  IL MITO DI PILATO

 

DALL’ABRUZZO ALLA GIUDEA: E IL SOGNO DI UN MILITARE SANNITA SI TRASFORMA IN INCUBO

 

Il boia più odiato della storia, il governatore deicida, l’assassino del Cristo, colui che giudicò il Giusto Giudice dell’universo e mandò a morte il Figlio del Dio vivente, Ponzio Pilato, una delle figure più note e al tempo stesso sconosciute della storia antica: cosa si sa di lui? Chi era veramente? Da dove veniva? Che ruolo ebbe nel processo contro Gesù? E come proseguì la sua vita dopo l’iniqua sentenza? A questi interrogativi cercheremo. Partiremo dalle origini …

 

Le origini italiche di Pilato

 

In base al sistema dei tria nomina – per cui i Romani si distinguevano attraverso un praenomen, o nome proprio (quello di Pilato è ignoto), un nomen, o nome della gens (cioè l’insieme degli individui che si riconoscevano discendenti da un capostipite comune), e un cognomen (in origine un soprannome personale) – Pilato doveva appartenere, per discendenza o per adozione, alla gens Pontia, di origine sannita. Illustri rappresentanti di questa gens si erano distinti nel corso delle guerre che le popolazioni sannite, tra IV e III sec. a.C., affrontarono per conquistare il dominio dell’Italia centro-meridionale contro Roma. Antiche leggende abruzzesi confermano le origini sannite di Pilato, di cui diverse città si contendono i natali, specialmente nella zona dell’Aquila (San Pio di Fontecchio in primis). La geografia del luogo reca memoria di un maestoso Castello di Pilato, proprio sul monte che sovrasta San Pio, chiamato appunto Monte Castellone. La tradizione vuole che, sulle macerie del palazzo, gli abitanti del paese avessero collocato tre croci in legno, in ricordo dei fatti del Calvario, dalle quali il monte avrebbe poi assunto il nuovo nome di Monte delle Tre Croci.

 

Il cognomen Pilato, invece, dovrebbe essere legato etimologicamente alla parola latina pilum o pila, cioè il giavellotto utilizzato dai legionari romani: significherebbe pertanto “armato di giavellotto”, con allusione forse alla carriera militare da lui intrapresa.

 

La prefettura in Giudea

 

Della carriera militare di Pilato sappiamo molto poco. Si ritiene che appartenesse all’ordine equestre e fosse particolarmente legato a Seiano, il potente prefetto dell’imperatore Tiberio. Nel 26 d.C. ricevette l’incarico di praefectus (procuratore) della Giudea, che assieme alla Samaria e all’Idumea era governata a quei tempi da un procuratore romano (a differenza della Galilea, che assieme alla parte settentrionale della Transgiordania era retta da re giudei, nello specifico, a quei tempi, da Erode Antipa). Il procuratore agiva alle dipendenze del governatore della provincia come esattore delle tasse e giudice; le sue funzioni riguardavano il governo, la riscossione delle imposte e la repressione di rivolte e manovre nazionalistiche anti-romane. La sua sede e residenza abituale era Cesarea Marittima (l’attuale Tel Aviv), località strategica per il controllo della regione: qui nel 1961 è stata rinvenuta casualmente una lapide con una dedica a Tiberio, in cui il nostro Ponzio Pilato è menzionato in qualità di “prefetto di Giudea”.

 

Pilato rimase in carica per dieci anni, durante i quali si trovò ad affrontare la difficile gestione dei rapporti tra Roma e i Giudei. Egli tentò senza successo di romanizzare la provincia. Le sue iniziative più odiose andarono a colpire direttamente il culto al Dio Altissimo. Per primo Pilato fece entrare nella città santa le insegne romane recanti l’immagine dell’imperatore, ai quali i soldati prestavano onori divini. I suoi predecessori avevano rispettato le usanze del popolo ebraico, utilizzando vessilli privi di ornamenti. Il gesto di Pilato scatenò la reazione dei Giudei, che in massa si presentarono a Cesarea per chiedere la rimozione delle immagini offensive per la loro fede; dopo cinque giorni di proteste inascoltate (d’altra parte si sa che noi abruzzesi abbiamo la testa dura!), Pilato inviò le sue truppe a minacciare i sediziosi, i quali si dichararono pronti a morire in massa piuttosto che cedere all’idolatria. Il procuratore cedette allora, pur di evitare la strage.

 

Questo episodio però dovette insegnargli un minimo di prudenza se qualche tempo dopo – forse per rendere onore all’imperatore senza urtare la suscettibilità dei Giudei – fece apporre nel pretorio di Gerusalemme degli scudi ricoperti d’oro che celebravano Tiberio come «Figlio del divino Augusto, nipote del divino Giulio Cesare». Ma, a quanto pare, il procuratore non era padrone neppure in casa sua, visto che i Giudei – offesi forse dal titolo divino tributato a Cesare e ad Augusto – ottennero la rimozione degli scudi con l’appoggio di Erode Antipa e ricorrendo direttamente all’imperatore.

 

Secondo le fonti giudaiche, Pilato non fu solo dispettoso e insolente, ma anche spietato e sanguinario. Giuseppe Flavio ricorda che, per costruire un aquedotto a Gerusalemme, confiscò il denaro che veniva raccolto nel Tempio. La folla in tumulto lo assediò nel tribunale; ma il procuratore, che già conosceva le loro intenzioni, aveva sparpagliato fra i ribelli i suoi soldati vestiti in abiti civili, che armati di bastoni, al suo segnale, iniziarono a picchiare i dimostranti, uccidendone molti (Guerra Giudaica II,176-177). Il Vangelo di Luca ricorda ancora un massacro di Galilei: a quanto pare, in quella circostanza, Pilato represse nel sangue una riunione sacrificale («in quello stesso tempo vennero alcuni a riferirgli il fatto dei Galilei il cui sangue Pilato aveva mescolato con i loro sacrifici», Lc 13,1).

 

Ecco l’immagine di Pilato che si è fissata nella memoria: uomo crudele e sanguinario, irrispettoso e ostile verso la religiosità ebraica. Ma quale posizione assunse nei confronti di Cristo e dei suoi seguaci? Questo sarà il nostro prossimo argomento.

 

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA: PILATO “ANGELO CUSTODE” DI GESÙ E DEI SUOI SEGUACI

 

Le fonti antiche giudaiche presentano Pilato come un uomo «duro, inflessibile, ostinato e spietato» (Filone Alessandrino), apertamente ostile ai Giudei. Perché allora non fu altrettanto repressivo nei confronti del movimento di Giovanni Battista e di Gesù di Nazaret? La risposta è semplice: perché costoro, a differenza di Barabba – il «prigioniero famoso» (Mt 27,16), il «brigante» (Gv 18,40), il ribelle incarcerato per aver aver partecipato a una sommossa scoppiata i città e aver commesso un omicidio (Mc 15,7; Lc 23,19) – non erano affatto pericolosi per il potere di Roma; anzi, piuttosto insegnavano il rispetto dell’autorità di Cesare, al quale spettava ciò che era suo di diritto (le tasse, Lc 20,25), predicavano un Regno che «non è di quaggiù» (Gv 18,36), denunciavano e combattevano i Giudei corrotti, ipocriti e sobillatori. Giovanni e Gesù predicavano indisturbati e facevano proseliti, perché non costituivano un pericolo per Roma; anzi, per il loro modo di trattare i potenti Giudei, farisei e sommi sacerdoti, potevano risultare persino simpatici al nostro conterraneo (delle origini abruzzesi di Pilato abbiamo parlato la scorsa settimana).

 

La leggendaria amicizia tra Gesù e Pilato

 

Nel corso dei primi secoli dell’era cristiana, è nato un corpus di scritti relativi alla figura di Ponzio Pilato e al suo rapporto con Gesù di Nazaret. Si tratta ovviamente di testi apocrifi, ma alcuni di essi sono particolarmente interessanti, perché illuminano su come alcuni ambienti cristiani, soprattutto orientali, interpretarono questa curiosa e misteriosa figura. Tra questi scritti v’è la lettera che Pilato avrebbe scritto all’imperatore Tiberio per parlargli di Gesù e spiegargli cosa fosse successo in occasione della Pasqua. In questa lettera, il governatore esprime una grande ammirazione verso il profeta di Nazaret, autore di miracoli e superiore per sapienza ai filosofi pagani. In particolare, Pilato mette in evidenza l’atteggiamento disponibile e rispettoso con cui Gesù si relaziona con l’Impero Romano: egli non è un sedizioso né un ribelle, anzi spesso «parla più amichevolmente ai Romani, che ai Giudei», e rispetta l’autorità imperiale (e qui porta come esempio la disputa sul tributo a Cesare). Perciò Pilato gli avrebbe accordato una piena libertà di parola e azione e lo avrebbe addirittura posto, anche se «a sua insaputa», sotto la sua protezione. Per contro, il procuratore si scaglia contro i capi ebrei, insolenti, ipocriti e sobillatori, verso i quali egli nutre un misto di paura e odio. Costoro sono presentati come i veri responsabili della condanna del Giusto. Venuto a conoscenza dei loro progetti di morte contro Gesù, Pilato lo avrebbe convocato in casa sua per esprimergli i suoi timori (anche per se stesso, dato che i malvagi Giudei minacciano di denunciarlo all’imperatore come complice del “ribelle”) e per esortarlo – anche se invano – alla prudenza. La lettera ricostruisce infine i fatti della Pasqua: il tumulto dei Giudei; il tentativo di liberare Gesù; l’angoscia con cui Pilato segue gli eventi della Passione e Morte a debita distanza; l’incontro con Giuseppe di Arimatea; e, infine, il racconto dei soldati (addirittura cento) posti di guardia al sepolcro e divenuti per questo testimoni della risurrezione, e le pressioni dei Giudei affinché si dicesse che i discepoli avevano trafugato il corpo mentre le guardie dormivano.

 

La lettera intreccia riferimenti ai vangeli canonici a spunti più o meno fantasiosi ed è evidentemente espressione di una cospicua parte dell’opinione pubblica cristiana dei primi secoli che condannava i Giudei come responsabili della morte del Cristo, cercando per contro di rivalutare il ruolo dei Romani e di Pilato. Queste posizioni non sono tanto lontane dal racconto riportato dai quattro evangelisti. Anche nei testi canonici, infatti, l’iniziativa di arrestare e uccidere Gesù viene esclusivamente dal mondo giudaico. Ciò si deduce per esempio dal fatto che al momento dell’arresto non erano presenti soldati romani, bensì «una gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo» (Mt 26,47; lo stesso si ricava da Mc 14,43, Lc 22,52 e Gv 18,3). Per lo stesso motivo Gesù fu condotto per prima cosa non nel pretorio, ma «nella casa del sommo sacerdote» (Lc 22,54), dove fu sottoposto a un processo religioso; e Pietro, che lo seguì fin dentro al cortile, non fu dileggiato da soldati romani, ma dai servi del sommo sacerdote (Mc 15,66ss., Gv 18,15ss.). I Romani furono coinvolti nella questione solo al fine di rendere esecutiva la condanna a morte, che il sinedrio poteva decretare ma non effettuare, poiché i conquistatori avevano avocato a sé lo ius gladii.

 

Pilato e la prima comunità cristiana

 

Dopo la morte di Gesù, Pilato permise a Giuseppe di Arimatea di prenderne il corpo per seppellirlo (Mt 27,58); secondo Marco, egli si stupì del fatto che il condannato fosse già morto e si informò con il centurione circa l’orario della sua dipartita (Mc 15,44). Dopo questi fatti, la figura di Pilato scompare dal Nuovo Testamento. Eppure egli resta in carica come prefetto della Giudea ancora per qualche anno, fino al 36. Egli vede la nascita della prima comunità cristiana, assiste alla prima diffusione del vangelo, alla predicazione degli apostoli, alle molte conversioni, miracoli, discorsi pubblici di Pietro e compagni ecc.: e non muove un dito per impedire alla nuova religione di diffondersi, a differenza di quanto tentano di fare ancora Caifa e i suoi alleati, che cercano in tutti i modi di azzittire i predicatori, facendoli arrestare, interrogare, flagellare, imponendo loro il silenzio, ma sempre invano, e addirittura mettendoli a morte. A quanto raccontano gli Atti degli Apostoli (cap. 7), la lapidazione di Stefano avvenne senza il consenso dell’autorità romana, che – a differenza di quanto era successo con Gesù – stavolta non fu minimamente interprellata.

 

L’uccisione del primo martire di Cristo fu una vera e propria violazione della legge romana. E non rimase impunita. Una validissima studiosa di storia antica, Marta Sordi, ha ricostruito gli eventi che seguirono questo episodio. Secondo la sua ricostruzione, dopo la morte di Stefano, Pilato, temendo di perdere il controllo della situazione, scrisse una relazione a Tiberio. Questo rapporto – di cui parlano Giustino martire e Tertulliano – fu inviato nel 35. Un anno dopo, giunse in Medio Oriente, precisamente ad Antiochia, il legato di Tiberio, Vitellio, il quale – la fonte è Giuseppe Flavio, storico di origine ebraica – destituisce il sommo sacerdote Caifa, proprio colui che aveva condannato a morte prima Gesù e poi Stefano. Alla luce di questi episodi, la lettera di Pilato a Tiberio sembra contenere un fondo di verità.

 

SORPRESE DELLA STORIA: LA TRADIZIONE CRISTIANA FAVOREVOLE AL ROMANO CHE MANDÒ A MORTE IL SALVATORE

 

Come abbiamo visto, esiste nel caso di Pilato un’altra faccia della medaglia, una tradizione a lui favorevole, che lo presenta addirittura come protettore e custode di Gesù e della prima comunità cristiana contro i sommi sacerdoti e i loro oppositori. Da dove ha origine questo filone agiografico? Ovviamente dal Nuovo Testamento. I Vangeli, infatti, tramandano un’immagine di Pilato molto meno malvagia di quanto siamo abituati a immaginare.

 

Il ruolo di Pilato nel processo contro Gesù

 

Il Vangelo di Giovanni contiene il resoconto più preciso sul processo civile subito da Gesù da parte del rappresentante di Roma, Ponzio Pilato. Narra l’evangelista che, dopo la sentenza di morte, all’alba del giorno di festa, i Giudei portano Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio (Gv 18,28ss.), la residenza ufficiale del governatore. Lì si trova Pilato, che forse vi soggiorna abitualmente durante le grandi ricorrenze giudaiche, per motivi di ordine pubblico. Poiché i Giudei si rifiutano di entrare in ambiente pagano, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua, è Pilato stesso – che, a quanto pare, ha imparato dalle precedenti esperienze a rispettare le usanze locali – a uscire per discutere con loro.

 

«Che accusa portate contro quest’uomo?».

 

«Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato».

 

«Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!».

 

Dal Vangelo non è chiaro se Pilato avesse conosciuto Gesù prima di quella occasione (come si afferma nella lettera apocrifa di cui abbiamo parlato la settimana scorsa). Ma a quanto pare ha già compreso che la persona che gli viene presentata è un «malfattore» solo agli occhi dei suoi interlocutori, mentre non nasconde alcun pericolo per l’Impero di Roma. Non deve stupirci che egli, fin da subito, voglia disinteressarsi della cosa, lasciando il giudizio ai Giudei. Gallione, proconsole dell’Acaia, farà lo stesso quando i Giudei gli porteranno Paolo con l’accusa di «persuadere la gente a rendere culto a Dio in modo contrario alla Legge» (At 18,9ss.). La risposta di Gallione in quell’occasione è chiara: «Se si tratta di un delitto o di un misfatto, io vi ascolterei, o Giudei, come è giusto. Ma se sono questioni di parole o di nomi o della vostra Legge, vedetevela voi: io non voglio essere giudice di queste faccende». E li fa cacciare dal tribunale. Sembra proprio che i Romani non vogliano essere coinvolti in alcun modo in questioni di religione. Essi né sono interessati a questo genere di problemi (a meno che non nascondano pericoli per il potere di Roma), né vogliono rischiare con le loro decisioni di creare malcontento e disordini. Ma nel caso di Gesù la questione non si risolve tanto facilmente. La sentenza è già stata emessa e i Giudei esigono che sia proprio Roma ad eseguire materialmente la condanna:

 

«A noi non è consentito mettere a morte nessuno».

 

A questo punto Pilato è costretto a prendere le redini della situazione. Per prima cosa, cerca di comprendere meglio chi sia Colui che gli sta dinanzi e cosa mai abbia fatto per attirarsi l’odio omicida dei capi ebrei. Rientra nel pretorio, fa chiamare Gesù e inizia a interrogarlo, lontano da sguardi indiscreti. Secondo Luca (Lc 23,1ss.), il sinedrio ha presentato Gesù al governatore avanzando precise accuse politiche:

 

«Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re».

 

Il procuratore non può ignorare i rischi provenienti da un sobillatore che impedisce di pagare i tributi all’imperatore e si proclama re: i Giudei hanno trovato il modo per attirare la sua attenzione. Perciò la prima domanda che Pilato rivolge all’imputato è:

 

«Tu sei il re dei Giudei?» (Gv 18,34).

 

«Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?».

 

«Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?».

 

«Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

 

Il prigioniero parla effettivamente di un regno. E per un attimo attira l’attenzione di Pilato. Di quale regno si tratta? È forse un regno ostile e pericoloso per Roma? O potrebbe essere un regno alleato, o piuttosto una nuova terra da annettere all’Impero più grande che sia mai stato creato fino ad ora?

 

«Dunque tu sei re?».

 

«Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

 

Più lo ascolta, più Pilato si rende conto che Gesù non parla di regni terreni e non costituisce un pericolo per Roma, ma solo un fastidio per i suoi nemici, che di lui affermano tutt’altro:

 

«Che cos’è la verità?».

 

Gesù pare un visionario più che un ribelle; e comunque è palesemente innocente. Pilato vorrebbe rilasciarlo. Tuttavia è costretto a fare i conti con l’audacia sfrontata dei Giudei. Poiché prendere iniziative senza il loro beneplacito sarebbe rischioso (già ha fatto esperienza dell’influenza che essi sono in grado di esercitare persino sull’imperatore), cerca in tutti i modi di liberare il prigioniero.

 

Prima invia Gesù da Erode Antipa (Lc 23,6ss.), probabilmente sperando anche di approfittare dell’occasione per ottenerne l’amicizia (e in effetti accade che «in quel giorno Erode e Pilato diventarono amici», Lc 23,12). Costui ascolta le accuse sollevate da sommi sacerdoti e scribi e cerca di interrogare Gesù, il quale però non gli risponde; poi rimanda il profeta a Pilato, dopo averlo vestito con una veste rossa e dopo averlo insultato e schernito. Il tetrarca si astiene prudentemente dal prendere una decisione riguardo al prigioniero, ma, a giudicare dal modo in cui lo tratta, non lo considera più pericoloso di un giullare: un sovrano da burla.

 

Di fatto, la questione è rimessa nelle mani di Pilato, il quale tenta ancora di scarcerare Gesù. Prima si offre, in rispetto di un’usanza ebraica, di rimandarlo libero per la Pasqua; ma a lui è preferito Barabba. Poi, ostentando una falsa sicurezza e determinazione, tenta la carta della punizione esemplare:

 

«Dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò» (Lc 23,16).

 

Flagellato, insultato, coronato di spine, lo espone ai Giudei, come aspettandosi di suscitare la loro pietà o di aver almeno saziato la loro sete di sangue:

 

«Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa».

 

Ma la risposta è una sola:

 

«Crocifiggilo, crocifiggilo!».

 

Ancora Pilato vorrebbe sottrarsi a questo compito. Anche sua moglie gli ha consigliato di non macchiarsi di quel sangue innocente (Mt 27,19ss.).

 

«Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa».

 

«Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio».

 

Dice Giovanni che a queste parole «Pilato ebbe ancor più paura» (Gv 19,8) e rientrò nel pretorio per interrogare ancora Gesù circa le sue origini. Che sia davvero un dio? La sua religione non si scandalizzerebbe di un fatto del genere, anzi! Ma, se fosse così, allora egli si macchierebbe di deicidio. Ma ancor di più ciò che trasforma la paura di Pilato in terrore è l’esplicita minaccia alla sua persona:

 

«Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare».

 

Un militare sannita, un valoroso soldato, un fedele governatore al servizio dell’Imperatore e della grandezza di Roma. Già altre volte, e per delle “futilità”, i Giudei lo avevano messo in cattiva luce davanti a Tiberio. Un’accusa del genere gli procurerebbe la destituzione e forse persino la condanna a morte (che spesso a quei tempi consisteva in un suicidio imposto dall’imperatore, il quale inviava al malcapitato un preciso ordine: seca venas, “tagliati le vene”). Pilato si arrende, ma non vuole essere considerato il responsabile di tale delitto: con gesto plateale, si lava le mani e consegna il prigioniero ai soldati perché lo crocifiggano, come vuole il popolo.

 

ANCORA L’ABRUZZO: DALLA TERRA AQUILANA SBUCA LA SENTENZA CHE CONDANNÒ A MORTE GESÙ

 

Ripercorrendo le tappe del processo civile subito da Gesù, ci siamo accorti che i Vangeli sono molto più favorevoli a Ponzio Pilato e ai Romani di quanto possiamo immaginare. Da qui è nata la leggenda dell’amicizia tra Gesù e Ponzio Pilato, che i Vangeli e almeno una parte della tradizione tendono a presentare come innocente, vittima dei raggiri dei capi giudei e della paura. Ma nello stesso corpus di cui fa parte la lettera a Tiberio, troviamo un altro testo, anch’esso apocrifo, ma di tutt’altro indirizzo ideologico, che riporta la sentenza (scritta in ebraico) con cui Ponzio Pilato avrebbe mandato a morte Gesù.

 

 

La sentenza di Ponzio Pilato contro Gesù

 

Questa sentenza era scritta – a quanto si narra – su una pergamena che sarebbe stata rinvenuta, ermeticamente chiusa all’interno di tre cassette (una di pietra, una di ferro e una di marmo), durante degli scavi nei pressi di Amiternum, nel XVI secolo. Ora, secondo la tradizione, Pilato era originario del Sannio e qui, soprattutto nella zona dell’Aquila, si ritiene avesse la propria residenza: un grande castello nel quale egli avrebbe fatto ritorno dopo la prefettura in Giudea, dopo il 26. Chi sostiene l’autenticità del documento, ritiene che Pilato, tornando dalla Giudea, avrebbe portato con sé la sentenza emessa contro Gesù da presentare all’imperatore Tiberio. Ma poiché costui era già morto e il suo successore Caligola non era interessato alla questione, il documento sarebbe rimasto nella sua residenza, fino al fortunato ritrovamento. Della pergamena – andata perduta – sarebbero state fatte subito due copie, delle quali una, dopo varie vicissitudini, fu tradotta dall’ebraico in italiano da don Serafino Calderani nel 1853 (trovate il testo completo al link).

 

Questo documento pone però numerosi problemi.

 

1) Pilato ha davvero emesso una sentenza di morte contro Gesù?

 

A quanto si apprende dai Vangeli, Gesù fu mandato a morte a seguito di un processo religioso, al termine del quale fu emessa una sentenza di morte. Poiché i Giudei, dopo la conquista romana, avevano perduto il diritto di eseguire simili condanne, sarebbe toccato ai rappresentanti di Roma, unici detentori dello ius gladii, il compito di mandare a morte il condannato. Ciò che non è chiaro, alla luce del racconto evangelico, è se Pilato abbia o meno emesso una sentenza contro Gesù di Nazaret. Certamente lo interrogò – anche più volte – e lo trovò innocente. Certamente fece in modo di liberarlo ricorrendo a vari stratagemmi (l’usanza di liberare un prigioniero durante la festa, la pena esemplare della flagellazione), o quantomeno di togliersi dall’impaccio di decidere sulla sua sorte (inviandolo a Erode Antipa). Falliti tutti i tentativi, per evitare nuovi disordini e rischi per la sua stessa persona, lascia Gesù nelle mani dei soldati, perché sia crocifisso (abbiamo ripercorso le tappe di questo processo la settimana scorsa). Furono quindi materialmente i Romani a crocifiggere il condannato; ma Pilato, con il gesto del lavarsi le mani davanti alla folla, aveva pubblicamente negato il proprio coinvolgimento nella vicenda.

 

Per rispondere alla domanda, probabilmente bisognerebbe capire con esattezza come funzionava lo ius gladii a quei tempi, ma sull’argomento non abbiamo informazioni del tutto univoche. Secondo gli storici, in forza della lex Iulia de vi, quando il processo tendeva all’applicazione di una pena privativa della libertà, il governatore pronunciava la sentenza di condanna sotto forma di proposta all’imperatore. In particolare, se si trattava di un crimine capitale, il governatore si asteneva dal sentenziare e inviava l’accusato davanti al tribunale imperiale. Ma il diritto di appellarsi all’imperatore (provocatio) era riconosciuto solo ai cittadini romani (e fu in effetti applicato nel caso di Paolo, At 25,11); nel caso dei sudditi dell’Impero – specialmente nelle province lontane, maggiormente sottoposte all’arbitrio dei governatori – è possibile che le decisioni (anche se riguardanti sentenze capitali) fossero prese con maggior leggerezza.

 

Sta di fatto che i soldati romani resero esecutiva la condanna e non avrebbero certamente potuto farlo senza l’autorizzazione del governatore (la disciplina militare all’interno dell’esercito romano era molto rigida!). Ammettiamo quindi che il gesto di lavarsi compiuto da Pilato le mani fosse solo uno stratagemma, molto plateale, per significare la propria disapprovazione rispetto a una decisione presa contro il suo volere.

 

Emerge il secondo problema.

 

2) È possibile che Pilato abbia stilato un rapporto ufficiale di quanto era accaduto a Tiberio?

 

La possibilità non pare da escludere del tutto. Se anzi si considera che Pilato, nel 26, fu destituito dalla sua carica e inviato a Roma per render conto all’imperatore del suo operato in provincia, è possibile anche che egli abbia portato con sé tutta la documentazione lì prodotta durante il suo mandato, tra cui, forse, la stessa (ipotetica) sentenza da lui emessa per giustificare la crocifissione di Gesù.

 

Ma, se così fosse, per quale motivo Pilato avrebbe dovuto redigere tale documento in lingua ebraica? Forse i documenti ufficiali erano scritti nella lingua dei sudditi piuttosto che in quella dell’Impero? Proprio no.

 

 

Un falso ben congegnato

 

Se possedessimo la pergamena originale del documento, probabilmente con i moderni mezzi tecnici potremmo datarla senza troppi problemi, e verrebbe fuori una datazione ben più tarda del I secolo. Pare assai probabile che il documento sia un falso, prodotto in area aquilana, forse proprio nel XVI secolo, forse per quelle rappresentazioni drammatiche della Passione di cui le tradizioni locali recano ancora tracce molto evidenti e radicate. Si ritiene che nel XVI secolo gli Aquilani fossero istruiti tanto nelle lingue latina e greca quanto in quella ebraica, per cui avrebbero potuto produrre una falsa sentenza di Pilato in lingua ebraica da mettere in scena nelle loro rievocazioni.

 

La sentenza di Pilato pare dunque palesemente un falso. Ma non è da escludere che un qualche documento che registrasse e motivasse la morte di Gesù sia stato effettivamente prodotto a Gerusalemme. Un documento di cui, comunque, i Vangeli non recano alcuna traccia.

 

PILATO SANTO? LA CHIESA COPTA VENERA PONZIO PILATO COME TESTIMONE E MARTIRE DI CRISTO

 

Pilato ebbe un ruolo centrale nella morte di Gesù. Non fu lui a condannarlo, ma neppure si oppose alla sua crocifissione. Qualunque fosse la ragione del suo comportamento, egli non esce “pulito” dal processo della storia. Eppure i quattro Vangeli sembrano quasi giustificarlo, o per lo meno tentano di limitare le sue responsabilità, facendole ricadere piuttosto sui capi del popolo ebreo, e di riabilitare la sua memoria, tramandando i suoi molti tentativi di liberare Gesù e il gesto plateale con cui volle attestare la propria innocenza.

 

Abbiamo già visto, qualche settimana fa, cosa accadde dopo la morte di Gesù, ma riepiloghiamolo in sintesi. Pilato rimase al governo della Giudea fino al 36. Dopo la lapidazione di Stefano – avvenuta senza l’autorizzazione dell’autorità romana – probabilmente Pilato, temendo di perdere il controllo della situazione nella provincia, scrisse all’imperatore, il quale inviò il suo legato Vitellio. Costui per prima cosa destituì il sommo sacerdote Caifa, colui che più di tutti sembrava causare problemi all’ordine pubblico e all’autorità romana.

 

La fine del governatore

 

Ma l’arrivo di Vitellio non giovò al governatore della Giudea. Pilato stesso, infatti, fu rimosso dalla carica e inviato a Roma per rendere conto del suo operato direttamente all’imperatore. Il motivo della sua rimozione però non ha nulla a che vedere con Gesù e i suoi seguaci. Pilato fu punito per aver provocato, nel 35, un massacro di Samaritani, che si erano riuniti sul monte Garizim al seguito di un profeta. Temendo una rivolta, Pilato inviò i suoi soldati: molti Samaritani rimasero uccisi, altri furono fatti prigionieri e i più insigni furono messi a morte. A seguito di questi eventi, i Samaritani presentarono formale protesta contro Pilato a Vitellio, che rimosse Pilato e lo inviò a Roma. Si avverò così per causa dei Samaritani ciò che Pilato intendeva evitare acconsentendo alla morte di Gesù.

 

Ciò che ancora una volta stupisce è che Pilato intervenne per impedire a un gruppo di Samaritani di riunirsi sulla loro montagna sacra assieme al loro profeta, ma non fece nulla per impedire a Pietro e agli altri di parlare a folle numerosissime e fare proseliti in tutta la Giudea e oltre. Neppure agli antichi dovette sfuggire questo comportamento quanto meno “insolito”. E infatti, oltre alla lettera di cui abbiamo parlato, esistono altri testi apocrifi contenenti eventi curiosi e situazioni leggendarie circa la figura di Pilato e il suo rapporto con i primi cristiani. Tra questi è la cosiddetta Paradosis (= arresto) di Pilato (probabilmente anteriore al VII secolo).

 

L’arresto di Pilato

 

L’opera narra che l’imperatore romano, dopo aver scoperto che il terremoto e le tenebre che avevano interessato il suo Impero erano stati provocati dalla morte di Gesù, inviò i suoi soldati con l’ordine di arrestarne il responsabile e condurlo in catene al suo cospetto. Pilato fu dunque arrestato, condotto a Roma e interrogato da Tiberio in persona. Tornano qui gli argomenti già sviluppati nella famosa lettera: Pilato si proclama innocente e scarica la responsabilità del crimine su «Erode, Archelao, Filippo, Anna e Caifa» e su «tutto il popolo ebraico», popolo «sedizioso, ribelle e indocile alla tua [= dell’imperatore] volontà». Tiberio, violentemente adirato, rimprovera Pilato di aver dato ascolto a costoro, quando piuttosto avrebbe dovuto rimettere a lui stesso la decisione, inviandogli quel Giusto che con miracoli e prodigi aveva dimostrato di essere davvero il Re dei Giudei. E, in questa conversazione, ogni volta che l’imperatore pronuncia il nome di Cristo, tutte le immagini degli dei cadono a terra e si riducono in polvere.

 

A questo punto, Tiberio, «preso dalla collera, con tutto il senato e i suoi consiglieri, decide di emanare contro gli Ebrei un decreto» che ordina di marciare contro i Giudei, di ridurli in servitù e di scacciarli da tutta la Giudea a causa della loro scelleratezza. Poi comanda di decapitare l’ex-prefetto. Ma ecco la sorpresa (la leggiamo in presa diretta dalla Paradosis):

 

 

«Allontanatosi, Pilato, con calma, si ribellò contro questa argomentazione, e disse: “Signore, non mi confondere con questi miserabili Ebrei in una comune distruzione. Giacché se io ho elevato le mani contro di te, l’ho fatto forzato da quella folla di Ebrei che mi tormentavano: ma tu sai ch’io ho agito così per ignoranza. Non condannarmi dunque per questa mancanza, ma perdonami e così pure perdona la tua serva Procla che si trovava con me in quel paese donde mi viene la morte e che tu hai destinato ad essere crocifissa: non condannarla a causa della mia mancanza. Uniscici invece e pesaci insieme nella bilancia della tua giustizia”. Allorché Pilato terminò la sua preghiera, dal cielo discese una voce dicendo: “Tutti i popoli e tutte le generazioni proclameranno la tua felicità, in quanto nel tuo periodo hanno avuto compimento tutte le profezie che mi riguardavano. E tu, mio testimone, comparirai nella mia seconda venuta allorché giudicherò le dodici tribù d’Israele e coloro che non confessano il mio nome”. L’arconte troncò la testa di Pilato, e un angelo del Signore la prese. Sua moglie, Procla, alla vista dell’angelo giunto a prendere la testa di Pilato, ebbe un trasporto di gioia ed emise l’ultimo respiro e così fu sepolta con suo marito Pilato per volere e benevolenza del Signore nostro Gesù Cristo, al quale è la gloria del Padre e dello Spirito santo ora e per sempre nei secoli dei secoli. Amen.».

 

 

Insomma, nella Paradosis Pilato muore nientemeno che come martire, assieme a sua moglie, colei che, secondo il Vangelo (Mt 27,19) gli aveva consigliato di non macchiarsi del sangue di Gesù, come gli era stato rivelato in sogno. Si pente del suo errore, chiede perdono, riceve la visita di un angelo che ne raccoglie la testa mozzata ed ottiene il paradiso. Egli sarà proclamato beato da tutti i popoli e da tutte le generazioni (l’autore adopera parole simili – nientemeno! – a quelle del Magnificat: «tutte le generazioni mi chiameranno beata», Lc 1,48), perché, nel bene o nel male, ha contribuito al compimento delle antiche profezie; sarà ricordato come testimone di Cristo e comparirà nella sua seconda venuta.

 

La natura leggendaria di questo scritto è più che evidente, se si considera che, quando Pilato giunse a Roma – secondo Giuseppe Flavio – l’imperatore Tiberio era già morto (16 mar­zo del 37). Eppure, secondo alcune fonti cristiane, poco prima di morire, proprio sulla base di quella relazione inviatagli dal governatore della Giudea, l’imperatore aveva proposto al Senato il riconoscimento del cristianesimo come religione lecita.

 

Pilato santo?

 

Ebbene sì! Esiste tutto un filone semi-leggendario che difende e propaga la fama sanctitatis di Ponzio Pilato. Tutto parte dai Vangeli canonici, che tendono a limitare la responsabilità diretta del governatore nella condanna a morte di Cristo e a mettere in luce tutti i tentativi da lui condotti per liberare Gesù. Le prime comunità cristiane elaborarono un’immagine positiva del governatore, che secondo Tertulliano (II-III secolo) era iam sua coscientia christianus (= “nel suo cuore già cristiano”) e secondo l’autore dell’apocrifo Vangelo di Nicodemo era «incirconciso nella carne, ma circonciso di cuore». Nei testi apocrifi tardo-antichi e medievali (ne abbiamo visti alcuni in queste settimane) Pilato diventa nientemeno che un martire. Secondo alcune leggende, egli si sarebbe convertito al cristianesimo assieme alla moglie Procla e, tornato in Abruzzo (dato per certo che Tiberio fosse già morto e che Caligola non fosse affatto interessato ai fatti accaduti in Giudea), si sarebbe prodigato per diffondere la religione cristiana, trasformando la terra intorno al suo castello in un centro irradiatore della fede. Infine, la Chiesa Copta d’Egitto lo proclamò santo e lo venera tuttora come martire, festeggiandolo il 25 giugno.

 

Ma esistono altre tradizioni sulla fine di Pilato e di ben diverso tenore ......

 

PILATO ALL’INFERNO? ECCO A VOI L’ALTRA VERSIONE DELLA STORIA

La Paradosis di Pilato ci ha proposto un finale di storia sorprende: il boia più famoso della storia sarebbe in realtà una figura positiva che ha contribuito alla realizzazione del progetto divino di salvezza e per questo comparirà accanto al Cristo nel giorno della sua gloria. L’immagine di un Pilato santo e martire, venerato come tale ancora oggi nella Chiesa copta, lascia interdetti noi occidentali abituati piuttosto a pensarlo come un demonio condannato all’eterna dannazione per il suo gesto scellerato di mandare a morte il Figlio di Dio, o quanto meno, di non prendere posizione, per pura e colpevole viltà, contro l’ingiusta condanna. Questa tradizione trae le sue origini da un’altra interpretazione antica circa il personaggio di Pilato, di cui offrono testimonianza alcuni testi, soprattutto occidentali, ma non solo.

Oltre alla Paradosis di Pilato, esiste un testo apocrifo appartenente allo stesso corpus, anche se probabilmente più tardo e composto in latino, intitolato Mors Pilati, la Morte di Pilato. Qui si narra che il governatore, venuto a sapere che l’imperatore e il senato lo avevano condannato a una morte ignominiosa, «si uccise con il proprio coltellino». L’informazione trova conferma in Eusebio di Cesarea, il primo storico del cristianesimo (III secolo), il quale afferma che Pilato morì suicida durante il regno di Caligola; afferma lo storico che egli «fu colto da tali mali da suicidarsi, divenendo così punitore di se stesso» (Storia Ecclesiastica II,7).

Ma torniamo alla Morte. Dopo il suicidio, Tiberio ordinò di legare il corpo di Pilato a un peso e di immergerlo nel fiume Tevere. Ma ecco cosa accadde:

«Spiriti maligni e immondi, godendo del suo corpo maligno e immondo, si muovevano tutti nelle acque e suscitavano nell’atmosfera fulmini e tempeste, tuoni e grandine terribile, sicché tutti erano presi da un’orribile paura. I Romani perciò l’estrassero dal fiume Tevere e, in segno di spregio, lo trasportarono a Vienne e lo immersero nel fiume Rodano. Vienne, infatti, è detta così quasi come via della gehenna, perché allora era un luogo maledetto. Ma anche lì affluirono spiriti cattivi, facendo le stesse cose. E quegli uomini, non potendo sopportare una tale infestazione di demoni, allontanarono da loro quello strumento di maledizione e gli diedero sepoltura nel territorio di Losanna. Ma anche gli abitanti di questa regione, sentendosi oppressi dalle stesse infestazioni, l’allontanarono da loro calandolo in un pozzo sito in mezzo a montagne, ove, a quanto riferiscono alcune persone, esalano tuttora delle macchinazioni diaboliche».

Questo testo sembra raccogliere tradizioni provenienti da varie località occidentali (Roma, Vienna, Losanna), nelle quali la presenza di fenomeni – diciamo così – sovrannaturali era interpretata come frutto di infestazione demoniaca; nello specifico, in questi luoghi spaventosi, si riteneva che aleggiasse lo spirito di Pilato, in grado, per la sua malvagità, di attirare altri demoni che si manifestavano attraverso le terribili forze della natura.

Sorte ancora peggiore ebbe Pilato in altre leggende, soprattutto di area occidentale, franco-tedesca: alcuni lo vogliono morto scorticato, o lasciato morire al sole dopo essere stato cucito in una pelle di bue, insieme a un gallo, una vipera e una scimmia, o chiuso in una torre o risucchiato dalla terra che si aprì sotto i suoi piedi in una voragine. La sua anima dannata avrebbe poi preso a vagare per la terra, infestando varie località dell’Europa centrale: Vienna e Losanna (citate già nel testo precedente), certi laghi del centro Italia, paludi, foreste e montagne inaccessibili … I luoghi più brutti, oscuri e paurosi sono stati ricollegati in qualche modo al nome di Pilato. Insomma, siamo ben lontani dall’alone di santità che gli era stato cucito addosso dalle più antiche tradizioni cristiane.

Sembra proprio che nel corso del Medioevo il nostro Pilato abbia subìto una sorta di damnatio memoriae, che lo ha pian piano trasformato in una sorta di demone che infesta i luoghi più brutti e spaventosi della terra, e al cui cadavere scellerato e maledetto non è possibile trovar pace.

 

E, a proposito di Medioevo e anime dannate, non è strano che nella celeberrima Commedia dantesca Ponzio Pilato non sia neppure nominato? Ce lo aspetteremmo tra le fauci di Lucifero, assieme al traditore Giuda, eppure non c’è. Secondo alcuni, Dante l’avrebbe posto tra gli ignavi, coloro che, per non essersi schierati né a favore del bene né a favore del male, sono giudicati indegni di meritare sia le gioie del Paradiso sia le pene dell’Inferno. In particolare, secondo alcuni commentatori, Pilato sarebbe quel tale che «fece per viltade il gran rifiuto» (Canto III): rifiutò cioè di giudicare il Cristo e per viltà rimise la decisione al popolo. Sarà … ma certo il suo nome non compare nella Commedia. O Dante, confuso da tradizioni tanto discordanti, non sapeva proprio dove collocarlo, o Pilato era diventato ormai «l’innominabile», anima infelice, che non riesce a trovare neppure una precisa collocazione nell’aldilà. E forse mai riposerà davvero in pace. Ciascuno è libero di immaginarlo dove vuole. Cosa sia stato realmente di lui, solo il Signore lo sa.

 

Sabrina Antonella Robbe – GIUGNO 2014