  CERCO EDITORE PER NON SCRIVERE

UN’INTERVISTA A ALDO BUSI

di minima&moralia 28 gennaio 2014

 

Ringraziamo La Lettura del Corriere della Sera per averci consentito di mettere on line quest’intervista di Cristina Taglietti a Aldo Busi uscita domenica 26 gennaio.

Segnaliamo anche con piacere il sito internet Altriabusi, curato da un gruppo di lettori di Aldo Busi allo scopo di divulgarne l’opera.

La casa di Aldo Busi a Montichiari è a ridosso di un vecchio mulino. È un’antica costruzione del Seicento su tre piani. Fuori l’intonaco è color glicine, dentro il rosa e il bianco dei muri incorniciano opere di artisti contemporanei che lo scrittore ha scelto per le copertine dei suoi libri. «Questa casa è tabù, scannatoio sessuale non lo è mai stata neppure vent’anni fa, qui io scrivo… scrivevo… e basta, non ci viene nessuno e nessuno può entrarci, a parte un mio amico d’infanzia che conosco da quando avevamo 8 anni. Bellissimo e selvaggio, nella vita ha fatto marchette, il mantenuto di anziane prostitute, il carcerato, da ex drogato è sieropositivo da un quarto di secolo, ed è sopravvissuto persino a Berlusconi. Proprio ieri è venuto a dirmi che ha un cancro con la leggerezza con cui mi avrebbe comunicato che gli è spuntato il primo prezzemolo nel vaso in terrazza. Morirò prima io, lo sento, e sono felice per lui, ha talmente più voglia di vivere di me. E poi qui viene il fisioterapista, un signore perbene, discreto, onesto, una sfinge dal mutismo intelligente, mi rimette in sesto, mai letta una riga mia, s’è salvato. Ogni tanto prendo quattro faraone, gli butto in culo un ripieno con 25 elementi che mi porta via tutta la mattina per cucinarlo: amaretto, cacao, marmellata di mele cotogne, pinoli e la mandorla della pesca con quella punta di arsenico che dà un sapore unico, poi vado a distribuirle qui e là. Proprio come l’io narrante de El especialista de Barcelona. Stanotte ho fatto tre vaschette di lasagne, con il sugo di tre ore di cottura, la besciamella con la noce moscata, ne ho data una anche al fisioterapista, per fine settimana gli darò il baccalà alla vicentina. Io ci ho fatto colazione, con le lasagne. Buonissime». 

Sul bordo di alcune tele in cucina e sullo sportello del frigo ci sono foto di persone care, ma un patto cui è stato obbligato se non voleva perderle stabilisce che non ne parlerà mai più in alcun modo. «Infine, è l’unico compromesso della mia vita, ed è recente: fino a dieci anni fa avrei scelto di perderle».

Il 31 dicembre è scaduto il contratto decennale di Busi con la Mondadori, il che significa che da un mese un catalogo di circa 40 libri è sul mercato. Rizzoli ne ha acquisiti otto, tra cui Seminario sulla gioventù che ad aprile compie trent’anni, ma, dice Busi, «l’Adelphi l’ha rimosso, non ne ha mai più parlato, si vede che non ne sono mai stati veramente all’altezza, e all’estero gliel’ho venduto io, non loro. Fare questo contrattino con la Rizzoli è stata una fatica: nove mesi ci sono voluti. C’è un burocratismo, una lentezza esasperante. Io capisco che stare dietro a me non è facile perché ho una capacità di azione-reazione sincronica, non eguagliabile. Devi chiedere subito, con la massima chiarezza, le cose che normalmente si dicono dopo per falso pudore: costi, percentuali, condizione dei pagamenti, promozioni, spese. D’altronde io ho sempre avuto rapporti pessimi con tutti gli editori, anche con Bompiani, Feltrinelli. Lì, con entrambi gli editori, è difficile parlare, non vengono mai al telefono, le segretarie mi dicevano sempre: è fuori. Ma come? Ci sono i cellulari dappertutto, c’è la posta elettronica. Ancora ancora m’avessero detto, guardi, è fuori di testa… Così la traduzione di Alice nel Paese delle meraviglie l’ho tolta a Feltrinelli e data a Rizzoli. Guardi, è così bella che mi spiace per gli inglesi costretti a leggerla in originale. Mi è stato offerto proprio in questi giorni di tradurre I promessi sposi, ho declinato, tanto non avevano i soldi per coprire due anni e mezzo del mio lavoro».

Il rapporto con Segrate è finito in una sorta di indifferenza reciproca: «Un giorno, poco prima della scadenza, quando mi lamentavo che i miei romanzi non si trovavano in libreria, Antonio Riccardi mi disse: insomma, te lo dico fuori dai denti, gli italiani non vogliono i tuoi libri. Mai mi è stato fatto un complimento più grande e meritato. Ancora adesso una definizione per quello che scrivo è, purtroppo per il Paese, “spiazzante”. Avrei ormai diritto al minimo sindacale in omologazione, invece niente».

Ricorda che quando firmò il contratto decennale per i titoli pregressi con Mondadori ricevette un’offerta economica da un altro editore: «Mi dava in 5 anni quello che loro mi davano in 10. Io per correttezza non ho accettato. E mi sono molto pentito, non hanno promosso i miei libri, non hanno fatto nulla. Sono stati puntualissimi nei pagamenti, ma non ho mai trovato un corrispondente intellettuale al mio livello. La verità è che io sono fuori dai loro schemi. Non c’è un progetto culturale, nessuno degli editor attuali partecipa alla dialettica politica e civile sul Paese, ovviamente anche dovuto al fatto che la proprietà è di Berlusconi. D’altronde quando la Mondadori non riesce a far proprio El especialista de Barcelona significa che è proprio morta stamperia».

Dal contratto con Rizzoli, Busi ha fatto togliere la clausola di manleva che solleva l’editore dalle conseguenze patrimoniali che potrebbero derivare dai contenuti del libro: «È una cosa che fanno tutti gli editori, ma lo scrittore che la accetta è perché scrittore non è o perché, comunque, non gli si presenterà mai questa possibilità. Non io, perché io devo rispondere all’umanità passata, presente e futura di ogni parola che scrivo e devo avere l’editore che ne risponde con me. Altrimenti vado dal tipografo di Montichiari: allora sì, poveretto, lo sollevo da ogni grana eventuale».

Libertà di dire, libertà di scrivere. Busi la rivendica come strumento fondante dell’essere scrittore e quale scopo della sua vita: «La libertà per uno scrittore è come la pialla per il falegname. Io la intendo anche come libertà da me, dalla mia ideologia, dai miei estri, dalla parte indicibile… ma non per me… di ognuno di noi. Quello che ho scritto di me, nei libri, è, in termini di cattiveria e di diffamazione in senso corrente, infinitamente superiore a quello che chiunque altro può mai sognarsi di dire. Perché io racconto anche le fantasie censurate, la zavorra dei sogni, il logorio della psiche senza oggetto a sé esterno, snido quello che attraversa la mente prima di farsi parola ufficiale. E questo non lo fa nessuno: perché lì c’è l’inferno, e io volevo banalizzarlo superandone i limiti». Ma libertà per Busi è anche poter dire quello che vuole: «È libertà di denunciare e per farlo non devi essere ricattabile. Per non essere ricattabile devi fare di te stesso un esempio civile. Nonostante le calunnie di tanti fanatici, come quelli che scrivono sul web “Busi pedofilo infame”, io sono assolutamente mondo, sono un mondo pressoché immacolato, nessuno può dire niente di me. Non è che ne vada particolarmente fiero perché sull’altro piatto della bilancia c’è il peso, o la leggerezza, e quindi l’inconsistenza sociale, di aver fatto la mia vita da solo perché la strada che ho fatto io è difficilmente praticabile con qualcun altro al fianco o per qualcun altro tout court. Sono un modello insormontabile e questo mi ha creato “solitarietà”, non solitudine. Questa casa sarebbe piena di psicopatici marchettoni di entrambi i generi, cioè di comuni italiani, se io fossi quello che chiunque pensa debba essere uno scrittore: vanesio, narcisista, egotico, uno che vuole sempre avere un pubblico».

Il suo ultimo libro, E baci, l’ha dato alla Società editoriale il Fatto («nessun editore avrebbe avuto il coraggio di pubblicarlo») insieme a Sentire le donne che proprio in questi giorni sta rivedendo e che uscirà a maggio. Ma Busi non cerca un editore, almeno non per i nuovi romanzi, dal momento che conta di non scrivere più (l’aveva annunciato anche prima de El especialista de Barcelona, più di dieci anni fa). Ma non vuole essere paragonato ad altri grandi scrittori che recentemente hanno dato l’addio al libro. «Philip Roth doveva smettere vent’anni fa. Ha scritto certe ciofeche… Fa parlare le bidelle come se fossero uscite da Harvard». Smette di scrivere perché ha scritto abbastanza: «Ho vissuto tutta la vita con questa ossessione, dodici ore al giorno a scrivere e riscrivere, mai contento di me, sono contento di essermene liberato quanto di averla avuta. Tutto il resto è stato un riempitivo. Potevo essere casto, omosessuale, eterosessuale, marzianosessuale, non contava niente. Pur di scrivere mi sono ridotto a vivere: è una grande verità. Altrimenti che racconti? Anche se la scrittura non è la sublimazione di niente. Certo, la mia è stata una vita ratée, mancata. Sul piano esistenziale non ho avuto relazioni, non ho avuto amori, non ho avuto neanche sesso, se ci rifletto, perché è stata una cosa mia, fra me e me. Piacendomi gli uomini, per trovarne uno che appagasse la mia estetica in fatto di virilità, ho dovuto ripiegare su me stesso, e non ho mai smesso di piacermi. Quando mi prendeva capriccio di un’orgia cambiavo mano».

Nessun rimpianto per non aver avuto figli: «È uno dei più certi risultati della mia vita. Ogni tanto ci sono delle matte che mi chiedono lo sperma. E lì vedi il pregiudizio genetico, lombrosiano, criminale. Siccome io rappresento un genio — e lo rappresento perché loro sono delle stupide — partono dal presupposto che da un genio debba nascere un genio, come se poi, tra gli altri accidenti, non si dovesse tener conto anche del loro disgraziato apporto». Però Busi dice di credere un po’ all’ereditarietà. «Mia madre era un genio, analfabeta, ma con una forza primordiale, e mio padre era psichicamente potente, oltre a essere stato un uomo bellissimo. Aveva un fascino maschio d’antan, ma non era un selvatico, anzi, era piuttosto sofisticato nella sua crudeltà mentale, e leggeva parecchi giornali. Avrebbe aspirato a essere un ribelle, però era un vile dentro, come tutti i fascisti diventati democristiani. Qualcosa di furioso, ma molto controllato, da lui è venuto anche a me, ma in me più una forza bruta da domare che da lasciare andare, con la ragione mi sono divertito più intensamente e a lungo».

Lo spiega mentre ci trasferiamo al ristorante Salamensa («assaggiamo questa focaccia con la mortadella, prima, sembra stupendamente antica e irrinunciabile») dove ogni tanto va a presentare i suoi libri («sono venuto anche per E baci e in cambio, a parte un compenso simbolico che è finito tutto al fisco, gli ho imposto di regalare 280 chili di pane alla Caritas, ne abbiamo seicento di stomaci non tanto sazi»). Sul piano dell’educazione Busi riconosce di dovere molto a sua madre. «Sì, perché lei ti diceva no per qualsiasi cosa. Se non avevi guadagnato da mangiare non ti accettava in casa. Da bambino, avrò avuto 7 o 8 anni, mi costringeva ad andare a rubare l’erba per i conigli. C’era una contadina con una frusta lunga, di salice piangente che ti faceva malissimo se ti trovava col sacco in mano. Dai quattro anni mia madre mi dava da ricamare, esattamente come poteva ricamare il Delfino di Francia, una cosa da maschi. Ma io ricamavo per vendere i centri. Pensare a cosa avrebbe fatto lei in certe situazioni mi ha salvato spesso, perché io ho corso tutti i pericoli, ma allora avevo le antenne, sapevo essere temerario e guardingo allo stesso tempo. Adesso le antennine contro la pugnalata alle spalle non le ho più, semmai vado incontro al pericolo perché da vecchio sono molto distratto e non so riconoscerlo, non più perché mi dilettano le situazioni estreme anche in Paesi sudamericani o australiani e gli incontri al buio anche a Lambrate come una volta. Io non ho mai rappresentato un pericolo per nessuno, sono sempre stato amorevole e pacifico erotomane, senza fantasmi cattivi da far sfogare su una vittima ignara o accondiscendente che fosse. Insomma, come amante non sono mai stato un granché, cercavo di ammazzare un po’ di tempo tra un foglio e l’altro».

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Busi

 

  L'INTERVISTA ad Aldo BUSI

 

di Gabriella Colarusso 29 Settembre 2013

 

Omosessualità, Busi: «Italiani, dementi, leggete Boccaccio»

Barilla? «Spero fallisca». Papa Bergoglio? «Solo marketing». L'Aldo furioso a ruota libera su omofobia, Chiesa e Italia. 

 

In questo gran disquisire di famiglia, sesso, donne, omosessualità, tra aperture papali e scomuniche imprenditoriali, lo scrittore Aldo Busi si è fatto gay «militarizzato»: «Barilla mi auguro che fallisca. La sua pasta mi faceva schifo prima, adesso proprio non la toccherò mai più. C'è la tenebra nel suo Mulino».

Né concede misercordia, l'Aldo Furioso, all'imprevedibile Bergoglio che si interroga sull'(u)omo : «Fa buon marketing ma è solo ipocrisia. Nessuna vera volontà di cambiamento. Lui ha ancora in mente la famiglia come quella della Barilla».

ITALIANI, VIL RAZZA DANNATA. Vil razza dannata, questi «itagliani con la g». Osannano Dante, dimenticano Boccaccio, hanno in «odio la libertà». «Dementi che si mettono a sindacare sulla sessualità che non corrisponde alla loro, come se la loro fosse la Verità Naturale». Che poi, dice l'indomito scrittore - che ha appena dato alle stampe E Baci, edito dal Il Fatto Quotidiano - dalla stanza di un albergo pieno di donne e di prodotti, il problema vero è un altro: «Nessuno tromba più, non gratis, almeno. L'erotismo, la seduzione anche tra uomo e donna, sono assolutamente banditi, assenti».

 

 

DOMANDA. Non era scontato che un papa parlasse di comprensione e misericordia per gli omosessuali. Non lo considera un fatto importante, su cui quantomeno riflettere?

RISPOSTA. La misericordia...ma che se la metta nel culo. Gli omosessuali non hanno bisogno della sua misericordia. D'altra parte è un prete, è un gesuita, non può uscire da questi schemi in cui un pappone ispirato si inventa e impone un peccato per darsi il potere di perdonarlo e intascarne la penitenza dovuta.

 

D. «L’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile». Ammetterà che è un'affermazione in un certo senso 'rivoluzionaria' per la Chiesa.

R. Bergoglio usa parole nuove, un po' diverse, magari più accorte nella strategia del marketing ma per dire la solita stramaledetta cosa. Cioè la chiusura più totale ai gay e, tanto per cambiare, all’aborto. Non c'è nessuna volontà vera di cambiamento. Non riesce a guardare alla parità dei diritti civili e politici per tutti gli esseri umani e alla supremazia della volontà decisionale della donna incinta rispetto a ogni altra considerazione. Ha ancora un'idea di famiglia come quella della Barilla.

 

D. Barilla, appunto. L'hanno massacrato per le frasi sui gay. Possibile che uno non sia libero di dire quello che gli pare?

R. Certo, e io sono libero di non comprare più la sua pasta. Libertà di espressione e libertà di veicolare il proprio denaro altrove. La sua sortita avrà conseguenze milionarie in termini di perdite per l'azienda. E sono ben felice che avvenga, così la prossima volta costui rifletterà sulle sfiziosità cazzeggianti che si toglie.

 

D. Ha una sua idea di famiglia e vuole rivolgersi solo a quella. Dov'è lo scandalo?

R. Il concetto di famiglia come la intende lui non esiste più. Sono 63 le forme di famiglia esistenti. Quella con i figli, senza i figli, con il vedovo, senza il vedovo, i figli dell’una, dell’altro, la madre e il figlio, il figlio orfano di due uomini, di due donne, di una donna e un transessuale eccetera, per non parlare dell’inseminazione eterologa - ormai di gran moda a prezzi modici appena messo piede fuori dall’Italia - che sta dando luogo a famiglie sociologicamente non ancora ben monitorate.

 

D. E poi c'è, appunto, la famiglia formato Mulino Bianco.

R. Io non ne ho una e sono così contento di non appartenere a nessuna famiglia, tantomeno a quella sacra. E neanche alla famiglia in senso mafioso, che poi è il primo luogo sociale del delinquere. «Tengo famiglia» è l'alibi per commettere qualsiasi tipo di delitto. Io invece questo alibi non ce l'ho. Sono responsabile delle mie azioni, senza scusanti.

 

D. Barilla si è poi scusato, dicendo di avere rispetto per i matrimoni gay.

R. Come si fa ancora a pensare che esistano gli omosessuali? Gli omosessuali mica esistono, esiste il problema dell'omofobia, esistono i dementi che sindacano sulla sessualità altrui che non corrisponde alla loro, come se la loro fosse la Verità Naturale mentre è solo la verità del coglione.

 

D. O una legittima, seppur non condivisibile, scelta di mercato.

R. Quando uno offende o sminuisce l'omosessuale sta sminuendo anche milioni e milioni di persone che non hanno mai dichiarato di essere gay o lesbiche ma che si sentono discriminate perché hanno una vita omosessuale nascosta o perché l'hanno avuta, perché sono sposati con figli ma hanno l'amico o solo perché hanno una persona cara omosessuale e si sentono offesi se viene offesa.

 

D. Insomma, condanna senza appello.

R. Non ha offeso la comunità gay, ha offeso l'essere umano di per sé. Non è un problema di promozione dell'omosessualità attraverso la pubblicità, stiamo attenti. Io che adoro la campagna pubblicitaria dell'Ikea non ho mai messo piede in un'Ikea e mai ce lo metterò.

 

D. Però boicotta Barilla.

R. Totalmente, e ben da prima di questa sortita. Da sempre mangio la Voiello, la Garofalo, la De Cecco, le grandi paste italiane trafilate al bronzo, non credo di aver mai comprato un prodotto Barilla nemmeno per sbaglio, so individuare la qualità.

 

D. Seguendo il suo ragionamento gli eterosessuali dovrebbero boicottare l'Ikea per i suoi spot gay friendly.

R. Non credo perché, vede, nell'omosessuale è compreso l'eterosessuale. È nell'eterosessuale che non è compreso l'omosessuale. È come il rapporto che c'è tra umano e divino. L'umano contiene il divino ma il divino non contiene l'umano. Per questo ritengo di gran lunga superiore, e più grande in senso universale, come genio, Boccaccio che Dante.

 

D. Prego?

R. Dante insegna la strada maestra della norma: l'inferno, il paradiso, il limbo, il premio o la punizione. È la grancassa del cattolicesimo, è un poeta funzionale, bravino ma interessato a compiacere, insomma, spera di essere ben presto a busta paga per i servigi resi. È critico ma solo quel tantino che fa birichino e niente più, in effetti è ligio e monolitico. In altre parole, insegna a piegare il capo e a inginocchiarsi. Tutto in lui è funzionale al potere.

 

D. È Boccaccio il suo Virgilio?

R. Boccaccio non ha questo tipo di vincoli e di lungimiranze da serva. Lascia l'uomo libero di fronte a se stesso e agli altri, non lo sotterra né lo innalza, lo fa stare sui suoi piedi, gli infonde fiducia in sé e nelle sue forze e nei suoi meravigliosi limiti. Umani, per l’appunto.

 

D. Dice che il divino non contiene l'umano, eppure «Dio si è fatto uomo».

R. Non può citare le scritture perché il Vangelo serve per conquistare gli uomini all’autoritarismo della fede attraverso la debolezza psichica delle donne che ci cascano, perché il destino, e il mestiere, delle più disgraziate è cadere per essere così sollevate. All'interno del catechismo Dio si è fatto uomo, ma Dio attraverso i suoi prevosti si fa anche fattucchiera per portare via qualche cliente alla ragione che, se tale è, non contempla in sé alcuna forma di dogmatismo e di trascendenza.

 

D. Dopo millenni di negazione assoluta dell'omosessualità, davvero non le fa effetto sentire il papa che dice: «Chi sono io per giudicare?».

R. È semplice sensatezza, mai scambiare l’ovvio con lo straordinario solo perché lo dice un capo di Stato. Il papa non può cogliere più di tanto la sessualità umana, che è un divenire costante inarrestabile come qualsiasi forma culturale.

 

D. Coglie però il dubbio, s'interroga forse più di quanto sia ancora capace di fare il pensiero laico.

R. Egli mette da una parte la regola per i pecoroni alla missionaria e dall'altra l'eccezione da “comprendere” quale pecorella specialmente smarrita. E nell'omosessualità non c'è niente di eccezionale. Trovo ridicole anche queste corrispondenze tra i due Grossi Prevosti e le neodonne Letizia del giornalismo e della scienza. I papi che scrivono a Eugenio Scalfari e Piergiorgio Odifreddi. Scrivano a me se hanno il fegato.

 

D. Lei non è un ateo devoto.

R. Parlano di Fede, Coscienza, Pensiero, con le stesse maiuscole tanto care a Benito Mussolini. Siamo stanchi di leggere queste cose. È finita un'era, i problemi sono altri. In Argentina, per mia esperienza personale tra la gente, la Chiesa cattolica è odiata per le sue connivenze con la dittatura sanguinaria di Jorge Rafael Videla. Poi, se vogliamo, qui il problema è un altro.

 

D. Quale?

R. Chi scopa più? Parliamo davvero del sesso degli angeli. Tra etero e omo è tutto un lamentarsi e un astenersi. Nessuno tromba più, non gratis, almeno.

 

D. Il vero grande tema.

R. Guardi, sono in un albergo con circa 800 persone, pieno di donne, c'è una convention. Ci sono ragazze molto belle, ma stanno sempre tra di loro. Rientrano in camera da sole. Non vedo alcun movimento notturno di stanze, di cose, di letti, niente, è lavoro e basta. Tutto questo truccarsi, vestirsi, profumarsi è solo a fini di sopravvivenza professionale. L'erotismo, la seduzione anche tra uomo e donna, sono assolutamente banditi, assenti.

 

D. Anche Laura Boldrini ha detto la sua sulla famiglia: troppi stereotipi e donne ai fornelli negli spot. Ma è davvero la pubblicità a scrivere la nostra grammatica culturale?

R. Intanto, trovo che le donne non cucinino tanto. E poi la pubblicità è una fiaba. Non puoi star lì a fare le pulci a una fiaba. La fiaba non è tenuta a raccontare la Realpolitik della donna che lavora il triplo anche da disoccupata e che non vorrebbe essere mantenuta dal marito ma non sa fare nient’altro a parte “la donna che serve”. Ma Boldrini non ha alcuna credibilità intellettuale, è assolutamente ininfluente quello che dice e non è certo un modello di modernità, ma non fa ne danno né miglioria.

 

D. Barilla invece...

R. La sua dichiarazione avrà delle conseguenze nefaste per l’azienda e i suoi lavoratori. Non so se essa sia o no una società per azioni ma, se lo fosse, quale socio chiederei una montagna di danni di risarcimento.

 

D. Pare che il mercato 'gay' in Italia valga circa 20 miliardi di euro. Speriamo non mangino tutti troppa pasta.

R. Guardi, secondo me ne vale ormai una sessantina di miliardi. Per il Mulino Bianco il messaggio è devastante. Ma come? La natura, le spighe, l'acqua, la contadinella, la mamma, i bambini, mentre la ruota gira e macina, e poi il suo industriale fa una dichiarazione così ? Ma dentro questo Mulino cosa c'è? La tenebra? Sono veleni antichi, razzisti, xenofobi e sessuofobici, da itagliano con la g. È come se avesse detto: «Non voglio che i negri mangino il mio grano, si facciano bastare il loglio». Parole terrorizzanti da farti passare l’appetito. Almeno per quella certa pasta.

 

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Busi