Tre filosofi per tre tazzine di  caffè
16 ottobre 2014 by Claudia Mancini

 

In un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi, presso il bar del “Senso comune”, si ritrovano tre filosofi. «Buongiorno a voi – esclama il cameriere –, cosa prendete?». «Il solito, rispondono gli avventori all’unisono!». «Ti pareva, pensa il cameriere tra sé: questi filosofi, cambiassero mai idea!». Dopo un po’, il cameriere torna con le ordinazioni: «Dunque, signori, abbiamo: un “caffè idealista” – per Cartesio; un “caffè problematicista” – per Kant; per finire, ecco un “caffè realista” – per san Tommaso». A questo punto, per la serie ‘mai una gioia ma la vita la prendiamo con filosofia’, i tre si catapultano nella conversazione, con lo sguardo fisso sulle tazzine di caffè come se non esistesse altro al mondo. Esordisce Cartesio, perché è nato proprio pensatore: «Colleghi, nessuno di noi può evitare di ammettere che la prima impressione sia che questa tazzina è un oggetto fuori di noi. Supponete, però, che io non conosca questo oggetto: sarebbe come se esso non esistesse; ergo, badate bene dico “ergo”, ciò che crea un oggetto è il nostro pensiero: se l’uomo non lo conoscesse, sarebbe come se non fosse». Neanche il tempo di finire, prende la parola Kant: «Sì, Cartesio, è vero che la prima evidenza è che questa tazzina esista fuori di noi. Ma siamo sicuri? Dimostraci che la tazzina esista, come oggetto fuori di noi, in modo incontrovertibile». A questo punto, san Tommaso prende la parola con fare angelico: «Tutti abbiamo l’impressione che questa tazzina sia un oggetto fuori di noi: è un’evidenza prima, originale. Ma se io non la conoscessi? È come se non esistesse. Diciamo, allora, che la conoscenza è un incontro tra un pensiero e una presenza. Conoscere è un’esperienza meravigliosa, nella quale la forza dell’intelletto si adegua a conoscere un oggetto fuori di sé. Vedete, dunque, che per la conoscenza occorrono due cose: l’energia del pensiero umano e l’oggetto. Come possiamo assimilare l’uno all’altro? È una sfida affascinante, nata con l’uomo, ma che non finirà con l’uomo perché abbiamo potere di conoscere solo fino ad un certo punto. È certo però che la conoscenza è composta di due fattori ben distinti». Tre filosofi, dunque, per tre tazzine. Esistono solo le cose che pensiamo? Solo quelle dimostrabili con un metodo ad hoc? Oppure esistono evidentemente oggetti fuori di noi, che agli uomini è dato conoscere in modo adeguato? Mentre i filosofi disquisiscono, accalorandosi sempre più, nel tentativo di difendere la propria convinzione, ecco avvicinarsi il cameriere con tono pacifico, per dire candidamente: «Perché vi scaldate tanto, è evidente: i signori sono tre, e hanno preso tre tazzine di caffè, quindi il conto è di 3 monete. Grazie, tornate presto al bar del “Senso comune”».

 

Questa dei “tre filosofi per tre tazzine”è una fantasticheria, ma la nostra epoca non è tanto diversa da quello che accade al bar del “Senso comune”. La nostra è un’epoca di ideologie, nella quale invece che imparare dalla realtà tutta, si proiettano su di essa “schemi” costruiti a priori nella mente; rispetto alla osservazione appassionata, curiosa, amorevole, ostinata e allo stesso tempo arrendevole alla realtà, tanti “Kant” e “Cartesio” in miniatura preferiscono manipolare la realtà secondo le coerenze di uno “schema” fabbricato ad arte dall’intelletto. Per un’indagine seria su qualsiasi argomento, dalle tazzine di caffè in su, occorre invece realismo. Delle tre interpretazioni dei filosofi, la terza, quella del “realista”, è la più ragionevole perché tiene in considerazione, e ben distinti, tutti gli elementi presenti nella conoscenza; l’uomo realista vuole conoscere come un fatto sia, non fare della realtà una propria costruzione intellettuale. Il realismo esige che, per osservare un oggetto in modo da conoscerlo, il “modo” non sia immaginato, pensato, creato dal soggetto; piuttosto, è il soggetto che deve adeguare [adaequatio rei et intellectus] la propria conoscenza al metodo richiesto dall’oggetto in questione, che non può essere il medesimo per conoscere una pietra, ad esempio, oppure Dio. L’uomo porta impresse dentro di sé evidenze ed esigenze originarie che costituiscono il “senso comune”: talmente originali che tutto quello che l’uomo pensa da esse dipende, e in base ad esse può giudicare e vagliare ogni esperienza e ogni scelta. Lo scopo delle ideologie è proprio quello di negare il “senso comune”, in modo da poter sostituire a quelle evidenze ed esigenze originarie costruzioni intellettuali, ideali, immaginative, funzionali a consolidare un potere o un establishment. L’ideologia comincia con farti pensare che una tazzina esista solo se la pensi, o solo se la dimostri, perché mira a distruggere tutte quelle verità ed esigenze iscritte nel “senso comune” –: dall’esigenza di verità, di giustizia, di bellezza, di senso, fino ad arrivare all’esigenza di Trascendente e Assoluto. Le ideologie sono ostili al “senso comune” perché esso ricorda all’uomo che egli non è il giudice unico e supremo di tutto; il “senso comune” dovrebbe essere per ogni uomo il criterio per giudicare del proprio rapporto con se stesso, con gli altri, con le cose, con il Trascendente. Il modo di concepire il rapporto tra una madre e un figlio, per esempio, risente sia degli “schemi” costruiti dal nostro intelletto e dalla nostra personale esperienza, che da quelli costruiti dall’opinione comune, o magari propugnati dalle diverse ideologie. Le proprie esigenze ed evidenze originali di madre – ad esempio, la sofferenza che si prova a essere allontanati dalla propria creatura – dovrebbero restare il criterio per giudicare e vagliare ogni nostro pensiero o scelta sull’argomento “maternità”. Negare le verità del “senso comune”, invece, stravolge la percezione della realtà, riducendola al prodotto di un’anarchia nella quale ciascun uomo sarebbe il giudice supremo.

 

Il cameriere del bar del “Senso comune” presenta sempre, a qualsiasi avventore, un conto salato: il richiamo al realismo; ricordarsi che conosce solo chi vuole veramente sapere come un fatto sia, sia esso una tazzina di caffè o il Trascendente, e che il metodo per conoscere deve venire suggerito dalla realtà stessa e non costruito dal soggetto. Il metodo è osservare la realtà e imparare, fissare gli occhi su di essa, giudicarla secondo il criterio del “senso comune”, evitando di sostituire costruzioni intellettuali alle evidenze ed esigenze originali iscritte in ogni “io”.

 

Quella dei “tre filosofi, per tre tazzine” è una fantasticheria che ambirebbe ad avere questa morale: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità».[1] Dove “ragionamento” sta per gli schemi mentali, l’opinione comune e le ideologie che manipolano e mistificano la realtà, fino a quando il “senso comune” non presenterà, come il cameriere della fantasticheria, il conto alla nostra civiltà. E ci costerà più di tre monete.

 

 

[1] Alexis Carrel, Riflessioni sulla condotta della vita; cit., in Luigi Giussani, Il senso religioso, Jaka Book, Milano 1986, p.11.