  Prima il dovere

 

di Claudia Mancini– 26 FEBBRAIO 2014

 

S. WEIL E LA CRITICA ALLA NOZIONE DI “DIRITTI DELLA PERSONA”. PROVOCAZIONE O ISPIRAZIONE PER UNA NUOVA FONDAZIONE DELL’AGIRE POLITICO?

In una lettera scritta da Londra tre settimane prima di morire, Simone Weil si lamentava con la madre così: «Si sa bene che una grande intelligenza è spesso paradossale, e qualche volta vaneggia un po’… Gli elogi alla mia hanno per scopo l’evitare la domanda: – Dice il vero o no? –» [1].

Questa lamentela risuona come un grido, che non può restare inascoltato da chiunque voglia dire e scrivere su Simone Weil. Certo, il suo percorso fu atipico e la sua straordinaria personalità colpiva quanti la incontrassero, come il poeta Jean Tortel, che nel 1940 a Marsiglia descriveva la Weil così: «Una specie di uccello senza corpo, piegato su se stesso. In un’ampia mantellina nera che non lasciava mai, lunga fino ai polpacci; immobile, silenziosa, sedeva da sola – estranea e attenta, indagatrice e insieme lontana – all’estremità di un vecchio canapè sovraccarico di libri e riviste. Una presenza. Presente. Inconsueta» [2]. A parte quest’alone suggestivamente misterioso, non bisogna dimenticare che i pensieri della Weil – dalla scienza alla politica e alla religione – hanno di mira principalmente la vita della società umana e la riforma dei fondamenti del pensiero politico. Tutto ciò impone di valutare la sua opera – «Dice il vero o no?» – per quello che intendeva essere: un’elaborazione capace di influire sull’ispirazione della politica. Prescindere da questo genere di valutazione espone al rischio, sembra, di ridurre Simone Weil alla caricatura di se stessa.

Alla luce di questa premessa, vorremmo seguire il percorso che condusse, la filosofa francese, a contestare la nozione di diritto – e quelle collegate di persona e democrazianegli Scritti di Londra, particolarmente ne La prima radice e ne La persona e il sacro. Si può naturalmente liquidare come folle chi osò mettere in discussione proprio ciò su cui la società occidentale fonda la propria superiorità, cioè i concetti di diritto, persona e democrazia, oppure si può provare a vedere se il pensiero della Weil non contenga verità e soluzioni valide anche per le contemporanee società democratiche. In breve, la questione su cui riflettere è questa: la nozione di “diritti della persona” è sufficiente a garantire il rispetto della dignità di ogni essere umano? Le numerose lotte in nome dei “diritti umani”, disseminate un po’ dovunque nelle odierne società occidentali, fondano su validi presupposti critici o vanno riviste per rendere la prassi più efficace?

La contestazione della nozione di diritto e quelle correlate di persona e democrazia, come abbiamo già detto, sono portate avanti dalla nostra Autrice negli scritti del periodo londinese, poco prima della morte avvenuta nel 1943. Sono gli anni in cui Maritain e Mounier – nell’Europa sofferente del dopoguerra – si fanno interpreti del personalismo, una filosofia politica fondata sulla nozione di “persona”. In polemica con il Maritan de I diritti dell’uomo e la legge naturale, la Weil riteneva che le nozioni di “persona” e “diritto” andassero riproblematizzate. Dalla Costituzione americana e, subito dopo, dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino del 1789, gli uomini avevano considerato il diritto e i diritti come fondamento del vivere civile commettendo più di un errore. Innanzitutto, argomenta Simone Weil, «un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’obbligo cui esso corrisponde; l’adempimento effettivo di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa. Un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale molto» [3]. Il secondo errore, strettamente connesso al primo, è quello di non aver capito che gli obblighi sono superiori ai diritti perché non si fondano su nessuna situazione di fatto, né sulla giurisprudenza, né sui costumi, né sulla struttura sociale, né sui rapporti di forza, né sull’eredità del passato, né sul supposto orientamento della storia. In altre parole, per la Weil, la nozione di obbligo sovrasta quella di diritto che le è relativa e subordinata. Questa superiorità deriva dal fatto che l’obbligo del rispetto dovuto a ogni essere umano si fonda sull’essenza stessa dell’uomo e sulla relazione con il bene assoluto che lo rende sacro: «C’è nell’intimo di ogni essere umano, dalla prima infanzia sino alla tomba e nonostante tutta l’esperienza dei crimini connessi, sofferti e osservati, qualcosa che si aspetta invincibilmente che gli si faccia del bene e non del male. È questo prima di tutto, che è sacro in ogni essere umano» [4]. Di questo la Weil aveva trovato conferma nell’esperienza di fabbrica, dove l’uomo ridotto in schiavitù, umiliato nella persona, privato dei diritti, pur custodiva nel suo intimo l’attesa di bene. In palese opposizione con il personalismo, per la Weil «ciò che è sacro ben lungi dall’essere la persona, è ciò che, in un essere umano, è impersonale»: la sua relazione con il bene assoluto, con il trascendente. Il rispetto può scaturire solo se si è capaci di ascoltare questo grido universale di richiesta di bene emesso dagli uomini, e di avvertire in concreto l’obbligo verso ogni altro simile che ne deriva. Posto il primato del bisogno di bene, come essenza dell’uomo, Ella propone di elaborare una teoria dei bisogni, fatti reali studiabili, e una conseguente Dichiarazione dei Doveri verso l’uomo. Ne La prima radice, La Weil divide tra bisogni fisici (la fame, la protezione contro la violenza, il vestiario, l’igiene, il caldo, l’abitazione e le cure in caso di malattia) e bisogni morali (ne sono individuati quattordici riconducibili a coppie di contrari: libertà e ubbidienza, onore e punizione, ordine e responsabilità uguaglianza e gerarchia, verità e libertà di opinione, proprietà privata e proprietà collettiva, sicurezza e rischio.) La cultura dei doveri, non la rivendicazione dei diritti, avrebbe dovuto ispirare la prassi politica nel raggiungimento del fine suo proprio: il riconoscimento della dignità inviolabile di ogni esser umano. La nozione di diritto è estranea al bene e alla giustizia, non perché è un male in sé, ma perché il possesso di un diritto implica sempre la possibilità di farne un buono o cattivo uso. Al contrario il dovere, il compimento di un obbligo, è sempre e incondizionatamente un bene.

Nelle nostre società occidentali si fa un gran parlare di “diritti della persona”, come fondamento del vivere civile democratico. Sperimentiamo, tuttavia, quanto sia difficile accordarsi sul termine “persona” e sulla nozione di “diritto”; ancor più, è evidente come il principio democratico del suffragio universale, o della dittatura della maggioranza che dir si voglia, non sempre garantisca che nelle nostre democrazie l’ordinamento legislativo e giuridico siano rispettosi dell’essere umano in maniera universalmente condivisa. È il caso delle leggi sull’aborto o sull’eutanasia, solo per citare i casi più spinosi. Nelle odierne società democratiche si avverte la necessità di trovare princìpi e fondamenti più solidi e condivisi da tutti. La Weil, in un clima terribile quanto ricco di attese come quello del dopoguerra, proponeva un ripensamento radicale dei princìpi sociali, politici e costituzionali su cui ricostruire l’Europa: spostare l’asse culturale e politico dall’insistenza sui diritti a quella sui doveri, primo tra tutti quello di sentirsi obbligati verso ogni uomo a rispettare il suo grido universale, quanto più la debolezza della sua condizione lo rendesse impercettibile: «Perché mi viene fatto del male? –» [5].

 

Molti dei problemi della nostra politica, forse, troverebbero soluzione se tornassimo ad attingere ai grandi Autori non per esercizio intellettuale ma con la responsabile voluttà di chiederci: «–Dice il vero o no? –».