignazzare. L’energia che sprigionava è rimasta nella stanza anche dopo che se n’è andato. Sarà così anche stavolta. Grazie, Dario.

***

Giuseppina Manin per il Corriere della Sera 

«Sono stato con lui tutte le notti. Di giorno si alternavano gli amici, ma alla notte Dario voleva me». Gli occhi stanchi, rossi di sonno e di lacrime, la barba incolta, Jacopo Fo si aggira spaesato nella casa del padre e della madre. Stupefatto di ritrovare la scrivania di Dario senza Dario, la poltrona di Franca senza Franca. «Era da luglio che stava male – ricorda —. Si era fatto vedere dal professor Poletti, luminare e amico, che ha confermato la diagnosi di fibrosi polmonare. Impossibile da curare, specie a 90 anni. Conoscendo Dario (Jacopo lo chiama sempre per nome, ndr. ), con saggezza gli aveva consigliato: “Continui come sempre, lavorare per lei è la cura migliore”». Terapia che Fo aveva seguito alla lettera.

«Il 1° agosto ha recitato all’Auditorium di Roma Mistero Buffo davanti a 3000 spettatori. E ha pure cantato. Quando gliel’ho raccontato, il medico ha detto: “Io sono ateo, ma questo è un miracolo”». Per andare avanti Dario le ha tentate tutte, i medicinali di rito, ma anche, «certi intrugli di sua invenzione a base di propoli e zenzero». Qualcosa funziona, visto d’estate che un giorno sì e uno no tiene banco davanti a centinaia di persone, per raccontare la genialità di Darwin, protagonista della sua ultima mostra di quadri.

Poi tutto è precipitato, e il primo pensiero di Jacopo è stato di evitargli inutili sofferenze. «Ogni persona ha diritto a una morte buona. Su questo fronte ho trovato una grande sensibilità tra medici e infermieri». Gli ultimi mesi per padre e figlio sono stati importanti sia dal punto di vista affettivo sia artistico. «Abbiamo portato a termine la sistemazione dell’archivio nel Museo Laboratorio di Verona, e da sabato partirà su Rai5 la prima di 25 puntate su vita e arte di Dario e Franca tratte dai documenti video del nostro archivio».

In altre 25 puntate le lezioni sul mestiere dell’attore che la coppia ha tenuto ad Alcatraz, la «libera università» dove opera Jacopo. «Due progetti cardine per i quali voglio ringraziare il ministro Franceschini e il direttore di Rai5 D’Alessandro». Avere per padre uno come Dario non è stato facile. «Ho dovuto staccarmi per trovare la mia strada, ma pur se passati i 60 anni mi sento ancora figlio. Lui per me resta un gigante. Anche di generosità. È stato un uomo ricchissimo che mi ha dato tantissimo. Spesso incontro persone che non conosco ma che mi abbracciano spiegandomi che Dario li ha aiutati. Non si può essere un grande attore se non si sa dare. Se non si prendono posizioni politiche a favore dei meno fortunati. A costo di farti mettere le bombe in teatro e farti rapire la moglie».

Anche per questo Franca è stata per Dario e per Jacopo così preziosa. «Non ci ha lasciati neanche da morta. È un discorso difficile: noi siamo atei, però anche no...».

Tra i tanti insegnamenti del padre, ne cita due. «Uno professionale, la prima volta che debuttai a teatro avevo paura ma lui mi rassicurò: “Tranquillo, hai davanti tanti amici. Si sono messi il cappotto per venire a vederti”. L’altro consiglio è squisitamente umano: “Segui quello in cui credi davvero. Camperai di più”». Dario ne è stato la prova.

***

Natalia Aspesi per la Repubblica 

Chissà se per l’ultimo saluto dei milanesi al grande Dario Fo compariranno ancora, chissà da dove, quelle bandiere rosse con falce e martello, quelle rose rosse gettate dalla gente, migliaia di persone lì dall’alba, quelle parole desuete, “Compagne e Compagni!”, quel canto ormai muto, “Bella ciao”, quel grido dimenticato, “Ora e sempre Resistenza!”.Era il 29 maggio 2013, davanti al teatro Strehler: pareva una scena anni ’70, invece era poco più di tre anni fa. La folla diceva addio con assoluto amore a Franca Rame: non la compagna di vita di Dario Fo ma la donna dell’impegno e della generosità, non la bellissima attrice e grande autrice, ma la straordinaria signora del coraggio e dell’indignazione, e quella del dolore e dell’umiliazione, della spaventosa violenza, delle torture, dello stupro subiti. “Ciao!” aveva detto Dario al feretro ricoperto di rose rosa, stordito e incredulo per la separazione e l’amputazione, per la nuova inimmaginabile vita che lo aspettava, una vita a metà, gli anni difficili della vecchiaia senza condivisione, senza ordine, senza tenerezza, e anche senza litigi, che sono il cemento delle vecchie coppie: senza Franca.Prima, era lei che gli organizzava la vita, come capita spesso alle mogli: chi andava a trovarli nella loro bella casa piena di ritratti di Franca dipinti da Fo, trovava lui che si muoveva leggero tra i divani e rilasciava le sue interviste con soave allegria; e lei al computer su cui negli ultimi tempi, brontolando, lavorava per l’immortalità del marito creando un grandioso archivio digitale che è stato donato all’Archivio di Stato di Verona: dove c’è tutto della loro vita, del loro lavoro e del loro tempo, ed è consultabile.Sopra la foto con le teste vicine e l’espressione gioiosa, c’è scritto: «Abbiamo vissuto insieme per tanto tempo una quantità di storie che in dieci libri non si possono ricordare». Ma l’archivio ricorda tutto e se per esempio digiti “stupro”, non solo c’è il monologo improvvisamente recitato da Franca una sera del 1978 in un teatro di Lucca, in cui per la prima volta raccontava la tragica esperienza che l’aveva distrutta, ma altre storie di altre donne che avevano subito stupri come lei.Era stata un azione fascista e forse organizzata da un gruppo di carabinieri, per punire Dario Fo che «dava davvero fastidio, apriva la testa alla gente e mio figlio faceva già attività politica», aveva poi detto Franca in un’intervista, «io ero la persona più debole, distruggendo me distruggevano tutti noi».A volte le mogli pagano di più, ma in questo caso anche la Franca era odiata. Perché era soprattutto lei anche a nome di Dario, ad agire, facendo imbestialire le forze dell’ordine ma anche il governo (presidente del Consiglio Andreotti, ministro degli Interni Rumor), al di là della televisione da cui del resto erano stati banditi, al di là del teatro, con le sale cui revocavano la licenza se ospitavano i Fo: era lei a impegnarsi in prima persona in quel Soccorso Rosso che allora aiutava i disoccupati, chi occupava le fabbriche, più di 500 detenuti politici e non, e le loro famiglie: prima che si formassero le Brigate Rosse. Ma non è stata solo la passione politica a spingere la coppia all’estrema generosità, economica e pure di impegno personale, sempre per l’iniziativa di Franca. Un giorno dell’agosto 1998, in vacanza a Cesenatico col marito lei confessò: «Sono proprio infelice e sto diventando noiosa». Insieme avevano deciso una cosa che li rendeva di nuovo antipatici, questa volta ai nuovi egoisti attaccati sempre di più ai soldi, e pericolosi per chi non voleva sapere nulla degli esclusi: il miliardo e 600 milioni di lire del premio Nobel a Dario, e lei quella sera era in quinta fila a dargli coraggio facendogli i segni della loro intesa, avevano deciso di darli in beneficenza. E naturalmente era lei anche a nome di Dario ad occuparsene e a soffrirne perché aveva scoperto che i disabili, allora, erano quattro milioni e mezzo, e come si faceva ad aiutare tutti, con una somma che pareva enorme e invece non era nulla? Tutti quelli la cui vita è estrema fatica, rinuncia, solitudine, bisogno e «che ci hanno straziato il cuore».Sempre insieme tutto, anche se anni prima Franca alla televisione aveva annunciato che intendeva separarsi da Fo: che non ne sapeva niente ma che poteva immaginarlo visto che Franca se ne era già andata di casa. Poi lei non ce l’ha fatta, forse più per lui che per lei: che pure ha continuato a confessare che del Dario non ne poteva più, ma lasciarlo era impossibile, la loro vita insieme era stata speciale nel bene e nel male. Come quando ci si sposa in chiesa (e loro lo avevano fatto) valeva anche per lei e per lui «finché la morte non ci separi».

***

Leonardo Coen per ilFatto Quotidiano 

Una volta, ospite nella sua casa romagnola dove poteva dipingere senza essere distratto dagli impegni milanesi, Dario Fo mi parlò della sua vocazione politica, cioè del teatro, o meglio, della parola che il teatro – il “suo” modo di far teatro – amplificava: “Sono figlio di un capostazione. Mio zio era capotreno. Mio nonno manovratore. È sui treni che ho cominciato a osservare il mondo. Ad ascoltare i loro discorsi. Mia sorella Bianca e io studiavamo all’Accademia di Brera, il treno che ci portava a Milano dal nostro paese sul lago Maggiore arrancava sbuffando, cinque ore di viaggio al giorno: ho cominciato a far politica su quel treno, discutendo su tutto e di tutto un po’. La guerra era appena finita, avevo scelto la facoltà di architettura e a Brera studiavo scenografia che divenne subito una passione. Quei viaggi erano una sorta di autocoscienza collettiva, senza saperlo avevo sperimentato diverse forme di comunicazione…”.

Quando Milano fu liberata, Dario aveva 19 anni. Non aveva fatto i conti coi Guf, ma aveva militato nella Repubblica Sociale Italiana: “Repubblichino lo fui solo in divisa, arruolato a 17 anni e mezzo. Ho cercato di fare il renitente, poi c’è stato il bando di morte per chi non si arruolava. O mi presentavo o scappavo in Svizzera. Mi sono arruolato per evitare sospetti sull’attività antifascista di mio padre. Fu una decisione presa coi partigiani”. Quando la cosa si riseppe, negli anni Settanta, Fo dapprima fu riluttante ad ammettere questo passato, poi lo ammise, mentre fioccavano le polemiche.

Dava fastidio la sua popolarità tra i giovani studenti e tra gli operai, i monologhi e le esibizioni del suo collettivo teatrale La Comune (spesso improvvisati in sit-in davanti a università o fabbriche) dove rivisitava la storia, demistificava la cronaca, irrideva i verbali ufficiali di polizia e carabinieri; una forza dirompente, dunque “politica”. Alla Palazzina Liberty di Milano il suo Mistero buffo diventò l’irriverente e spassoso manifesto di un sovversivo straordinario che si opponeva agli arbitrii autoritari, e spesso li subiva (arresti, sequestri, divieti di recitare).

Nel 1977 dice: “Il Pci non capisce il significato delle lotte dei giovani, non ha capito la proletarizzazione della scuola operata cinicamente dal potere. Non capisce la rabbia che sale, quella dei disoccupati, delle periferie. Non va all’origine delle cose, si limita a dire: ‘Dietro questa ribellione c’è il nuovo fascismo’”. Fonda Soccorso Rosso con la moglie, amica e complice Franca Rame. Sceglie le sale “povere” della città, va nelle cooperative, alle camere del lavoro, recita nei capannoni delle fabbriche, o in androni spesso gelidi, per affrontare i temi politici che più gli sono cari: sbeffeggia il trasformismo italiota, ironizza, trasforma in spettacolo i drammi e i misteri di Stato. Come Morte accidentale di un anarchico, manifesto del suo impegno. È un eroe all’estero, mette in scena da noi il punto di rottura della società. Operaio cade dall’impalcatura e si sfracella? No, dice in uno spot della campagna elettorale 1975 per Democrazia Proletaria, da noi uno così non muore, a due metri da terra si libra in aria come una farfalla… Il suo teatro è controinformazione: tanto da agire con enorme efficacia sull’opinione pubblica.

Seguendo il filo logico della sua arte di gran giullare che dileggia il potere, Fo approda all’M5S. Vi ritrova quello spirito “extraparlamentare” del Sessantotto e del Settantasette, col risultato che stavolta non sono le destre a esecrarlo ma le sinistre ad accusarlo di tradimento. Fo replica, “resto sempre di sinistra”, che non è la sinistra di Renzi. Nei grillini vede i figli e i nipoti dei contestatori di quarant’anni prima. Diventa una sorta di Manitù dei Sioux Cinquestelle. E scrisse a sei mani (con Casaleggio e Grillo), “il grillo canta sempre al tramonto”, in cui si racconta come era nato il Movimento: “Il mondo sta cambiando. Chi mi accusa di tradire, non lo capisce”. Lo disse pure nel 1977: “Il nostro lavoro era il risultato di un’esigenza che veniva dal basso, quella di migliaia di giovani operai, studenti, e anche borghesi, di sentire determinati discorsi e di avere spazi diversi. Solo dopo che hanno visto piazze e stadi pieni hanno cominciato a capire. Sempre in ritardo”.

***

Stefano Bartezzaghi per la Repubblica 

El bufôn zularôn cristianôn Zanni l’è giamò lì ch’el vüsa: «Franca!Franca! Indo’ te stet, ciò, che son quater ann che g’ho da dàtt un basin, òstrega». El vola e el vusa, vola e vüsa e sal par ona nivola, blanca che la par un montòn de pana montada che la finiss pü e da sü in cima sbrofa na valanga de tocch de nef, dulza. Ma dulza! «Me l’è bona» al dis el Zanni e süta ad andà sü cont i sö neuf alètt e boffa ch’el par el Fausto Coppi sul mür de Sorman. «Bestia, ‘me l’è grand sto cristo d’on montòn de nivola! Ciumbia!». De soravia, una luz, calda instess de quand vegn el sol dopo la fiòca, e la baita, el campanil, i montagn parenn disegnadd da un fioeu cont el lapis. «Uè, ti!», vüsa un quaivün. «Oh che stremìssi, te m’è fàa pagüra. Chi te set, el Mago?». El Zanni fàa piscinini gli oeuci, per védar in tuta quella luz, ma a moment se spetascia giò de la sorpresa. «Te se blonda, te gh’è certe curvassion de carrosseria: ti te set la Franca! Vegn chì ch’inscì, che te do on basin!». «Tento ti, pirlon d’on barlafüs balòss! Son San Pedar, cont barba e barbis, el prim de tucc i papon, papètt, papasc!». La vox del San l’è instess del tronn de quann vegn giò la büfera: «Ti à ciapà per i ciàpp i santi, i pret, i kirikett, e anca el sacher Pivion, e il Fioeu del Signör, e, boja d’un nimal, el gran Deus. Ti à biastemà, ti à ciapà a pesciade nel cü on papon di quei gross, ti à di’ raca del Fanfani, ti à embrazà el Grillus dei cinq stelash. E adess te vorèt i montagnon de pana dulza, e l’ambrosia? La Mistica Visiòn? Te se mato, ciò?». Lo Zanni, poer nano, trà giò il testòn: «l’è vera, te gh’è resön ti. Adess vo giò, dal Satanass». E pianz en grammelot, e voeur di’ naggott e ‘l dis tüsscoss cont, quei so vers de malnatt. Ma se sent na müsica alegra, cont’ i trombon, i trombet e le ghitare, tutt ön cor: «Tel lì, el Darion!». E gh’era l’Enzo, e el Giorgio, e el Beppe, el Cochi, el Renat, el Franco Parent, e davant a tucc la Franca, de bon, e tant alter amis. In un canton gh’era persin el Gianroberto con tücc i so ricc. Sorideva e ‘l cantava anca lü. Cosa l’è che te spètet, a bàter i man?

***

Marco Travaglio per il Fatto Quotidiano

Caro Dario, da dove cominciamo? Dalla prima volta, una ventina d’anni fa nella hall di un alberghino di Palermo, quando tu e Franca da una parte e io dall’altra litigammo fino a notte fonda sul caso Sofri-Calabresi? O dall’ultima, un pugno di giorni fa, quando ci sentimmo per immaginare come sarebbe stata bella una serata di artisti per il No al referendum? “Marcoooo? Qui è Darioooo!”. Iniziavano sempre così le tue telefonate mattutine (si fa per dire, visti i nostri incompatibili fusi orari), con quella tua voce in falsetto, squillante di fanciullesca freschezza e traboccante di incontenibile allegria e gioia di vivere. Una voce che s’incrinava appena solo quando parlavi di Franca (“L’ho sognata anche stanotte, bellissima, lei mi leggeva il Fatto, poi scrivevamo un pezzo per voi…”). Ora che l’hai raggiunta in quel Paradiso che non ho mai capito se per te esistesse o meno, con la sua sciarpa rosa attorno al collo, posso finalmente dirti quanto orgoglio ci desse sapere che il Fatto era il tuo, il vostro giornale. E quale privilegio fosse mettere in pagina i tuoi, i vostri articoli. E quanta serenità ci trasmettesse sapere che ci tenevi la mano sul capo. Non perché tu fossi un premio Nobel, cosa di cui ridevi spesso per fugare anche il più remoto sospetto di esserti intrombonito (“Per me la censura delle mie opere nella Turchia di quel coglioncione di Erdogan vale più di cento Nobel”, dicevi un mesetto fa).

Ora che tutti – anche chi ti ha sempre detestato e censurato – ti celebrano – come sempre in Italia – da morto, anzi proprio perché sei morto, per noi sarai sempre il Dario vivo. Vivo più di quanto nessuno sia mai riuscito a esserlo. Ripetevi di essere un uomo fortunato, per aver potuto fare e dire tutto ciò che volevi, e non sai quanto siamo stati fortunati noi a condividere tanti minuti con te. Anche, anzi direi addirittura, sul tuo stesso palco. La prima volta fu al Palavobis di Milano, nel 2002, quando ci ritrovammo grazie a Paolo Flores d’Arcais nel più grande girotondo contro le leggi vergogna di B.: 40 mila persone dentro e il doppio fuori. Tu stavi poco bene, avevi dato forfait e invece arrivasti a sorpresa all’ultimo, inscenando un frammento dell’Ubu Bas. Alla prima milanese dell’Anomalo bicefalo, mi facesti organizzare un dibattito introduttivo con alcuni magistrati. E quando tu e Franca vedeste Armando Spataro, aveste un lampo improvviso: “Spataro? Ma lei non è quello che tanti anni fa voleva arrestare nostro figlio Jacopo? E vabbè, acqua passata… Miracoli di Berlusconi!”. Finì in un abbraccio fra voi tre.

Un’altra ancora in Valle di Susa, con i No Tav, insieme a Beppe Grillo e Marco Paolini. Senza contare le decine di repliche di Mistero Buffo in giro per l’Italia. L’ultima fu qualche anno fa all’Auditorium di Roma. Dietro le quinte, prima di cominciare, Franca era esile e diafana come carta velina, la pressione a terra, in piedi per miracolo; tu, ormai mezzo cieco, fendevi le quinte aggrappato al braccio di una tua assistente. E noi seduti a bordo palco, perché la sala era tutta piena, a domandarci come avreste fatto, anzi se ce l’avreste fatta. Ma, appena si aprì il sipario, accadde il miracolo: tu cominciasti a saltare, cantare e ballare come una marionetta snodata, zompettando tra i cento personaggi del Bonifacio VIII e della resurrezione di Lazzaro; e Franca dritta come un fuso, elegante come una regina, a recitare Maria sotto la croce e le lezioni di orgasmo. Potere dell’arte e dell’adrenalina, che restituivano la vista e la grinta anche a Totò.

Mille sprazzi di memoria da un’amicizia nata per caso con quella litigata notturna, un’amicizia asimmetrica dove io prendevo e tu, voi davate. Soprattutto leggerezza. Pochi sanno quanto riuscisse a essere leggero un artista politicamente impegnatissimo come te. Libero anche dal tuo impegno e soprattutto dalla dittatura del politicamente corretto. Come quando fosti con noi nella difficile scelta di pubblicare a scatola chiusa il numero speciale di Charlie Hebdo dopo la strage in redazione. Quest’estate, il mattino dopo le polemiche sul presunto sessismo della vignetta di Mannelli sulla Boschi e “lo stato delle cosce”, al mio risveglio trovai la tua chiamata a vuoto sul cellulare: mi sa che Dario – mi dissi – stavolta non approva. Invece telefonavi per proporre un’intervista in difesa di Riccardo: “Marcoooo! Qui è Darioooo! Lo sai che devi fare? Devi scrivere in prima pagina a caratteri cubitali: ‘Scusate, rettifichiamo: la Boschi non ha le cosce, è puro spirito!’”. E giù quel bello sghignazzo rabelaisiano.

Molte cose vorrei dire del tuo impegno politico, costellato di qualche errore e di molti meriti: prima nella sinistra senza sigle, poi nei dintorni di Di Pietro e infine criticamente con i 5Stelle e convintamente per il No al referendum costituzionale. Ma oggi non è il caso: quel che volevi fare e dire l’hai fatto e detto tu, e di fronte alla tua grandezza ogni etichetta rischierebbe di rimpicciolirti. Questo vogliamo dire con la copertina-sberleffo “Vota Fo”: che hai sempre fatto politica contro ogni potere e mai da uomo di partito. E che, oggi più che mai, c’è bisogno di chi prenda non il tuo posto (mission impossible), ma almeno il tuo esempio. Infatti dal tuo impegno hai ricavato solo schiaffoni, insulti e censure, mai onori, prebende o poltrone. Quando ti davano del giullare e del guitto pensando di offenderti, ti facevi una bella risata e ringraziavi orgoglioso. Perché è questo che hai sempre sognato essere e, per tua e nostra fortuna, sei sempre stato. Ora, ovunque tu sia, continua – se puoi – a tenerci la mano sul capo. Salutaci Franca. E, se non ti dovesse servire, lancia giù la sua sciarpa rosa, ché qui fa freddino. Grazie.

***

Alberto Mattioli per la Stampa 

Lunedì mattina. La scena, l’ultima scena del teatro di Dario Fo, ha come palcoscenico il suo letto di morte, all’ospedale Sacco di Milano. Intorno ci sono i medici che vogliono mettergli la maschera dell’ossigeno. «Lui non voleva e allora ha iniziato una specie di monologo, raccontando che in scena di maschere ne aveva portate di tutti i tipi, allegre e tristi, e che quella non andava bene perché gli copriva la bocca e non avrebbe potuto parlare. Bene: li ha talmente affascinati che ci hanno rinunciato e si sono limitati a infilargli due cannucce nel naso».

Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food, ondeggia fra la voglia di ridere e quella di piangere. Lui di Fo era amico da mezzo secolo, «anzi, da 48 anni», precisione piemontese, e sarà lui sabato a ricordarlo in piazza Duomo, quando si celebrerà il funerale del premio Nobel ma anche di una certa Milano e di un pezzo di storia italiana. L’ultima volta, si sono visti lunedì pomeriggio, dopo lo show delle maschere. «Era più che lucido, lucidissimo. Si lamentava perché i farmaci che prendeva gli provocavano delle allucinazioni. “Sono drogato”, diceva. Però me le descriveva con una verve tale che gli ho obiettato: ma Dario, se le racconti così, vuol dire che sei cosciente. È stato un artista fino alla fine. Aveva perfino chiesto ai collaboratori di realizzare un paio di bozzetti di queste sue “visioni”. Abbiamo parlato per un’ora e mezzo, era un commiato e non lo sapevo, ma è stato un commiato felice».

Affabulatore fino alla fine. «Dario soffriva di un’insufficienza polmonare da anni. I medici erano sbalorditi che potesse fare tutto quello che faceva. Ha continuato a salire sul palco fino a venti giorni fa. L’ultima sua passione era Darwin, lo studiava, ne scriveva e aveva anche dipinto un paio di quadri sull’evoluzionismo. Voleva esporli all’ultima Terra Madre, non abbiamo fatto in tempo, rimedieremo l’anno prossimo. E parlava, parlava». Anche di politica? «Anche. Ma su un’ora e mezzo, non più di cinque minuti. Gli stava a cuore il referendum, e non svelo nulla se dico che era per il no, l’ha detto e ripetuto in tutti i modi. E poi parlava di Franca...». 

L’amore della vita. «Quando i farmaci gli davano queste allucinazioni sentiva delle voci. E una era quella di Franca. Niente di strano: il dialogo che avevano intessuto per tutta la vita è proseguito anche dopo la morte di lei. Dario la sognava, le parlava, la sentiva».

Fedele pure alle amicizie. «Quella con me iniziò quando venne a Bra a recitareMistero buffo. Poi aprimmo uno dei circoli della Comune, che all’epoca ospitavano i grandi artisti, e tornò. Quindi ci fu l’episodio della radio libera che continuavano a sequestrarci, e arrivò di nuovo. Quando inventammo Terra Madre, lui ne fu affascinato. Mi ricordo quando venne a recitare la fame dello Zanni davanti a diecimila persone, per metà contadini che arrivavano da tutto il mondo. Gli agricoltori del Burkina Faso o delle Ande ascoltavano il suo grammelot a bocca aperta e occhi sbarrati. Eppure rimasero incantati, e alla fine l’ovazione sembrava non finire mai. Per me, era un incrocio fra il Ruzante e Molière. Era davvero libero, perché non aveva timore di nessuno. Ed era impietoso con l’ipocrisia e i potenti, ma pieno di amore per gli umili».

Adesso proprio a «Carlìn» toccherà ricordarlo. Non sarà facile trovare le parole per chi aveva fatto della parola la sua arma... «Non so ancora cosa dirò, non ci ho ancora pensato, adesso sono troppo emozionato. Mi tremano le vene e i polsi, ma glielo devo». A proposito di parola: qual è la prima che le viene in mente, parlando di Fo? «No, parlando di Dario e di Franca, perché non bisogna dimenticare Franca: la parola è generosità. A tutti i livelli, umano, artistico e politico. Hanno dato tutto per quello in cui credevano. E io in tutta la mia vita non ho mai conosciuto qualcuno generoso come loro due». 

 

***

Mattia Feltri per La Stampa

Sarebbe forse un errore attribuire a Dario Fo - come fanno molti antipatizzanti - una volatilità ideologica, per le militanze dall’estrema destra all’estrema sinistra, fino ai cinque stelle. Ma a guardare bene, la vita politica del Nobel ha seguito una linea di coerenza espressa attraverso un ribellismo giovanile simile a quello adulto e senile: il giuramento di fedeltà al manifesto di Verona, fondativo della Repubblica di Salò, contemplava la lotta per l’«abolizione del sistema capitalistico interno e contro le plutocrazie mondiali» che tanto assomiglia alla dichiarazione d’intenti del Soccorso Rosso, la struttura degli Anni Settanta che si riprometteva di «sostenere compagni incarcerati nel corso delle lotte antifasciste ed antimperialiste a livello nazionale ed internazionale». Il linguaggio è soltanto leggermente diverso, da «plutocrazie» si passa a «imperialismo», ma è comunque una dichiarazione di guerra alla società occidentale, o almeno a quella maggioritaria, capitalista e liberale, che si è opposta prima al nazifascismo poi al comunismo vincendo entrambe le sfide. 

Ora, va specificato che Fo ha sempre ridimensionato la sua partecipazione da volontario al fascismo della bella morte di Salò, prima dichiarandosi una quinta colonna della Resistenza, poi uno che cercava di «salvarsi la pelle», e sarebbe comunque ingiusto attribuire valore storico alle sentenze di tribunale che autorizzano a definirlo «rastrellatore». Ma, insomma, una linea fra quelle due fasi della vita, disconosciuta la prima e rivendicata la seconda, è abbastanza visibile e anche dolorosa. La Repubblica sociale era nata, fra l’altro, qualificando stranieri «gli appartenenti alla razza ebraica» e «appartenenti a una nazionalità nemica». In uno spettacolo teatrale del 1972, al feddayn (che dava nome all’opera) si consegnava la dimensione di «nemico numero uno dell’imperialismo, del sionismo e della reazione araba».

Anni dopo, rifacendosi a un testo di Nelson Mandela, Fo ha paragonato la situazione dei palestinesi a quella dell’apartheid sudafricano e, ancora di recente, in un’intervista per i suoi novant’anni, ha sostenuto che gli ebrei si avvalgono della «loro brutalità contro chi segue altre religioni». Sono frasi per cui Fo si è guadagnato esorbitanti accuse di antisemitismo, almeno per il Fo post-Salò, ma l’antisionismo, quello sì, era orgogliosamente rivendicato. Ed era parte fondante dell’antimperialismo che lo ha condotto ad analizzare l’11 Settembre prima come una reazione dei poveri sui ricchi («questa violenza è figlia legittima della cultura della violenza, della fame e dello sfruttamento disumano»), poi a fare da voce narrante di un documentario cospirazionista scritto da Giulietto Chiesa, e secondo il quale gli attentati del Wto e del Pentagono erano strumento di un grande complotto a sfondo petrolifero. Proprio come succede sempre, disse Fo, «fin dall’omicidio Kennedy».

Per un intellettuale di tale formazione era naturale finire dalle parti di Beppe Grillo. Alla lunga il sugo è sempre quello: la realtà offerta è una realtà contraffatta: il mondo occidentale è basato sullo sfruttamento di pochi forti su molti deboli, e con la collaborazione della menzogna.

Del resto sono sentimenti ai quali è in parte ispirata la terribile lettera del 1971 all’Espresso - firmata da Fo e da parecchi altri - nella quale si giudicava il commissario Luigi Calabresi colpevole della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, e nella quale si proclamava una ricusazione di coscienza «rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni». Era soltanto una grande recita a cura di istituzioni statali a cui non era più riconosciuta cittadinanza. Soprattutto al commissario Calabresi, che in quel coro furente era indicato come agente della Cia, e cioè avanguardia degli oppressori, gli imperialisti, gli oscuri nemici di sempre.

***

Adriano Celentano per il Corriere della Sera
Ehi, Dario... Dario!... Non far finta di non sentire... tanto lo so che mi senti... e mi vedi... Continui a camminare voltandomi le spalle perché non vuoi farti riconoscere... e non vuoi ammettere che avevo ragione... Tu sarai anche stato un Nobel e qui sulla terra hai fatto cose grandiose. Hai rivoluzionato la cultura del modo di essere e restituito la dignità agli oppressi. Cose grandi certo, eri sulla terra, più di quello che hai fatto non potevi fare. Ma di cielo? Di cielo no, di cielo non hai mai capito niente.

E ti divertivi a classificarti fra quelli che non credono. Ma come si può essere così GRANDI, come lo sei stato tu, e al tempo stesso così ignorante??? Questa cosa mi fa incazzare! Una mancanza questa che poteva far crollare l’intero asse del Nobel. Ma loro, quelli che ti hanno premiato, non sono scemi. Quel Nobel te l’han dato a ragion veduta. Se ne son fregati di quello che tu erroneamente sbandieravi. Magari lo facevi apposta per far contenta la tua amata «sinistra», oggi a dire il vero un po’ ammaccata, per andare invece contro la chiesa che di scandali, e sono d’accordo con te, ne ha accumulati non pochi. Ci sono dei filmati che ti ritraggono durante la premiazione, avevi lo smoking, ma la cosa più smagliante era la tua espressione. Un’espressione attraverso la quale non si poteva non leggere quello che sei dentro. È la tua anima che hanno premiato. Ecco perché da lassù, il PADRE, ogni volta che tu ti proclamavi ateo si sganasciava dal ridere a tal punto che provocava spaventosi temporali su tutta la terra. Tu hai sempre creduto caro Dario, solo che non lo sapevi. Oppure lo intuivi ma non volevi ammetterlo. Come stai facendo adesso. Continui a camminare e non ti volti per non dirmi «sì, Adriano avevi ragione il Paradiso esiste davvero!!!». Ma non lo dici. La luce aumenta ma tu non ti volti e ad ogni passo che fai, un pezzo del tuo vecchio e malandato corpo si stacca dal cielo per cadere sulla terra che invecchia gli uomini. Sarebbe curioso, direi quasi spettacolare, se di fronte alla prova schiacciante della tua ritrovata ed eterna giovinezza tu avessi la forza di dire al Padre che sei ateo. Tu saresti capace...

***

Marco Belpoliti per la Repubblica 

Le mani e il sorriso, e quindi i movimenti delle braccia e delle gambe: Dario Fo è stato il perfetto erede della tradizione dei guitti, dei buffoni e dei giullari, dal tardo Medioevo all’età moderna. In scena c’era il suo volto, mobile e insieme fisso, come una maschera, in cui spiccava il sorriso spesso beffardo, teso al contatto visivo con gli spettatori; poi le mani, mai ferme, gesticolanti, eppure sempre in perfetta sintonia con la voce e con le espressioni del viso. Le mani per amplificare il detto, sottolineare, o anche per contraddire, ciò che narrava, mani che commentavano e allargavano l’azione scenica. Mani rapide, veloci, mentre il tronco, ricoperto da un certo punto in poi da vestiti scuri (calzoni e dolcevita nero), restava tutto sommato immobile. Per Fo è vero quello che Merleau-Ponty ha detto una volta: la voce è un gesto. Le varie voci in falsetto, voci ventriloque, che moltiplicavano i personaggi in scena senza mai farli apparire fisicamente, ma solo attraverso variazioni tonali: vocine, voci flebili, voci trombonesche, voci sessuate e voci asessuate. Il guitto e il giullare agiscono così: amplificano e fanno crescere il racconto, un’intera galleria di personaggi abitano il suo corpo. Il guitto prende forza dal proprio pubblico, dalle risate, dagli applausi, persino dai silenzi, e seduce gli spettatori attraverso il corpo, che è un corpo matto: contiene un impulso disordinatore e al tempo stesso si alimenta di un ordine che è cosmico. Fo era abitato dalle voci, i gesti uscivano da lui come da un “posseduto”. Il personaggio che ha interpretato con più bravura è senza dubbio quello del Matto. Non lo Stolto della Commedia, ma proprio il Folle, che vive nel suo corpo la pluralità del mondo, degli uomini, degli animali, delle piante, e soprattutto delle parole di cui è il devoto e umilissimo servitore.

***

Silvia Truzzi per il Fatto Quotidiano 

Dario non è mica morto. No, no. È solo andato a trovare Franca, che gli mancava troppo. Ci lascia soli? Per niente: l’eredità che resta è immensa, perché nella lunghissima vita non ha mai fatto mancare la sua voce. Ricorre in queste ore un aggettivo, “libero”, associato alla sua persona: lo dicono in tanti. Del resto è semplicemente la verità, anche se quand’era tra noi questa sua insopprimibile libertà in pochi la amavano, quasi nessuno sapeva maneggiarla. Anzi dava fastidio, come diede fastidio – per piccineria, invidia, cieca partigianeria – l’assegnazione del Nobel nel 1997.

L’Italia, a uno dei suoi più illustri figli, ha riservato troppo spesso scherno e disprezzo, incapace di separare il talento dalle posizioni politiche. Quando nacque il Fatto, nel 2009, Dario e Franca erano a bordo prima che uscisse il giornale: un legame che non si è mai spezzato. Siamo sempre stati dalla stessa parte, cioè dalla parte di nessuno. Ci siamo incontrati in quel posto chiamato “nessuna parte”, che non vuol dire “non prendere le parti”, ma solo scegliere di volta in volta dove sedersi, senza badare a quali segnali stradali il potere indichi; sbagliando magari, ma per conto nostro.

Chiamava spesso noi della redazione – come faceva un altro grande intellettuale e papà del Fatto, Antonio Tabucchi – “per saperne di più”. I giornali se li faceva leggere di mattina presto e spesso era a quell’ora che chiamava, trovando qualcuno di noi spento e qualcun altro assonnato. Ma a Dario – guai a chiamarlo maestro! – non si riusciva a dire no, anche per l’urgenza che trasmetteva la sua voce. Bisogna sapere, qui e ora. Voleva capire tutto quello che poteva del mondo, si arrabbiava per le leggi bavaglio contro la pubblicazione delle intercettazioni come per il taglio di alberi centenari. Tutte le volte che leggeva di tangenti e corruzione, gli scappava il riflesso evangelico, quel famoso “Settimo, ruba un po’ meno”. E diceva: “Per loro il motto è: non importa quanto rubi, l’importante è che non lo scoprano”.

L’anno scorso, alla vigilia dell’Expo, era intervenuto: voleva sapere cosa sarebbe stato dopo di quelle aree. “Mi piacerebbe capire cosa ne faranno. Non vorrei che facesse la fine delle piscine di Roma. Ecco così faccio gufo”. Negli anni di Berlusconi (a cui dedicò il delizioso Anomalo bicefalo) non si contano le sue prese di posizione contro le leggi vergogna. Ma non erano solo gli impuniti potenti di casa nostra a interessarlo. Telefonava e diceva: “Mi è capitato fra le mani un contrasto di Molière proveniente dal Don Giovanni nell’edizione censurata dopo il debutto di Parigi nel 1665. È il finto pentimento, quando lui spiega ‘se ho detto di voler correggere la mia condotta e darmi in pasto a una vita d’uomo onesto si tratta soltanto di una trovata che ho architettato per calcolo politico’. Non è attualissimo? Lo volete un pezzo?”. Oppure chiamava per annunciare: “Ho scritto una lettera alla Regina Elisabetta. Deve far qualcosa per i bambini siriani che la Camera dei Comuni ha respinto. Deve fare qualcosa”.

 

Dario era un uomo gioioso e rideva spesso, usava la farsa per ridicolizzare le cose serie e intoccabili, era affascinato dai dogmi, dalle strutture di potere. Provava a scardinare i luoghi comuni, la propaganda, gli slogan. E aveva timidezze insospettabili per un uomo abituato al palco. È stato difficile convincerlo a fare un’intervista in occasione dei suoi novant’anni: “Ma io non ho fatto nulla di rilevante, compio soltanto gli anni. Non capisco cosa ci sia di straordinario. Vabbè, vediamo come viene”. Dopo la morte di Franca di lei parlava spessissimo e con molto pudore, perché non voleva violare la loro intimità, ma contemporaneamente doveva essere chiaro che “senza di lei non sarei nulla”. Alla Festa del Fatto, nel 2013, ci aveva regalato un monologo sull’inciucio. Ma era la prima volta sul palco senza Franca: “È dura, durissima”. Due settimane fa ha chiamato: voleva delucidazioni sull’Italicum e sul rapporto con la legge di revisione costituzionale. Ne ha fatto un pezzetto teatrale perché la faccenda – la genesi, la fiducia, i supercanguri, la marcia indietro della maggioranza – era davvero una cosa da ridere o piangere, a seconda dei punti di vista. Non piangere è quello che proviamo a fare in quest’ultima riga destinata ai saluti: pensiamo a Brunetta e ci facciamo una risata.