  Intervista ad Alessandro Baricco

 

3 maggio 2012

 

Abbiamo incontrato lo scrittore Alessandro Baricco al Teatro Palladium, dove ha tenuto una lezione sulla scrittura creativa e su come si scrive. Lui stesso ha sostenuto che non ha un metodo di scrittura e che scrive quando vuole, quando ha tempo e quando c’è la giusta ispirazione. L’unico suo punto di riferimento, afferma, è il solito quaderno su cui scrive. Metodo o non metodo, gli abbiamo rivolto alcune domande sulla scrittura e non solo.

Lei è laureato in filosofia, come si è scoperto scrittore? Quando e come l’ha capito?

Abbastanza casualmente. Io all’inizio scrivevo solo di saggistica e quello sembrava essere il mio destino. Poi alcuni amici mi hanno spinto a scrivere insieme a loro un film per partecipare a un concorso e scrivendo questo film, invece, ho capito che mi sarebbe piaciuto scrivere anche delle fiction. Il cinema, però, era più lontano e più complicato mentre scrivere libri mi sembrava più immediato e più semplice.

Quindi secondo lei quanto influenza la laurea su quello che si va a fare dopo? Vedendo la sua parabola: da filosofo a scrittore…

Non bisogna prendere la scelta della facoltà come una scelta fatta una volta e per sempre, perché una persona può anche iniziare in un modo e poi prendere altre strade. Nel mio caso studiare filosofia è stato molto importante oltre che molto bello.

 

Lo scrittore torinese Alessandro Baricco

Inoltre penso che abbia anche segnato il mio modo di fare lo scrittore, perché comunque la filosofia dà un tipo di piacere per la logica, per le forme, per l’armonia della geometria, che poi si deve mettere in pratica nella scrittura.

Parlando sempre di scrittura: lei insieme ad altri soci ha fondato la scuola Holden; pensa che sia possibile insegnare a scrivere? Non crede che anche nelle università si dovrebbe cominciare a fare delle lezioni e degli esami sulla scrittura?

Nelle università no, però credo che bisognerebbe fare dei corsi di scrittura creativa nelle scuole medie e nei licei. Nelle università è un’altra cosa. Per quanto riguarda se sia possibile insegnare a scrivere, io penso che scrivere è come correre: correre è naturale, tutti corrono e correre meglio può aiutare nella vita. Un maestro o un allenatore ti possono insegnare a correre meglio e ad allenarti. Avviene lo stesso anche nella scrittura.

 

Rimanendo ancora sul tema dell’università: nell’opinione comune le materie umanistiche sono molto sottovalutate. Cosa risponderebbe a coloro che vantano una superiorità della cultura scientifica?

La cultura scientifica è molto importante. Credo che sia giusto dare tutta l’attenzione dovuta a questa, però noi dobbiamo sicuramente conservare una certa consuetudine con l’umanesimo che costituisce una parte forte e fondamentale dell’intelligenza europea.

 

Lo scrittore Alessandro Baricco

Sarebbe stupido svendere o rinunciare a questo patrimonio. Naturalmente bisogna farlo in modo contemporaneo, non solo conservativo.

Lei nell’Iliade scrive- anzi fa dire a Tersite quando si rivolge a Nestore- «E nei suoi occhi vedere morire la guerra, e l’arroganza di chi la vuole, e la follia di chi la combatte». A fine libro, nella postilla sulla guerra, lei ha definito l’Iliade un monumento alla guerra, insistendo molto su questo tema. Ma parla anche del ruolo delle donne, del lato femminile di questo poema omerico e di come loro, al contrario degli uomini, cerchino la pace. Pensa che anche oggi sia così e che la lezione dell’ Iliade sia valida anche nella nostra società?

 

No, oggi le cose sono molto meno elementari e primitive. L’Iliade disegna un quadro originario, un mondo in cui il ruolo degli uomini e delle donne è in un certo tipo e sicuramente oggi è molto cambiato. Quindi penso che l’Iliade sia molto utile per sapere da dove veniamo e allora è certamente utile capire che c’era un elemento maschile, dinamico e aggressivo per cui la guerra era inevitabile. Dall’altro canto c’era invece un elemento femminile che pensava di più alla conservazione della specie cioè alla pace, alla difesa, alla salvaguardia di ciò che si aveva. Questo è il luogo da cui veniamo. Oggi invece la situazione è molto meno schematica di prima.

Lei ha definito il protagonista del suo romanzo Seta in questo modo «Era d’altronde uno di quegli uomini che amano assistere alla propria vita, ritenendo impropria qualsiasi ambizione a viverla». Un giudizio a dir poco negativo. Che rapporto ha con i personaggi dei suoi romanzi? E in base a quali criteri, scelte li inventa?

I personaggi dei miei libri sono soprattutto dei destini, delle traiettorie di vita ed è quello che mi viene in mente per primo ed è quello che mi piace raccontare. Poi si aggiungono dei tratti caratteriali, fisici, un certo stile. Si costruisce così il personaggio. Però i miei personaggi sono soprattutto delle persone che sono avvolte intorno a un destino. Ed è il destino ciò che mi interessa di più. In questo caso, il protagonista, sa appunto che sta in questa traiettoria e non è lui che sceglie. In tutta la storia di Seta lui solo una volta decide. Per il resto sono gli altri che prendono decisioni per lui. È un personaggio abbastanza instradato.

 

L'ultimo libro dello scrittore

 Una volta solo dice no, quando resta in Giappone per cercare la donna di cui si era innamorato. Comunque non è un giudizio né negativo né positivo, è la descrizione di una tipologia umana.

Un docente della nostra università, il professore Giulio Ferroni, ha avuto degli scontri con lei: come ha vissuto l’esperienza di essere stato criticato da un docente e critico letterario di rilievo come Ferroni?

 

Mi sarebbe piaciuto di più se lui avesse amato i miei libri, però non è stato così. A volte in persone molto erudite c’è una forma di spocchia e di un esubero di sicurezza o forse anche di un briciolo di stanchezza, di pigrizia che impedisce di comprendere cose nuove. Magari poi ha ragione lui e i miei libri non sono belli. Però conta molto il modo e il tipo di cura che hanno, quelli a cui non piacciono i tuoi libri, nel dirlo.

Lei è anche regista e sceneggiatore, che cosa pensa della trasposizione cinematografica dei libri? E che caratteristiche dovrebbe avere un libro per diventare un film?

 

Non ci sono delle caratteristiche standard. Il fatto che un libro diventi film è dato semplicemente dall’innamoramento di un regista. Allora il regista praticamente ruba la storia e la fa sua. Questo è quello che avviene. Quando questo accade direi che è perfetto, al di là della bellezza del film. Altre volte, purtroppo, si fa per fini commerciali, soprattutto quando un libro ha molto successo. Quando invece è una forma proprio di fascinazione e di desiderio fortissimo di appropriarsi della storia e di raccontarla con la propria voce, allora è molto bello.

 

http://it.wikiquote.org/wiki/Alessandro_Baricco