  INTERVISTA A PAOLO DI TARSO

Rinaldo Fabris / Silvano Ridolfi

 

Caro Paolo di Tarso, non ti sembri troppo strano, tanto meno irriverente, che mi rivolga a Te in questo modo, così consueto tra di noi e quasi ignoto ai tuoi tempi della intervista, comunque con grande ammirazione per la tua opera apostolica e profondo desiderio di conoscere meglio e più il tuo pensiero. Ed io modestissimo giornalista mi sono rivolto allora a un tuo appassionato studioso e insieme cerchiamo alcuni approfondimenti sul tuo pensiero. Tra l’altro in quest’anno che il nostro Papa Benedetto XVI, il 264° successore del tuo amico Pietro, ha voluto fosse a Te dedicato, anche la Giornata Mondiale delle Migrazioni ha scelto a proprio tema una tua affermazione: “Non più stranieri né ospiti, ma tutti nella famiglia di Dio”. E allora ti chiederei:

 

Tu sei nato ed hai passato i tuoi anni giovanili all’ “estero”, fuori della terra di Israele: come hai potuto conciliare la tua zelante fedeltà all’ebraismo e il mondo ellenistico della tua Tarso di Cilicia?

Veramente io sono nato all’estero, nella cosiddetta “diaspora” ebraica, ma ho fatto i miei studi di legge a Gerusalemme. Qui ho avuto come maestro un grande interprete della legge ebraica, rabbì Gamaliel, il vecchio. A Gerusalemme ho frequentato la comunità ebraica che si riuniva nella sinagoga detta “della Cilicia”, dove potevo incontrare altri ebrei originari di Tarso.

Qui si leggeva la Bibbia in greco, che io avevo imparato nei primi anni di scuola a Tarso. A Gerusalemme mi sono iscritto all’associazione dei “farisei”, formata da giovani e adulti impegnati nel mettere in pratica la “legge” ebraica in tutte le situazioni della vita, tenendo conto delle tradizioni dei nostri maestri e padri. Anzi, ad essere sincero, posso dirti che sia nello studio sia nella pratica della legge e delle tradizioni dei padri, io superavo i miei compagni. Già in famiglia - una famiglia di emigrati dalla Galilea a Tarso in Cilicia, al tempo delle guerre di Pompeo - avevo imparato a praticare scrupolosamente la legge. I miei genitori, mi hanno detto di avermi circonciso a “otto giorni dalla nascita”, come prescrive la legge e la tradizione ebraica. Mi hanno dato il nome del primo re di Israele - Shaùl - perché la mia famiglia appartiene alla tribù di Beniamino, come il re Shaùl. Invece a scuola i miei compagni mi chiamavano Paûlos, perché il nonno aveva ottenuto la cittadinanza romana dal suo padrone romano che si chiamava “Paolo”. Anche a Gerusalemme ho avuto modo di coltivare la lingua greca non solo nella sinagoga di Cilicia, ma anche con i colleghi della scuola biblica che provenivano dalle varie regioni della diaspora.

 

Tu sei stato un grande missionario per Cristo (tutti ammiriamo i tuoi viaggi faticosi e avventurosi) e sei stato costretto a fare un viaggio in catene verso Roma: quindi libertà di movimento e costrizione a muoversi. Ancora oggi noi esperimentiamo dove libertà e dove costrizione a muoversi. Ci puoi meglio dire come la mobilità delle persone può essere un valore positivo o quando e come invece negativo?

Hai ragione! Ho viaggiato molto, soprattutto dopo l’esperienza spirituale che ha sconvolto la mia vita. Verso i trent’anni, quando pensavo di intraprendere la carriera di avvocato e giudice o di aprire una scuola di legge per giovani ebrei a Gerusalemme, Dio mi ha fatto percorrere un’altra strada. Da Gerusalemme più volte sono rientrato a Tarso, via mare o attraversando la Siria. Quando mi sono imbattuto nel movimento, al quale ora appartengo e che prende il nome da Gesù, il Cristo, ho tentato di contrastarlo in tutti i modi, perché ai miei occhi era una minaccia al Giudaismo, cioè all’integrità della fede e della nazione ebraica. Con l’autorizzazione delle autorità di Gerusalemme mi sono recato a Damasco dove si era costituito un gruppo dei seguaci di Gesù, che facevano una intensa propaganda per diffondere la nuova fede.

Nei pressi di Damasco, a contatto con questi discepoli di Gesù, Dio mi ha fatto capire che quello che io consideravo un pericoloso eretico, un maledetto perché condannato alla morte di croce dai romani, in realtà era il suo “Figlio”. Da quel momento è incominciata la mia vita di viaggiatore per portare questo lieto evento o messaggio - nella lingua greca si dice euggélion - a tutte le persone e non solo agli ebrei miei connazionali. In una ventina d’anni ho percorso oltre diecimila chilometri, per lo più a piedi, o quando potevo, ed ero fortunato, imbarcandomi su qualche piccola nave mercantile che faceva la spola da un porto all’altro del mare Egeo o del Mediterraneo. Mi chiedi se ero libero o costretto viaggiare. Non so cosa risponderti. Da una parte l’incontro con Gesù, che considero il Cristo e il “mio Signore”, mi ha spinto a portare questo lieto annuncio a tutti. Per me annunciare il vangelo è una “necessità”, come respirare. D’altra parte la mia attività di missionario itinerante mi fa incontrare sempre nuove persone con le loro esperienze culturali e sociali che mi hanno arricchito e stimolato. Posso dirti che mi sento libero da tutto e da tutti perché ho un solo “Signore”. Ma nello stesso tempo sono “schiavo” di tutte le persone che incontro e con le quali condivido gioie e speranze. Per me il viaggio non è solo uno spostamento da un luogo all’altro, ma un’avventura che mi fa scoprire sempre nuovi orizzonti nell’incontro con le persone. In una parola per amore di Gesù Cristo ho scelto di diventare “ebreo con gli ebrei e greco con i greci”.

 

Hai detto che per Cristo ti sei fatto “ebreo con gli ebrei e greco con i greci”. Io ci vedrei in questo un tuo sforzo di integrazione culturale, ma anche la intenzionalità per qualcosa che ritenevi essenziale. Oggi che siamo confrontati e frammischiati in una pluralità di culture puoi aiutarci a meglio capire e vivere in Cristo questa situazione?

È vero! L’incontro con Gesù Cristo, il Figlio di Dio e il Signore, mi ha reso libero rispetto alle mie abitudini e osservanze di matrice e tradizione ebraica. Quando vado a cercare lavoro in una città - ho scelto di mantenermi lavorando con le mie mani di tessitore - accetto l’ospitalità di chiunque senza scrupoli per la dieta. Sai che come ebreo osservante una volta non potevo mangiare alla mensa dei non ebrei. Inoltre il sabato, giorno del riposo sacro, non potevo fare nessun lavoro e neppure intraprendere un viaggio. Ora invece sono libero riguardo alla dieta e al calendario. Tuttavia quando in una città, mi trovo a vivere nel quartiere degli ebrei, per poter parlare di Gesù Cristo e del cammino di fede cristiana, frequento la sinagoga, allora osservo la dieta pura e al sabato rispetto il riposo. Per me questa libertà di vivere da ebreo o da greco non è una forma di “mimetismo” religioso o culturale, ma la scelta di vivere la fede in Gesù Cristo nella libertà. Riflettendo sulla mia esperienza di missionario itinerante sono arrivato alla convinzione che quello che conta, non è l’essere “ebreo” o “greco”, ma riconoscere e fare la volontà di Dio in ogni situazione. Grazie all’incontro di fede con Gesù Cristo ho riscoperto quello che avevo imparato fin da piccolo nello studio della Tôráh - quella che voi chiamate la Bibbia - cioè che tutta la volontà di Dio si riassume in un solo comando: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Questa sentenza del libro del Levitico per me è diventata la regola fondamentale della mia vita, perché ho capito che la fede diventa viva e attiva nell’amore del prossimo. Per me “il prossimo”, non è una categoria astratta, ma sono le persone che incontro con la loro diversità etnica, religiosa, culturale e sociale. Applicando il principio dell’amore del prossimo, come sintesi e vertice della volontà di Dio, ho capito che ogni persona ha diritto di avere una sua identità etnica e culturale, sociale e religiosa, rispettando e promuovendo nello stesso tempo i diritti fondamentali delle altre persone con le quali, per varie ragioni, è chiamato a convivere.

 

Sei andato in tanti posti, hai incontrato tante persone, ti sei trovato nelle più diverse situazioni, tutto per annunciare Cristo, Signore e Salvatore. Vedi anche nell’attuale andare e venire di popoli di diverse culture e tradizioni l’opportunità di un arricchimento nella fede in Cristo e di un cammino verso la unità della famiglia umana?

Nato in una città della diaspora, com’è Tarso in Cilicia, frequentata da gente di ogni regione dell’impero romano, fin da piccolo ho imparato a convivere con persone diverse per appartenenza etnica e religiosa, per lingua e cultura. Durante i miei viaggi missionari nelle regioni orientali dell’impero, dalla Siria alla Macedonia, dall’Asia minore alla Grecia, ho condiviso le paure e le speranze dei miei compagni di viaggio, commercianti e turisti. Ho avuto la fortuna, grazie alla conoscenza della lingua greca, di poter comunicare con tutti, almeno nelle città, dove gran parte della gente capisce e parla il greco. I centri urbani più importanti dell’impero sono collegati dalle strade che i romani, per ragioni militari, hanno costruito e che mantengono in un buon stato di percorribilità riparando i ponti e le stazioni di sosta. Ai valichi più pericolosi trovi sempre delle guardie che scoraggiano saccheggiatori e predatori. Tutto questo favorisce non solo gli spostamenti delle persone e la circolazione delle merci, ma consente anche il travaso delle esperienze e lo scambio tra le culture. Nelle città dove ho potuto annunciare il Vangelo, dando origine a piccoli gruppi di cristiani che si incontrano nelle case, ho creato una rete di collegamento tra le varie comunità. Per favorire l’interconnessione tra i diversi gruppi e le chiese locali vado a trovarli, oppure invio qualche collaboratore che porta una mia lettera da leggere e commentare insieme nelle riunione domestiche. Mi sono reso conto che la fede in Gesù Cristo, vissuta in una rete di rapporti cordiali e fraterni, è una forza di unificazione formidabile. Sai che, per favorire l’unità e la comunione tra la chiesa di Gerusalemme di origine ebraica e quelle nate con l’annuncio del Vangelo nel mondo greco, ho organizzato e promosso una raccolta di fondi per aiutare i cristiani più poveri della Giudea. Insomma la fede in Gesù Cristo, che ci fa sentire tutti figli di Dio liberi e fratelli, ha bisogno di gesti concreti di solidarietà, perché la fede diventa attiva ed efficace nell’amore fraterno.

 

Hai raccomandato l’accoglienza, hai fatto collette per le comunità più povere: come secondo Te accoglienza e assistenza vanno positivamente vissute?

L’iniziativa della raccolta a favore delle chiese povere della Giudea è stata presa al termine dell’incontro che ho avuto, assieme a Barnaba e Tito, con i responsabili della chiesa di Gerusalemme, Pietro, Giacomo e Giovanni, che sono considerati le “colonne” portanti. In quell’incontro si è discusso del modo di accogliere i non ebrei nella chiesa, senza creare nuove barriere e discriminazioni in nome della fede comune. Gesù Cristo infatti, con la sua morte, come atto estremo di amore per tutti, ha abbattuto ogni muro di divisione tra popoli, religioni e culture. L’esperienza della colletta per i poveri l’ho pensata e proposta alle chiese sorte nella diaspora come segno di comunione e condivisione dei beni in nome della fede comune e della carità fraterna. I cristiani che vivono nelle città dell’Asia, della Macedonia e della Grecia, hanno un tenore di vita discreto perché è gente che lavora e guadagna. Allora ho proposto loro di mettere da parte ogni settimana quello che riescono a risparmiare per costituire uno fondo da portare con i loro delegati a Gerusalemme. Per far capire il senso cristiano della raccolta, chiamata “colletta”, mi sono ispirato al racconto biblico del dono della manna, con la quale Dio ha sfamato gli Ebrei usciti dall’Egitto nel cammino del deserto. Ognuno poteva raccogliere la manna che gli serviva giorno per giorno, senza accumularla. Quella raccolta più del necessario andava a male. Applicando questo principio ai miei cristiani ho detto: ognuno dia liberamente secondo le sue possibilità per favorire un vero scambio. Le chiese della Giudea con l’annuncio del Vangelo vi hanno trasmesso un bene spirituale, voi le ricambiate inviando loro un bene materiale. E così si realizza una certa uguaglianza. In altre parole, con la colletta ho voluto promuovere la condivisione e lo scambio tra i cristiani e le chiese, senza creare dipendenze e subordinazioni. Anche con questa iniziativa ho cercato di promuovere la dignità e la libertà delle persone.

 

La fede in Cristo l’hai annunciata agli ebrei, ai greci, ai romani e d’altra parte hai difeso quasi con caparbietà che non c’è Vangelo alternativo a quello di un Cristo crocefisso: cosa ci puoi dire di più sulla comunicazione e crescita della fede vissute in ambienti culturalmente diversi senza fare stravolgimenti?

L’incontro con Gesù Cristo, il mio Signore, sulla via di Damasco, mi ha fatto capire che non c’è altra via di salvezza se non attraverso la fede in lui. Dopo quell’esperienza ho iniziato a percorrere le vie dell’impero romano per recare a tutti, giudei e greci, l’annuncio del Vangelo, che è forza di Dio per la salvezza di chiunque crede, senza distinzione di razza, di religione e di cultura. Se il Vangelo di Dio è la rivelazione del suo amore gratuito, questo è per tutti. La gratuità del Vangelo è alla radice della sua universalità. In altre parole, come dirà un mio discepolo, “Dio vuole che tutti gli uomini conoscano la verità del Vangelo per arrivare alla salvezza”. Come c’è un solo Dio, così unico è il mediatore tra Dio e gli esseri umani: l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in un estremo atto di amore per liberarli dal male e dalla morte. Se mi chiedi: “Ci sono altre vie, al di fuori di Gesù Cristo, per incontrare Dio ed essere salvi?”, ti rispondo che tutte le vie di salvezza, in modi e tempi che Dio solo conosce, alla fine incrociano Gesù Cristo, che Dio ha costituto capostipite della nuova umanità. Questa convinzione di fede, sul piano della comunicazione del Vangelo, comporta la scelta di un metodo che rispetti la libertà e la dignità delle persone. Se il Vangelo di Dio è la rivelazione e il dono del suo amore in Gesù Cristo, questo non può avvenire se non in un contesto di libertà. Del resto io stesso sono arrivato all’incontro con Gesù Cristo percorrendo fino in fondo la strada della fede ebraica. Ti posso assicurare che io sono diventato “cristiano” da “ebreo”.

 

Hai scritto anche “chi non lavora non mangi”. Puoi meglio chiarire questa tua indicazione (saprai che qualcuno te l’ha poi presa e rilanciata ai nostri tempi a modo suo) unitamente alle tue frequenti affermazioni sul lavoro che hai svolto con le tue proprie mani?

L’idea di lavorare per provvedere alle proprie necessità materiali, per non essere un parassita della società, non è nulla di eccezionale. Questa “filosofia” della vita l’ho appresa nella mia famiglia, dove mio padre, oltre a mandarmi a scuola, mi ha insegnato un mestiere per essere autonomo. Questo mi è utile nella mia attività di missionario itinerante per annunciare il Vangelo. La prima cosa che faccio, quando entro in una città, vado nel quartiere dei costruttori di tende per trovare lavoro e alloggio. Questo contatto per ragioni pratiche, mi offre lo spunto per fare un primo annuncio del Vangelo. Anche quando si forma un gruppo di cristiani, che si riuniscono nella casa dell’uno o dell’altro - in genere nella casa di persone benestanti che hanno spazi più ampi - continuo a lavorare per mantenermi da solo per non dipendere dal padrone di casa che ospita la comunità cristiana. Sai che nelle città dell’impero, sotto l’influsso della capitale, si è diffusa la figura del “patronus”. Attorno a qualche personaggio locale, ricco e potente, ruota spesso una cerchia di “clienti” che si fanno mantenere perché sono poeti, filosofi, predicatori. Io ho già il mio “patronus”, Gesù Cristo, l’unico Signore, al quale rispondo delle mie scelte e dello mio stile di vita. Ai cristiani propongo di guadagnarsi il pane con il proprio lavoro per vivere in pace e anche per poter aiutare quelli che, per ragioni di salute o altro, non sono in grado di mantenersi da soli. Sono convinto che lavorare in modo onesto e solidale, è un modo di attuare la carità fraterna. Considero questo orientamento pratico tanto più necessario in quanto nel mondo greco-romano il lavoro manuale è disprezzato ed evitato. Sotto l’influsso di questa mentalità, ma anche in nome di un certo spiritualismo entusiasta, alcuni cristiani sono tentati di abbandonare il loro lavoro per farsi mantenere dalla casa comune. Per questo ho stabilito la regola: “Chi non vuole lavorare, neppure mangi”. Non so se questa regola è ancora praticata nella società o nelle chiese che tu conosci.

 

L’intervista è del Direttore di “Servizio Migranti”, Silvano Ridolfi, e l’interprete del pensiero di Paolo è il Prof. Rinaldo Fabris di Udine.