  INTERVISTA A SAN PAOLO (n.1)

a cura di P. Carlo Colonna s.j.

 

Quest’anno la Chiesa cattolica celebra 2000 anni dalla nascita del grande apostolo di Gesù Cristo, Paolo di Tarso. Apostolo ufficiale, nel senso che non predicò Cristo di sua iniziativa, ma perché fu scelto da Cristo in persona, che gli apparve e, dopo averlo convertito a Lui, lo inviò per annunziarlo ai popoli della terra. Dietro Paolo, quindi, c’è Gesù Cristo e, se quest’anno vogliamo dedicare tempo ed attenzione ad ascoltare Paolo, è per essere condotti da lui alla conoscenza di Gesù Cristo.

Quale via seguire per conoscere meglio Paolo, la sua vita, il suo Vangelo? Lo Spirito mi ha suggerito di fargli un’intervista. Sono salito così in cielo, dove l’ho trovato felice e contento come una pasqua in mezzo ai santi, che sprizzavano come Paolo gioia e contentezza da tutti i pori. Era contento, ma anche un po’ preoccupato per le notizie dell’umanità, da lui tanto amata, che gli giungevano dalla terra. Egli sapeva come il Vangelo da lui predicato era ben vivo in tanti, ma anche che grandi difficoltà e lotte attraversava la Chiesa di Cristo a causa del Vangelo. Non si meravigliava di questo, perché anche lui aveva predicato il Vangelo in mezzo a difficoltà e lotte di ogni genere ed era molto desideroso di incoraggiare la Chiesa in terra a non stancarsi in questa sua missione. Quando mi vide e seppe che ero venuto non per chiedergli qualche preghiera, ma per intervistarlo, fu ben contento, perché aveva ancora la possibilità di darci ancora una volta la sua testimonianza e di parlare di Gesù Cristo.  Dopo esserci messi in un angoletto appartato del Paradiso, con molta attenzione e benevolenza ascoltava le mie domande e mi rispondeva.

 

Domanda: Paolo, puoi dirci come hai conosciuto Gesù Cristo?

Risposta: Ho conosciuto Cristo perché mi è apparso. La sua apparizione mi  accecò, poi mi illuminò. Ho conosciuto così la sua potenza e la sua gloria. Da quel momento abitarono in me. Non ero più io che vivevo, ma Cristo viveva in me. Da quando Cristo mi apparve, divenne veramente la mia vita, la mia nuova vita, molto diversa da quella che vivevo quando non lo conoscevo. Fui trasformato in un uomo nuovo. Ebbi una missione pubblica, per tutti gli uomini, della mia generazione, ma anche per la generazione vostra, uomini del 2000. Per questo le mie lettere, che scrissi ispirato da Dio, si leggono ancora nelle chiese durante la riunione ufficiale dei cristiani,  che voi chiamate la Santa Messa.  Ci pensa lo Spirito Santo, il Vivente, a renderle vive ed attuali per voi.

 

Domanda: Allora tu sei vivo in mezzo a noi, quando si leggono le tue Lettere?

Risposta: La mia missione continua in ogni generazione. Devo annunciarvi Cristo, devo parlarvi di Lui, finché egli non apparirà sulle nubi del cielo nell’ultimo giorno della storia, ma, prima di quel giorno, vuole apparire nel cuore di ciascun uomo per diventare il Signore e Salvatore di ciascuno  e riempirlo della sua potenza e della sua gloria come ha riempito me e mi ha salvato. Non sono un uomo del passato, un defunto, che ora non è più, ma, in virtù di Cristo, vivo per sempre nei cieli e attendo il suo ritorno sulle nubi, come lo attendete voi in terra. In quel giorno risorgerò col corpo insieme a tutti i giusti dell’umanità. Mi rivedrete allora risorto, accanto al mio Signore, Gesù Cristo, per giudicare il mondo secondo la parola che vi ho annunziato. Prego Dio nostro Padre, perché questa mia intervista possa aiutarvi a conoscere Cristo come l’ho conosciuto io e siate quindi preparati, quando nell’ultimo giorno apparirà in potenza e gloria sulle nubi del cielo, ad affrontare tutti gli eventi che allora accadranno.

 

Domanda: Paolo, non hai perduto niente del vigore e della convinzione che si sentono nelle tue Lettere. Abbiamo appena cominciato questa intervista e già ci annunzi con forza il ritorno di Cristo sulle nubi.

Risposta: Ormai sono passati 2000 anni dal primo annunzio del Vangelo e il tempo non passa invano. Ogni giorno trascorso ci avvicina al grande giorno, in cui Cristo ritornerà. Non dovete perdere tempo in affanni per cose temporali, in vanità e cattiverie. E’ proprio quello che state facendo in terra. Dovete prepararvi ad accogliere Cristo nella gloria, quando verrà, e solo credendo in lui, come ci ho creduto io, sarete preparati alla sua venuta. La sua venuta è certa più del sole che sorge ogni mattina. Non è importante sapere il giorno e l’ora, ma che verrà, perché la sua venuta dà senso alla vostra vita e la orienta alla speranza di beni eterni e meravigliosi, che egli darà a quanti l’attendono con amore e s’impegnano a compiere la volontà di Dio nella vita di ogni giorno.

Alla sua venuta gli uomini di tutti i tempi saranno radunati alla sua presenza per ricevere da lui l’approvazione o la riprovazione per la vita condotta in terra, ma ci sarà prima la risurrezione dei morti. Non pensate che questo giorno interesserà soltanto voi della terra. In quel giorno il Paradiso si svuoterà e tutte le anime sante, che vi hanno abitato fin a quel momento, saranno in terra, rivestite del corpo glorioso della risurrezione, che avranno quando Cristo ritornerà. Nella pienezza dell’eredità entreremo tutti assieme, anime del cielo e santi viventi in terra al momento del ritorno di Gesù. Sarà come quando gli Israeliti tutti insieme entrarono nella Terra promessa, guidati da Giosuè. Il nostro Giosuè, che verrà dal cielo per introdurci nella Terra promessa dei cieli nuovi e terra nuova, sarà Gesù Cristo, “il beato e unico sovrano, il re dei regnanti e signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità, che abita una luce inaccessibile che nessuno fra gli uomini ha mai visto né può vedere. A lui onore e potenza per sempre. Amen” (1 Tm 6,14-16).

 

Dicendo queste ultime parole, il volto di Paolo si illuminò ed entrò in uno stato estatico. Che cosa vedeva, non mi era lecito saperlo, ma il suo viso trasmetteva una luce ancora più forte di quella che già aveva. Un santo allora si avvicinò e mi spiegò che ciò indicava una particolare visita che Cristo faceva ai santi tutte le volte che questi lo glorificavano.

 

Mi misi anch’io a pregare e sentii nel cuore un forte desiderio di conoscere Gesù Cristo, come lo conobbe Paolo. Come è vero, che, praticando i santi, si diventa più santi! Ascoltando Paolo, mi parve come se tutto il tempo di quaggiù fosse passato in un attimo ed, ecco, era già presente per me il momento in cui ero davanti a Gesù Cristo. Ma mi sentivo tremendamente impreparato.  Mi rivolsi allora al Signore Gesù e lo pregai con queste parole, che mi sgorgavano dal cuore: Signore Gesù, tu sei il mio Salvatore. Fa’ che ti possa conoscere, amare e servire come ti ha conosciuto, amato e servito san Paolo.  Ripetevo con sempre maggiore convinzione e desiderio questa preghiera, sentendo nel cuore la certezza che Gesù l’avrebbe esaudita. Davanti a quel grande conoscitore di Gesù Cristo, che era san Paolo, avvertivo tutta la poca conoscenza di Cristo, che abbiamo noi cristiani. Capii che l’anno giubilare di san Paolo era un dono di Dio alla Chiesa e agli uomini, perché attraverso Paolo progredissero nella sublime scienza di Gesù Cristo.

Invito anche voi lettori a fare spesso in questa settimana questa preghiera, perché il vostro cuore sia pieno di Cristo come lo era il cuore di Paolo, il suo grande apostolo (continua).

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n. 2)

  

Finita l’estasi, Paolo ritornò a me per continuare l’intervista. La pace lo riempiva da ogni parte e mi faceva sempre più desiderare di entrare nei segreti del suo Vangelo, che lo aveva reso tanto famoso in terra e lo rende così beato in cielo. Tutto cominciò dalla “luce del cielo”, che lo avvolse sulla via di Damasco. Cercai quindi di fargli parlare maggiormente della sua conversione.

 

Domanda: Che cosa ti capitò sulla via di Damasco? L’episodio lo sappiamo, perché è scritto negli Atti degli Apostoli più volte, ma vorrei che tu parlassi della tua esperienza interiore.

Risposta: Ciò che scrissi a Timoteo circa la mia condotta prima del mio incontro col Messia, lo ripeto anche ora: “Per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento” (1 Tm 1,13). Avevo in odio il Messia e i suoi seguaci. Questi avevano grande paura di me perché “fremevo minaccia e strage” (At 9,1) contro di loro. Con questa ira nel cuore andavo a Damasco per trovare cristiani e condurli in catene a Gerusalemme. Ero ben poco adatto ad una conversione, ma ebbi misericordia, perché “agivo senza saperlo, lontano dalla fede” (1 Tm 1,13). E questa misericordia mi cadde letteralmente addosso senza preavviso e preparazione, nel momento del mio massimo impegno contro i cristiani. All’improvviso, vicino alla città di Damasco, una luce dal cielo mi avvolse, mi fece cadere in terra e una voce, che sentirono anche i miei compagni di cammino, mi disse: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” (At 9,4). Non sapevo chi mi parlava, ma intuì che era il Signore e dissi: “Chi sei, o Signore?” e la voce: “Io sono Gesù che tu perseguiti” (At 9,5). In quel momento il muro di incredulità e di odio che c’era tra me e Gesù crollò. Mi ritrovai nudo e senza parola, per terra, come uno sconfitto. Gesù mi comandò, come si comanda a un vinto, di alzarmi, di entrare in città e là mi sarebbe stato detto ciò che dovevo fare. Ero una sua conquista e già mi considerava al suo servizio. Pensate: da persecutore di Cristo al suo servizio, in un istante.

 

Domanda: E la cecità che ti colse per tre giorni?

Risposi: Quando mi alzai, mi accorsi che non vedevo e per tre giorni rimasi cieco, per di più senza mangiare né bere, incapace di farlo perché privo di energie. Ero come un morto. Fu la mia prima scuola di fede e quel che appresi con quella esperienza mi valse a comprendere in poco tempo chi era Gesù e chi siamo noi davanti a lui. Come sta scritto: “Bene per me che sono stato umiliato, perché impari a obbedirti” (Sal 119,71). Noi siamo tenebra, Gesù è la Luce. Io vivevo nelle tenebre e mi comportavo come i figli delle tenebre, che combattono la luce. Quei tre giorni di cecità servirono a farmi ricuperare la vista spirituale. La luce che vidi sulla via di Damasco mi entrò dentro e cominciò a farmi vedere chi ero realmente con tutta la mia sapienza di osservante ebreo. La mia mente riandava al passato e non vedevo altro che orgoglio, orgoglio, orgoglio, mascherato dietro pietà religiosa, le mie strette osservanze ebraiche. Il ricordo di quella voce meravigliosa mi risuonava dentro ed era tutta la mia speranza. Che dolcezza, che autorità, che forza! Mi ricordavo delle parole del profeta Geremia: “E’ bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore…Sieda costui solitario e resti in silenzio, poiché egli glielo ha imposto; cacci nella polvere la bocca, forse c’è ancora speranza; porga a chi lo percuote la sua guancia, si sazi di umiliazioni. Poiché il Signore non rigetta mai…Ma se affligge, avrà ancora pietà secondo la sua grande misericordia. Poiché contro il suo desiderio egli umilia e affligge i figli dell’uomo” (Lam 3,26-33). Gesù mi aveva detto che a Damasco mi sarebbe stato detto ciò che dovevo fare. Mi fece anche vedere un uomo che veniva a me, mi imponeva le mani e vedevo di nuovo. Aspettavo, quindi, mentre nel mio cuore brillava una certezza assoluta: Gesù era il Messia. Era la fede, la vista spirituale che ricuperai prima della vista fisica. In quei tre giorni maturai la decisione di mettermi tutto al servizio di Gesù, una volta recuperata la vista. Compresi che quella grazia straordinaria, che ricevetti senza alcun mio merito, era la chiamata che Dio mi faceva ad essere l’apostolo di Gesù.

 

Domanda: E cosa provasti, quando venne a te Anania, t’impose le mani e vedesti di nuovo?

Risposta: Fu la mia prima Pasqua, il mio primo passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita. Compresi che nel nome di Gesù mi era data la vista e la vita. Non solo quella fisica, ma soprattutto quella spirituale. In quel momento, oltre alla vista, fui colmato di Spirito Santo. Recuperata la vista, fui subito battezzato e avvertii la potenza dello Spirito Santo scendere in me. Capite che cosa avvenne in me in quel momento? Voi non considerate appieno la potenza del battesimo e la grazia di misericordia che Dio riversa su noi, poveri peccatori, col battesimo.  Tutto il mio passato di bestemmiatore, di persecutore, di violento, di falso religioso, tutto, proprio tutto, fu spazzato via. Mi sentii lavato, santificato, illuminato, giustificato da Colui che è il Santo, il Giusto, la Luce, benedetto egli sia, il nostro Signore Gesù Cristo.

 

Mentre diceva le ultime parole, il volto di Paolo s’infiammava, gettando tutt’intorno vive fiamme d’amore e di luce. Con gli occhi rivolti verso l’alto, cadde in ginocchio in un profondo atteggiamento di devozione e di ringraziamento, rivolto a Gesù Cristo che sedeva sul trono e al Padre.

Non potei più continuare l’intervista e caddi anch’io in un inno di lode e ringraziamento a Gesù Cristo per la conversione di san Paolo e per la sua grande misericordia verso noi uomini, poveri peccatori. In quel momento miriadi di angeli vennero su di noi e proclamavano a gran voce, secondo quanto sta scritto in Apocalisse 5,12: “L’Agnello che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza, onore e gloria e benedizione”. Un coro di santi si unì a loro, proclamando: “A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (Ap 1,5-6). Univo a loro la mia voce e, ricordandomi quanto Paolo aveva scritto a Timoteo (1 Tm 1, 12-17), dicevo: Signore Gesù, grazie, grazie, grazie, che hai voluto mostrare in Paolo tutta la tua magnanimità verso noi poveri peccatori. Veramente tu sei venuto nel mondo per salvare i peccatori e ci ha voluto dare un segno di questo nel far misericordia a Paolo persecutore e nel chiamarlo al tuo servizio. Grande tu sei e senza fine è la tua misericordia. Un santo si avvicinò a me, ricordandomi le parole del salmo 36,8-10: Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa  e li disseti al torrente delle tue delizie. E’ in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce. Rimasi con Paolo a lungo in silenzio, alla pura presenza di Dio.

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.3) 

 

Dopo un lungo silenzio, in cui ci sentivamo avvolti dalla Divina Presenza, ricominciammo a dialogare. San  Paolo manifestava un vivo desiderio di parlare della sua vita e delle cose meravigliose che in lui aveva fatto il Signore. Effettivamente, dopo Maria, uno dei personaggi della storia che più può dire: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, è proprio Paolo. Gli chiesi quindi:

 

Domanda: Paolo, che cosa facesti dopo il battesimo?

Risposta: In un primo tempo stetti con i cristiani di Damasco. Andai poi in Arabia (Gal 2,17), nella regione della Nabatea, a est di Damasco. Ritornai poi nella città (Gal 2,17) e con tutto l’impeto del mio cuore cercavo di convincere i Giudei che Gesù era il Messia. Ero andato a Damasco per entrare nelle case dei cristiani e costringerli con la forza a rinnegare Cristo. Invece, a Damasco entravo nelle sinagoghe dei Giudei per convincerli che Gesù era il Messia e il Figlio di Dio! Non potevo trattenere in me la buona notizia: il Messia era con noi. Gesù l’aveva detto: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria fino agli estremi confini della terra” (At 1,8). Sapevo bene a che cosa mi esponevo, affrontando i Giudei increduli, perché poco prima ero stato come loro. Ma lo Spirito mi spingeva a farlo, anche per dimostrare ai credenti, da me perseguitati fin allora, che veramente mi ero convertito. Dopo poco i Giudei mi presero in odio e volevano uccidermi. Ero andato a Damasco per uccidere i cristiani ed, ecco, i Giudei volevano uccidere me perché ero diventato cristiano! Cominciai a sperimentare sulla mia pelle l’odio dei Giudei verso Gesù, lo stesso odio che prima avevo anch’io. Quante volte ho dovuto scontrarmi con questo odio nella mia testimonianza resa a Gesù! Come scrissi ai Corinzi, “cinque volte dai Giudei ricevetti i trentanove colpi, tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato” (2 Cor 11,25). Il Signore mi ha sempre liberato dalle loro mani. Qui in cielo la mia preghiera per i miei connazionali è incessante finché tutto Israele non accolga Gesù. E’ certo che avverrà, perché lo scrissi ai Romani come una profezia (Rm 11,25-26). Questo tempo ormai è vicino e sarà come una risurrezione dai morti (Rm 11,15).

 

Domanda: E come scampasti a Damasco dalle insidie dei Giudei?

Risposta: I Giudei avevano deciso di uccidermi. Saputa la notizia, i miei nuovi fratelli cercavano come farmi partire da Damasco, ma non era facile, perché i Giudei facevano la guardia alle porte della città, giorno e notte, per impedire che lasciassi Damasco. Riuscii a fuggire per mezzo di uno stratagemma. I discepoli mi calarono dalle mura della città, di notte, in una cesta. Dopo un po’ di tempo andai a Gerusalemme, ma le comunità dei credenti in Gesù non avevano fiducia in me e nel mio cambiamento di vita, perché la mia fama, come feroce persecutore dei discepoli di Gesù, era ben nota e avevano paura. Allora Barnaba mi prese con sé e mi presentò agli apostoli a Gerusalemme. In quel momento c’erano solo Pietro e Giacomo. Rimasi con loro quindici giorni (Gal 1,18-20). Barnaba raccontò loro come il Signore mi era apparso e come avevo predicato con coraggio a Damasco. Essi si rallegrarono intensamente di ciò e mi onorarono della loro amicizia. Riconobbero in me la grande grazia che avevo ricevuto, soprattutto la chiamata all’apostolato, che sempre più mi urgeva dentro. Come mi ero mostrato zelante nel perseguitare Cristo, molto più zelante volevo essere ora nel portarlo alle genti. Da allora la mia testimonianza divenne accolta da tutta la comunità dei credenti, che glorificavano Dio per la mia conversione e la testimonianza che con tanta forza davo a Gesù. Ma gli Ebrei di lingua greca, chiamati “Ellenisti”, con cui discutevo sulla fede in Gesù, mi volevano uccidere. I discepoli allora mi fecero lasciare Gerusalemme, dicendomi di ritornare a Tarso (At 9,26-30). Così feci ritorno alla mia città.

 

Domanda: Paolo, come giudichi la chiusura di Israele al Messia?

Risposta: Già scrissi di ciò ai Corinzi. Essi hanno come un velo steso sul loro cuore, per cui non vedono la “sovraeminente gloria della Nuova Alleanza” (2 Cor 4,10) che brilla sul volto di Gesù. Anche l’Antica Alleanza era gloriosa, ma di una gloria effimera e passeggera. Per questo Mosé, reduce dal monte Sinai  o quando usciva dal colloquio col Signore nella Tenda di convegno, dopo aver parlato agli israeliti (vedi Es 35,29-35), poneva un velo sul suo volto che splendeva, per simboleggiare il carattere passeggero dell’Alleanza del Sinai (2 Cor 4,12-13). I Giudei sono rimasti attaccati a questa alleanza, che non ha più splendore e non comunica più vita, ed hanno preso in odio la luce vera e imperitura della Nuova Alleanza, piena di grazia e di verità. La Legge data da Mosè, che aveva un compito temporaneo e pedagogico, ha finito per essere il velo steso sul loro cuore, per cui non vedono lo splendore della Nuova Alleanza che rifulge nel volto del Messia. Anche su di me c’era questo velo fino a quando l’apparizione sfolgorante di Cristo me l’ha fatto crollare. La mia cecità di tre giorni ebbe a che fare con tutto questo. Divenni cieco, perché ero ormai senza il velo della Legge steso sul mio cuore, che fino allora era per me tutta la mia vista spirituale. Passando per questa cecità, ero disponibile a ricevere la nuova vista, che mi rendeva capace di vedere la luce della Nuova Alleanza, immortale e non effimera.

 

In quel momento Paolo si mise a piangere. Era un pianto silenzioso, profondo, intenso, che non turbava la serenità del suo volto, ma rendeva manifesto un suo dolore intimo, un desiderio che ancora non era appagato e per questo piangeva. Capivo che Paolo piangeva perché aveva in cuore l’ intenso desiderio che i suoi fratelli secondo la carne, gli ebrei, riconoscessero il loro Messia come lo aveva riconosciuto lui. Mi ricordai di quanto Paolo lasciò scritto di sé nella Lettera ai Romani: “Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne” (Rm 9,1-1-3). E più avanti dice: “Fratelli, il desiderio del mio cuore e la mia preghiera sale a Dio per la loro salvezza. Rendo infatti loro testimonianza che hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza (Rm 10, 1-2).  Ero ammutolito davanti al pianto di Paolo. Pensavo che in Paradiso non si piangesse più, eppure vedevo Paolo ancora intimamente coinvolto dal rifiuto di Cristo da parte del suo popolo e anelante a vedere il giorno della sua conversione. Gli chiesi allora:

 

Domanda: Paolo, vuoi che in terra preghiamo per la conversione degli ebrei a Cristo?

Risposta: E’ come se domandassi a un assetato se vuole bere. Desideravo ardentemente la conversione del mio popolo al Messia, quando entravo nelle loro sinagoghe per annunziare loro Gesù, ed ora che sono in cielo e vedo il volto del Signore, ancora di più lo desidero. Conosco bene il desiderio ardente di Gesù, che non vede l’ora di rendere suo Corpo il popolo da cui è nato secondo la carne. Rientra nel Grande Disegno del Padre. E’ Sua Volontà che a tempo debito si realizzerà. Gesù è il Messia, mandato prima agli ebrei e poi ai pagani, e il rifiuto del suo popolo non ha estinto in lui il desiderio di riabbracciarli come fratelli non di carne, ma di spirito. Era lo stesso desiderio che aveva Giuseppe, figlio di Giacobbe, di farsi riconoscere dai suoi fratelli, che pure avevano tentato di ucciderlo (Vedi Es 43,24-34). Se Giuseppe non lo fece subito, fu perché i suoi fratelli dovevano fare un cammino per arrivare al riconoscimento del fratello tanto odiato. Così è per l’Israele che ha rifiutato il suo Messia. Ha dovuto fare un lungo cammino per ritornare a Gesù, ma si sta avvicinando con grande rapidità il tempo del riconoscimento. Vuoi affrettarlo anche tu? Ti voglio insegnare una preghiera semplice, ma molto efficace perché gli ebrei riconoscano Gesù come il loro Messia: Padre, fonte di ogni fede in Gesù, come convertisti a Gesù Saulo persecutore, così oggi converti a Gesù “tutto Israele” secondo quanto promettesti per mezzo di Paolo: “Allora tutto Israele sarà salvato: da Sion uscirà il liberatore, egli toglierà le empietà di Giacobbe. Sarà questa la mia alleanza con loro, quando distruggerà i loro peccati” (Rm 11,26-27). Ti assicuro che unirò la tua richiesta alla preghiera che incessantemente faccio per Israele, e la presenterò al Padre. Di’ spesso e più volte questa preghiera con tutto il cuore e affretterai il giorno in cui vi troverete a fianco tutto Israele nell’amore a Gesù. Questo giorno sarà un grande bene e una immensa gioia per tutta l’umanità.

 

Ero strabiliato. Le parole di Paolo mi aprirono il cuore. Compresi molte cose nuove intorno al momento attuale dell’Israele di Dio. Prima di tutto rifulse davanti ai miei occhi Israele come “l’Israele di Dio”! Oh, che splendore, che splendido diadema nelle mani del Re! Non l’Israele della carne, ma l’Israele dello spirito. Mi parve di vedere un bellissimo diamante, che usciva fuori da una grande melma scura in cui era immerso e che, uscito da quella melma, in poco tempo si purificava e risplendeva di nuovo.

Compresi in modo nuovo perché Dio all’inizio della Chiesa aveva preso un ebreo, che perseguitava i credenti in Gesù, per farlo apostolo delle nazioni e fondamento della nuova Chiesa. Sentivo una voce che mi diceva: Vedi, quella grazia che diedi a Saulo persecutore, ora la voglio dare a “tutto Israele”, che finora, in un modo o nell’altro, è stato nemico di Gesù e ha detto tanto male di lui.  E’ venuta la sua ora, l’ora profetizzata da Paolo. Da Sion uscirà il liberatore d’Israele. L’ebreo Gesù toglierà le sue empietà e per mezzo di lui farò alleanza con “tutto Israele”, perché l’ebreo Gesù, che è mio Figlio, distruggerà i peccati di “tutto Israele”.Ciò che disse Geremia ora si realizzerà per “tutto Israele”.

A quella voce vidi come una grande luce che si diffondeva su tutta la terra e la voce continuò: Se un solo ebreo, persecutore dei miei figli, potette fare con la mia grazia tanto bene al mondo, quale grande bene verrà al mondo quando “tutto Israele” con la mia grazia si convertirà a Gesù e lo annunzierà al mondo? La luce che vedevo era il grande bene che sarebbe venuto al mondo dalla conversione a Gesù di “tutto Israele”.

Caddi per terra davanti a Paolo e compresi di quali grandi misteri era portatore l’apostolo di Gesù Cristo. Alzai le mani al cielo per ringraziare Dio di avercelo dato e lo ringraziai anche perché la sua Santa Chiesa, mediante Benedetto XVI, aveva istituito l’anno di san Paolo allo scopo di rinnovare la conoscenza del Vangelo di Dio nel cuore degli uomini. Mai come in quel momento ciò che scrisse Paolo nei capitoli 9-11 della Lettera ai Romani intorno alla incredulità degli ebrei davanti a Gesù,  rifulse vero e attuale davanti ai miei occhi e così spero che rifulgerà  davanti agli occhi dei lettori di questa intervista (continua). 

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.4)

  

Eravamo entrati in un argomento molto delicato e anche attuale per i nostri tempi. Il conflitto Israele-Palestinesi è una delle tensioni più gravi dei nostri giorni a livello politico, ma lo stessa tensione è esistita ed esiste tuttora, a livello religioso, tra l’Ebraismo ortodosso e la Chiesa. Attualmente, sempre a livello religioso, esiste all’interno degli Ebrei credenti una tensione tra gli Ebrei Messianici attuali, che credono in Gesù come Messia, e il resto degli Ebrei, che ancora rifiutano il loro Messia. Feci allora alcune domande a Paolo per sentire il suo parere sul destino di Israele, vedendo come questo tema del rifiuto del Messia da parte degli ebrei, suoi connazionali, toccasse tanto l’Apostolo;

 

Domanda: Paolo, tu sei passato alla storia come “l’apostolo dei Gentili”, perché predicasti il Vangelo ai Gentili del tempo. Eppure la tua vicenda di zelante osservante ebreo prima e persecutore di Cristo poi, la tua conversione a Cristo, le tue sofferenze interiori ed esteriori legate al rifiuto di Cristo da parte tuo popolo, a mio parere, ti meritano il titolo di “apostolo degli ebrei”, almeno degli ebrei di oggi che si convertono a Cristo.

Risposta: (dopo avermi guardato a lungo in silenzio) E’ la mia vocazione attuale. Già ti ho detto che io non sono un morto, che non influisce più nella storia di voi viventi in terra. In virtù dello Spirito il mio carisma vive nella storia e con esso sono io che vivo in mezzo a voi. Io mi posso vantare di essere ebreo più di tanti che si vantano di questo, come scrissi ai Filippesi: “Circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge” (Fil 3, 5-6). Inoltre, io non sono solo un ebreo chiamato, ma un ebreo convertito. I primi discepoli e apostoli di Gesù, Pietro, Giacomo, Giovanni e gli altri, aderirono a Gesù per una semplice chiamata più che per conversione. Fu per loro un passaggio naturale, per me fu una profonda conversione, un passaggio traumatico. Gesù ha voluto che fossi un segno per gli ebrei di oggi che devono arrivare al Messia dopo secoli di bestemmie che hanno detto contro Gesù. Se lungo i secoli spesso gli ebrei sono stati perseguitati dall’antisemitismo dei cristiani, gli ebrei sono stati fermi nei secoli nell’odio verso Gesù, nel rifiutate i suoi apostoli, nel bestemmiare il suo nome. Sono stati come ero io nel cuore prima della conversione, anche se esteriormente gli ebrei non potevano perseguitare più la Chiesa, ma spesso ne erano perseguitati. Inoltre io, quando era possibile, mi sono fatto un dovere di predicare il Vangelo prima agli ebrei e poi ai pagani, entrando nelle loro sinagoghe non solo in Israele, ma anche nel mondo greco-latino. Sono stato un segno chiaro, lampante, evidente della loro chiamata alla fede in Gesù Messia e tale rimarrò finché gli ebrei, miei connazionali, non accetteranno il loro Messia. Quella stessa misericordia che Gesù ha riversato su di me persecutore la riverserà su tutto Israele, ma è necessario che “tutto Israele” si converta e accolga nel cuore della sua fede il Salvatore. 

 

Domanda: Paolo, nella Chiesa dei Gentili entrò la convinzione che Israele, dopo aver rifiutato in massa Gesù, non fosse più “il popolo di Dio” e che popolo di Dio fosse invece la Chiesa dei Gentili, credenti in Gesù. Ora la Chiesa ha cambiato idea e lo ha espresso anche in un documento del Concilio Vaticano II. Ci puoi dire il tuo pensiero su questo argomento?

Risposta: Israele è nato come “popolo di Dio” in mezzo alle nazioni della terra e Dio si è legato a lui come suo popolo con un’alleanza eterna. Israele rimane per sempre nella storia, in tutte le sue vicende, “popolo di Dio”. Come ho scritto, “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11,28), e gli ebrei, “quanto all’elezione, sono amati a causa dei padri” (id.). Dio quindi non ha mai rigettato Israele come suo popolo, anche se Israele non ha vissuto sempre secondo la vocazione alla santità e alla verità che l’essere “popolo di Dio” comportava. Leggete le Scritture dell’Antico Testamento e vedrete come, prima del rifiuto del Messia, Israele rifiutava spesso nella sua storia la Torah di Mosé (la Legge) e i Profeti, che Dio mandava perché l’osservassero. Eppure Dio in quei casi non rigettò mai Israele come suo popolo. Anche quando dichiarò decaduto l’Antico Patto del Sinai a causa delle sue inadempienze, ha annunziato il dono di un Nuovo Patto, non più scritto sulle pietre, ma nel cuore, con cui avrebbe legato tutto Israele a sé (Ger 31,31-34; Ez 36,22-38). Ciò permette di pensare che anche nel buio più tremendo, in cui è caduto Israele a causa del rifiuto del Messia, esso sia sempre rimasto “popolo di Dio”, che ancora però deve realizzare la sua vocazione ad essere il popolo dei figli di Dio mediante la nuova nascita e di nuovi fratelli di Gesù Cristo. Ciò potrà avvenire quando tutto Israele si convertirà al Messia, sarò nato di nuovo dallo Spirito e avrà lo Spirito Santo come legge interiore scritta nel cuore e operante nella vita.

 

Domanda: Paolo, quanto è bello ciò che ci dici! Ciò apre il cuore alla speranza nella misericordia di Dio.

Risposta: (dando segni di grande commozione interiore) Quanto è grande la misericordia di Dio verso il suo popolo! L’ho espresso in quelle mirabili parole, che scrissi nella Lettera ai Romani, dopo aver parlato del ritorno degli ebrei a Gesù. Ogni volta che queste parole mi ritornano in mente, mi commuovo nel profondo del mio spirito: “Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia per la loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti in vista della misericordia usata verso di voi, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia!” (Rm 11,30-32). Siamo tutti immersi nella misericordia di Dio come siamo immersi nell’aria per respirare e vivere.

 

In quel momento assistetti ad un evento pentecostale. L’atmosfera celeste in cui stavamo immersi cominciò a riempirsi di fiamme di fuoco, sempre più, sempre più, sempre più. Venivano da ogni parte e riempivano  quel luogo. Io e Paolo guardavamo meravigliati, stupiti. Paolo mi spiegò: Il Signore, il Misericordioso, benedetto Egli sia nei secoli, ci sta dando un segno della Sua Grande Misericordia. Essa si effonderà sulla terra come tante fiamme di fuoco, che riempiranno l’atmosfera terrestre ed entreranno nel cuore degli uomini per trasformarli e convertirli a Cristo. Queste fiamme di fuoco sono destinate soprattutto al suo popolo, agli ebrei. Ovunque entreranno queste fiamme, comunicheranno nuova vita e sapienza e Cristo vivrà in modo nuovo in loro. Vieni, dobbiamo pregare intensamente, perché questo è un momento favorevole. Non parliamo più, ma preghiamo. Immediatamente cademmo in ginocchio e con le braccia tese verso l’alto, come un fiume, uscirono dal nostro cuore parole di lode, di ringraziamento, di adorazione rivolte alla Grande Misericordia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo insieme a suppliche perché Dio abbia misericordia di tutti gli uomini, in modo particolare degli ebrei, che sono ancora chiusi a ricevere il Vangelo.

Dopo un certo tempo, le fiamme di fuoco si ritirarono e tutto ritornò nella pace e nella calma di prima. Ci alzammo e Paolo, come uscendo da un estasi profonda, pronunziò solennemente e lentamente le parole che scrisse nella Lettera ai Romani, dopo aver parlato della Grande Misericordia di Dio verso tutta l’umanità disobbediente: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha potuto conoscere il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì che abbia a riceverne il contraccambio? Perché da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen” (Rm 11,33-36). E, prostrato per terra, adorò.

   

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.5)

 

Dopo un lungo silenzio, in cui assaporammo la Divina Presenza, riprendemmo l’intervista. Chiesi allora a Paolo, mosso dal desiderio che ci parlasse della sua vocazione di apostolo di Gesù Cristo:

 

Domanda: Paolo, nelle Lettere che ci hai lasciato, la prima cosa che dici, dopo il tuo nome, è l’appellativo di “apostolo di Gesù Cristo” (1 Cor 1,1; 2 Cor 1,1; ecc.; vedi l’inizio delle altre Lettere). Scrivendo ai Galati lo affermi in modo ancora più perentorio: “Paolo apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomini, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre” (Gal 1,1) e in seguito dici loro che le cose che annunzi “le avevi ricevute e apprese non da uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo (Gal 1,12). Ora ti chiedo: che cosa voleva dire per te essere “apostolo di Gesù Cristo”?

Risposta: Dovete distinguere le due grazie, che caddero su di me fin dall’inizio della mia vita in Cristo: la conversione e la chiamata ad essere apostolo. Tanti si convertono, ma non ricevono la chiamata apostolica. Io ricevetti entrambi le grazie. Compresi che Dio mi convertì in modo così clamoroso e improvviso perché mi aveva scelto ad essere apostolo di Gesù Cristo. Questa vocazione mi fu data direttamente da Dio, non da parte di un uomo, che precedentemente già aveva avuto la vocazione apostolica, come erano i primi apostoli di Gesù. Io personalmente fui cosciente di questa mia vocazione non per mezzo di uomo. Perciò scrissi ai Galati: “Ma quando piacque a colui che, fin dal seno di mia madre, mi prescelse e mi chiamò mediante la sua grazia, di rivelare in me il Figlio suo, perché lo annunziassi ai pagani, immediatamente, senza prendere consiglio dalla carne e dal sangue e senza salire a Gerusalemme da quelli che prima di me erano apostoli, mi recai in Arabia e poi tornai di nuovo a Damasco. In seguito, tre anni dopo, salii a Gerusalemme per far visita a Cefa…” (Gal 1,15-17). Se vuoi un paragone, fu per me come avvenne per la santa madre di Dio, Maria di Nazareth. La sua vocazione alla maternità verginale e divina le venne direttamente da Dio e non ebbe bisogno di essere assicurata da uomo per essere certa di questo. Come la mia conversione fu straordinaria, anche la mia chiamata ad essere apostolo fu straordinaria. Non ci fu spazio per l’uomo in esse, ma furono soltanto opera diretta di Dio.

 

Domanda: Paolo, che cose meravigliose ci dici! Veramente Dio ha fatto in te grandi cose. Grande è il Suo Nome! Sei una purissima opera di Dio, pensata e realizzata da Dio per manifestare le imperscrutabili ricchezze, che Cristo avrebbe riversato sui popoli della terra, a cui ti mandava.

Risposta: Fai bene a mettere in relazione la mia straordinaria chiamata alle straordinarie grazie che Dio avrebbe riversato sulle nazioni della terra in Cristo Gesù. Se la mia elezione ad essere apostolo è straordinaria, anche la vostra vocazione ad essere figli di Dio è straordinaria. Per la maggior parte di voi ha un inizio più modesto del mio. Eravate appena nati, quando i vostri genitori vi portarono al fonte battesimale, ma considerate che quell’umile gesto manifestava per voi l’elezione e la predestinazione del Padre, che vi destinava “ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati” (Rm 8,29-30). Vedete di quante grazie veramente incredibili e straordinarie voi cristiani siete oggetto da parte del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? Agli Efesini poi scrissi: “In Cristo il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà” (Ef 1, 4-6). La predestinazione ed elezione di Dio nei nostri confronti è uno dei più alti misteri di Dio, di cui ben poco possiamo comprendere. Risplende in modo eccezionale nei grandi eletti e predestinati, fra cui ci sono io, ma è presente in modo generale in tutti i chiamati alla salvezza e accompagna la vita dei salvati fino al raggiungimento della gloria finale. 

 

Domanda: Paolo, rendo grazie con tutto il cuore al Padre per quanto mi dici. Gloriandoci della tua chiamata ad essere apostolo di Gesù Cristo, è come se ci gloriassimo della nostra chiamata ad essere figli di Dio. Siamo sullo stesso piano, un solo piano di elezione e predestinazione divina, che ha Gesù Cristo come centro e fine.

Risposta: Vedo che conosci bene la rivelazione che ebbi da parte di Dio. Ne devi parlare e scrivere, senza stancarti, in tutte le forme che lo Spirito ti suggerirà. L’opera di Dio va avanti in tutte le generazioni senza stanchezza, per la potenza dello Spirito Santo che la sostiene e la porta avanti. Come io ero pieno di Spirito Santo, così voi dovete essere pieni di Spirito Santo. Ai vostri giorni c’è bisogno di una nuova evangelizzazione, perché gli uomini si sono raffreddati nella carità di Cristo e si dilettano delle opere tenebrose del male piuttosto che della luce di Cristo. Quello che scrissi a Timoteo, lo ripeto a te e a quanti hanno a cuore la causa del Vangelo: “Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del vangelo, adempi il tuo ministero” (2 Tm 4,1-5).

 

Domanda: Paolo, mentre noi evangelizziamo in terra, tu accompagnaci con la tua preghiera. Sappiamo quanto hai a cuore la causa del Vangelo, per cui ha dato la tua stessa vita. Prega soprattutto per gli evangelizzatori perché siano riempiti della stessa scienza di Dio e carità di Cristo, di cui eri pieno tu.

Riposta: Vieni, ti voglio insegnare una preghiera per l’evangelizzazione breve, ma efficace: Padre, che tutta la terra sia ripiena della tua Gloria. Che il Nome di Cristo sia glorificato dagli uomini da lui tanto amati. Che lo Spirito Santo porti a compimento l’opera per cui l’hai mandato sulla terra. Poi annunzia il Vangelo con fiducia. Farai parte di quell’esercito del cielo, che segue il Cavaliere di Dio nella guerra contro i nemici di Dio, di cui parla Giovanni nell’Apocalisse (Ap 19,14). Il Cavaliere è il “Verbo di Dio” (Ap 19,13).

 

In quel momento sentii una particolare presenza dello Spirito Santo su di me. Era come se lo Spirito venisse a confermarmi l’esortazione di Paolo all’evangelizzazione e mi riempisse di energie per un nuovo slancio nell’annunzio del Vangelo. Sentivo che mi riempiva anche di una nuova creatività per proclamare il mistero di Dio, di cui Paolo era stato il grande rivelatore. Allora mi inginocchiai davanti a Paolo e gli chiesi la sua benedizione, dicendogli: Paolo, grande apostolo di Gesù Cristo, benedicimi perché ora tocca a me, finché vivo in terra, di continuare l’opera che tu con tanta donazione di te stesso hai compiuto ai tuoi giorni, e, come me, benedici quanto sono chiamati oggi da Dio alla stessa opera. Paolo allora mi coprì con le sue mani, piene di un calore e di un profumo ineffabili, e pregò per me con profonda partecipazione di cuore. Infine mi disse: Quello che scrissi a Timoteo lo dico anche a te: “Ravviva il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio” (2 Tm 1,6-8).Mentre Paolo parlava e sentivo le sue mani sul suo capo, avvertii come non mai che colui che mi aveva imposto le mani sul capo al momento della mia ordinazione sacerdotale (21 giugno 1970), non era il vescovo che lo fece, ma l’apostolo Paolo mediante le mani del suo successore. Difatti i vescovi sono i successori degli apostoli. Mi sentii ad un tratto attaccato alla radice della mia vocazione apostolica nella Compagnia di Gesù. Mi sentivo come Timoteo, così caro al cuore di Paolo, a cui l’Apostolo affidava di continuare la sua missione. Pensai che dal quel momento sentirò sempre Paolo apostolo come il mio superiore mistico nella missione di predicare il Vangelo. Cercherò di imitarlo secondo la grazia che mi sarà data e di aver sempre fiducia nelle sue preghiere per me. Ma penso che l’esperienza che feci in quel momento vale anche ad incoraggiare quanti hanno oggi la missione di evangelizzare e sono molti.

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.6)

 

Dopo la benedizione e la preghiera ricevuta da Paolo, riprendemmo la nostra conversazione. Come era fruttuosa per l’anima mia questa intervista con Paolo e spero che possa esserlo anche per quanti la leggeranno. Gli chiesi quindi:

 

Domanda: Paolo, parlaci un po’ della tua vita missionaria come apostolo.

Risposta: Immagina queste cinque realtà: i pulpiti, le strade, le navi, le case, le prigioni. Sono stati i luoghi dove ho passato la mia vita missionaria, mentre abbandonavano in me le consolazioni di Dio insieme alle tribolazioni a causa del Vangelo e dei pericoli della vita, che non mi hanno risparmiato. Ma in tutto ho visto l’onnipotente mano di Nostro Signore che mi proteggeva, mi guidava e mi faceva portare a termine la missione, per cui mi aveva mandato. Riguardo alle tribolazioni senza numero che mi hanno seguito nel mio apostolato, non ti devi meravigliare. All’inizio anch’io mi ribellavo davanti ad esse, soprattutto per ciò che ho chiamato “una spina nella carne”, “un inviato di satana, incaricato di schiaffeggiarmi” (2 Cor 12, 7). Non ne potevo più. Mi sentivo umiliato all’estremo. Mi pareva che, se ne fossi stato liberato, la mia operosità per il Vangelo sarebbe cresciuta. Come scrissi ai Corinti, “per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me” (2 Cor 12,8). Ma sai che mi ha risposto? Ebbi per risposta: “Ti basta la mia grazia: la mia potenza infatti si dimostra pienamente nella debolezza” (1 Cor 12, 9). Che luce, che ammaestramento! Mi fece cadere a terra allo stesso modo di come caddi a terra, quando la grande luce dal cielo mi apparve sulla via di Damasco. Ero cieco, non capivo il valore di quella tribolazione. Gesù con quella risposta me lo fece capire. E penso che ciò che disse a me sarà di luce anche a tanti che si trovano ora nella mia condizione di allora. In quel momento mi sembrò di vedermi come una fragile vaso, povero e umile in sé, in cui Dio aveva messo una potenza irresistibile, che vinceva tutte le forze che volevano distruggerlo, pensando di poterlo fare, perché lo vedevano fragile, povero e umile, senza difesa. Mi sentii allora come una potenza irresistibile, perché abitava in me la potenza di Cristo, e che ero destinato ad essere quel cavaliere bianco dell’Apocalisse, che esce “vittorioso per vincere ancora” (Ap 6,2).  Capii allora che la tribolazione dell’angelo di satana serviva a farmi sentire vaso povero e umile, a farmi rimanere nell’umiltà e a dimostrare chiaramente che la potenza straordinaria che mi faceva vincere veniva da Dio e non da me come scrissi ai Corinti: “Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi” e poi aggiunsi per essere più concreto: “Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi; portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo” (2 Cor 4,10). Se sapessi quanti episodi ti potrei raccontare in cui ho vissuto realmente queste cose!

 

Domanda: Grazie, Paolo, veramente ti dico con tutto il cuore: grazie. Sapessi quanto bene ha fatto a tante anime la tua esperienza di debolezza umana e forza divina, che tu per primo hai vissuto! Ora capisco perché hai detto: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo” (2 Cor 12,9).

Risposta: Continua, non ti fermare. Ho aggiunto per completare: “Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo; quando sono debole, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). Oltraggi, necessità, persecuzioni, angosce sofferte per Cristo: ecco le mie debolezze. Il Signore ha voluto fare di me un segno della debolezza della croce, che lui per primo ha portato e con cui ha salvato il mondo. Alla debolezza di Cristo, per lui non naturale, ma voluta per farsi simile a noi, è seguita la debolezza di noi apostoli, per noi naturale e lasciata da Dio in noi, perché si manifestasse attraverso questa debolezza la potenza di Cristo. Come attraverso la debolezza di Cristo si manifestava in lui la potenza del Padre, così attraverso la nostra debolezza di inviati di Cristo, si manifestava in noi la  potenza di Colui che ci inviava. Grande mistero è essere apostolo di Cristo! Fin quando non si capisce che la potenza di noi, apostoli di Cristo, si manifesta nella nostra debolezza,  nessuno mai sarà un vero apostolo di Cristo! Non siamo grandi noi, apostoli di Cristo, siamo polvere e cenere come tutti gli uomini. Chi è grande e ha fatto grandi cose in noi è solo Gesù Cristo, nostro Signore.

 

In quel momento, come già aveva fatto altre volte, Paolo uscì in una potente preghiera di glorificazione e di lode rivolta al Padre. Alzò solennemente le braccia al cielo e pronunziò in modo chiaro e forte quanto scrisse nella Lettera agli Efesini, cap. 3,20-21: A Colui che ha in tutto il potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare secondo la potenza che già opera in noi, a Lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli. Amen. Detta la lode, si rivolse a me e mi disse: Ricordati che il nostro Dio, quello che io ho servito e che tu ora servi, è Colui che trasse dal nulla tutte le cose con la sola potenza della sua Parola ed è gradito a Lui chi non confida in se stesso per esistere ed operare, ma solo in Lui. Così eravamo noi suoi apostoli, araldi della sua Parola, suoi ambasciatori presso i popoli. La nostra fiducia era Lui e la potenza della Suo Spirito, che visibilmente ci sosteneva ed operava in noi.

Domanda: In molti punti delle tue Lettere hai scritto di questo tuo atteggiamento interiore davanti a pericoli e uditorii di ogni tipo, che dovevi affrontare. Mi ha colpito quanto scrivesti nella tua seconda Lettera ai Corinti: “Non vogliamo infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è capitata in Asia ci ha colpiti oltre misura, al di là delle nostre forze, sì da dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuta la sentenza di morte per imparare a non riporre fiducia in se stessi, ma nel Dio che risuscita i morti. Da questa morte però egli ci ha liberato e ci libererà per la speranza che abbiamo riposto in lui, che ci libererà ancora, grazie alla vostra cooperazione nella preghiera per noi, affinché per il favore divino ottenutoci da molte preghiere, siano rese grazie per noi da parte di molti” (2 Cor 1, 8-11).

Risposta:  Sì, fu una gravissima malattia, che mi ridusse in fin di vita. Ma Dio sovrabbondò di grazia in quella mia estrema tribolazione. Il Signore mi guarì miracolosamente e fui liberato dalla morte. Molti pregarono per me e resero grazie a Dio per la mia guarigione, così che la nostra fiducia in Dio che ascolta le nostre preghiere e ci libera da tanti pericoli crebbe sempre più e aumentò in tutti la fiducia nel predicare il Vangelo in mezzo a opposizioni di ogni tipo. Per questo dico a tutti voi quello che scrissi ai Filippesi: “Rallegratevi nel Signore, sempre: ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità  sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti, e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4,4-7).

 

Una grande pace mi scese in cuore a quelle parole. Pensavo da quale persona mi venivano. Mi venivano da uno che fin dall’inizio aveva avuto su di sé rivelato che avrebbe molto sofferto per il Nome di Gesù (At 9, 16) e che di fatto aveva annunziato il Vangelo in mezzo a prove e tribolazioni di ogni tipo.  Eppure quest’uomo mi parlava di gioia, di allegria, di piena fiducia in Dio, di non angustiarsi nelle tribolazioni, di preghiere e rendimento di grazie a Dio in ogni cosa che fanno superare ogni problema. E perché la nostra gioia avesse un fondamento stabile e non passeggero, aveva scritto ai Corinzi: Il momentaneo leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria, perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili (2 Cor 4,17-18).

  

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.7)

 

Le parole di Paolo sulle sue tribolazioni di apostolo, di cui egli si vantava come fonte della sua fecondità spirituale, mi avevano colpito. Per questo insistetti a interrogarlo sull’argomento.

 

Domanda: Paolo, le tue parole sulla potenza di Cristo che si manifestava nella tua debolezza, mi hanno aperto gli occhi. Capisco ora che tu non sei stato solo un predicatore di Cristo crocifisso, ma un portatore di Cristo crocifisso al mondo con la tua vita crocifissa.

Risposta: Lo scritto più volte nelle mie Lettere. Soprattutto ai Galati, tentati di abbracciare la circoncisione come segno di salvezza, manifestai il grande valore che era non l’essere segnati dalla circoncisione, ma dalla croce di Cristo. Conclusi la mia lettera, affermando che per me l’unico vanto era la croce di Gesù: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Anche se come ebreo fui circonciso, non mi vantavo più di portare nel mio corpo questo segno di elezione, che non valeva più niente davanti a Dio, ma le ferite e le percosse ricevute per amore di Cristo. Per questo scrissi ancora: “D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi, difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo” (Gal 6,17). E poco prima, avevo scritto: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. La mia vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Hai capito che ciò che conta nella nostra vita di cristiani è portare in noi l’immagine di Gesù come nostra nuova identità?

 

Domanda: Paolo, sei illuminante. Ora capisco meglio la risposta che desti a quanti volevano impedirti di andare a Gerusalemme perché là i profeti annunciavano e tu stesso sapevi che i Giudei ti avrebbero preso e consegnato ai pagani.

Risposta: Erano i miei cari fratelli di Cesarea, che volevano impedirmi di andare a Gerusalemme, mentre stavo con loro. Venne a noi un profeta di nome Agabo, proveniente da Gerusalemme, prese la mia cintura, si legò mani e piedi e profetizzò: “Questo dice lo Spirito Santo: l’uomo a cui appartiene questa cintura sarà legato così dai Giudei a Gerusalemme e verrà quindi consegnato ai pagani” (At 21, 10-11). Alle loro premure risposi: “Perché fate così, continuando a piangere e a spezzarmi il cuore? Io sono pronto non soltanto ad essere legato, ma  morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù” (At 21, 12-13). Non avevano capito fin in fondo come la nostra sorte di apostoli di Cristo ricalcasse quella del nostro Maestro. Era volontà di Dio che io a Gerusalemme trovassi la stessa sorte che trovò Gesù: il rifiuto del suo popolo e la consegna in mano ai pagani. Ma non era ancora venuta la mia ora. Questa sarebbe venuta più tardi, nella nuova capitale della fede, Roma. Se Cristo fu crocifisso a Gerusalemme, io e Pietro fummo messi a morte per Cristo a Roma. Dovevamo morire per la fede per fecondare con la nostra morte la corsa della fede che da Roma avrebbe invaso tutto il mondo pagano. Questa è stata la sorgente della nostra fecondità apostolica: la nostra assimilazione al nostro Salvatore crocifisso. E l’ardente amore per lui che lo Spirito faceva bruciare nel cuore di noi apostoli mi rendeva pronto a fare questo passo: morire per Cristo.

 

Domanda: Paolo, le tue parole mi stanno aprendo sempre più il cuore a comprendere anche la tua predicazione sulla stoltezza e debolezza della croce come sapienza e potenza di Dio per la salvezza degli uomini.

Risposta: E’ il cuore del mio Vangelo. Ho vissuto questo mistero e l’ho predicato, perché lo Spirito me lo fece comprendere fino in fondo. Il Signore mi aprì la mente sul mistero di Dio onnipotente, che, venendo nel mondo per salvarlo e vincere tutti i suoi nemici (potenze tremende e numerosissime), ha operato in povertà e umiltà,  rivestito di umiliazioni e persecuzioni, fino ad autoannientarsi nell’ora della sua morte per opera dei suoi nemici. Ma ecco il mistero: ciò che era debolissimo per il mondo, si manifestava massimamente efficace per instaurare il Regno di Dio e vincere i suoi nemici. L’umiltà e la povertà di Dio – debolezza e follia per il mondo - si rivelarono più sapienti e più forti, ai fini della salvezza, di ogni sapienza e potenza umana. Per questo scrissi ai Corinti: “Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor 1,22-25).

 

Domanda: Allora il comprendere questa sapienza e fare l’esperienza di questa potenza divina che si manifesta nell’umiltà della croce, non è solo per te, ma anche per noi.

Risposta: Ho scritto: “Per coloro che sono chiamati”. Non c’è altra via di salvezza che venga da Dio se non questa che passa per la conoscenza e assimilazione nostra alla croce di Cristo. A questa via di salvezza, così diversa dalle vie, verso cui gli uomini si dirigono per trovare una qualche salvezza, si può accedere solo se Dio chiama e dà l’illuminazione sul valore salvifico di questa via. Se eravamo nelle tenebre, come potevamo uscirne, se non prendeva l’iniziativa Colui che creò la luce ed è capace di farla risplendere là dove prima regnavano le tenebre? Per questo scrissi ai Corinti: “E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2 Cor 4, 6) e agli Efesini: “Svegliati, o tu che dormi, destati dai morti e Cristo ti illuminerà” (Ef 5,14). 

 

Domanda: Come sono illuminanti le tue parole! Esse diradano le tenebre del mondo con la luce vera, venuta a illuminare questo mondo. Veramente, Paolo, come tu dicesti: “Tutta la sapienza del mondo è stoltezza davanti a Dio” e “che dobbiamo farci stolti per diventare sapienti” (1 Cor 3,18-19).

Risposta: Capire questo è proprio dei perfetti nella fede, che Dio ha reso dotti mediante l’ignoranza della fede. La fede vera non vuole conoscere niente di umano, ma solo ciò che Dio comunica all’uomo che si abbandona completamente alla sua rivelazione. Questo atteggiamento per il mondo è ignoranza e stoltezza, ma per Dio è quel vuoto che può riempire della conoscenza della Sua Verità senza alcun impedimento umano. Il pensiero umano, con tutto il rispetto che si deve alle sue acquisizioni, di fronte alla luce sfolgorante di Dio, è pura ignoranza. Per questo ho scritto che dobbiamo “farci stolti per diventare sapienti”, conoscitori di quella luce dove Dio inabita e che Dio ci vuol far conoscere. Per questo scrissi ai Corinti:“Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria” (1 Cor 2, 6-7).

 

Aveva appena finito di dire quelle parole che, all’improvviso, schiere di angeli ardenti, provenienti da ogni parte, ci avvolsero. Innalzavano una Croce luminosissima che gettava luce da ogni parte. Mi sembrava che la Croce procedesse danzando o, meglio, che gli angeli danzassero, portando la Croce. Era una danza scioltissima, rapidissima, come se la Croce, che pure era molto alta, non pesasse per nulla. Ed ecco, dietro gli angeli e la Croce, vidi una schiera immensa di anime umane, che seguivano la danza e anch’essi danzavano coni gioia inesprimibile ed ineffabile. Paolo si volse a me e mi disse: Dio ti sta facendo vedere la gloria della Santa Croce di Gesù. E’ tutta luce, come disse di Gesù il profeta Isaia: “Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza” (Is 53, 11). Sulla terra Gesù ha visto il tormento sulla croce, oggi qui in cielo vede la luce che la sua Croce emana sul mondo intero, fino alla fine dei tempi, per salvare gli uomini che, vedendo questa luce, si lasciano attirare sempre più da essa. E inoltre Dio ti fa vedere la moltitudine di anime umane che questa Croce ha salvato, come disse lo stesso Isaia: “Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità. Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori” (Is 53,11-12).

Restammo a lungo a contemplare questa scena, che rappresentava al vivo la gloria della Croce. Quella visione mi è rimasta impressa nel cuore come un segno indelebile. Sentivo di aver ricevuto con essa la sapienza della croce, che tanto innalza a Dio, nel regno della luce, quanto rende l’uomo umile e povero davanti a Dio. (continua). 

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.8)

 

Dopo la visione della gloria della croce di Cristo, tutto mi era diventato più chiaro. Compresi che la risurrezione di Cristo nella potenza di Dio era il frutto più bello della croce. Per questo sentii il desiderio di interrogare Paolo sulla risurrezione:

 

Domanda: Paolo, finora abbiamo parlato del tuo coinvolgimento nel mistero di morte di Gesù. Vuoi dirci qualcosa del tuo coinvolgimento nel mistero della sua risurrezione?

Risposta: Lo vidi risorto e lo vedrò risorto, quando sarò con Lui nei cieli e quando con i miei occhi nuovi lo vedrò al Suo Ritorno, nel mio nuovo stato di risorto da morte. La mia chiamata e la mia vita si iscrivono nella risurrezione di Gesù, così come la terra iscrive la sua corsa quotidiana nella luce del sole, che l’avvolge da un mattino all’altro.  Così è il Cristo risorto, il Sole della Nuova Creazione, come scrisse il profeta Isaia: “Il sole non sarà più la tua luce di giorno, né ti illuminerà più il chiarore della luna. Ma il Signore sarà per te luce eterna, il tuo Dio sarà il tuo splendore” (Is 60,19-20). Ecco, Isaia si rivolge alla Nuova Creazione, che è cominciata nel giorno in cui Gesù risuscitò da morte per diventare il suo Sole.

 

Domanda: Paolo, è meraviglioso ciò che mi dici. Mi dici, in altre parole, che con la risurrezione di Gesù è cominciata la Nuova Creazione e che la nostra chiamata alla fede in Cristo Risorto, Sole della Nuova Creazione, è la porta che ci fa entrare già in questo tempo in essa.

Risposta: Bravo, mi hai capito perfettamente. Aggiungi alla risurrezione il Ritorno di Gesù nella gloria, in cui  il Nuovo Sole, che è Cristo, si rivelerà pubblicamente per dare inizio alla manifestazione della Nuova Creazione. Il Logos di Dio, come Giovanni chiama Gesù (Gv 1,1), è la Vita (il Sole) che dà la luce al mondo. Questo è il significato della Risurrezione di Gesù.  Guarda il Logos risorto da morte e vedrai la Vita che è la Luce degli uomini. Non ti allontanare mai da questa visione, perché altrimenti perderesti il senso della vita umana in terra e vivresti un’esistenza buia e senza luce spirituale. Integra in questa visione tutti gli altri elementi della fede, quali la vita di Cristo precedente la sua Risurrezione e la vita della Chiesa dopo la sua Risurrezione, ma metti a capo di tutto Cristo risorto e il suo Ritorno nell’ultimo giorno.

 

Domanda: Paolo, come apprendesti la notizia della risurrezione di Gesù?

Risposta: Quand’ero nell’odio verso tutto ciò che sapeva di Cristo, pensavo, come tutti i giudei, che la risurrezione di Gesù fosse un inganno inscenato dai discepoli. La voce di Gesù sulla via di Damasco fece crollare la mia incredulità e mi diede la certezza: Gesù era veramente risorto da morte. Ma i fatti che avvennero nel momento della risurrezione, la tomba vuota e le apparizioni ai discepoli, li appresi dalla comunità cristiana di Damasco e poi dalla viva voce dei testimoni della risurrezione. Ero affamato di conoscere sempre più notizie di Cristo. Non lo conobbi secondo la carne, ma, una volta convertito a lui, avevo un desiderio insaziabile di sapere quanto aveva detto e fatto Gesù nella sua vita terrena. Così appresi delle apparizioni di Gesù e di questo scrissi ai Corinti: “Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto e risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta; la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come ad un aborto” (1 Cor 15,3-7).

 

Domanda: Perché questa tua insistenza sulle tante apparizioni di Gesù dopo la risurrezione?

Risposta: Dio ha predisposto che questa notizia inaudita e così importante per la realizzazione del Suo Disegno di salvezza fosse sostenuta da molte testimonianze e testimoni. La prima testimonianza veniva dalle Antiche Scritture, in cui leggiamo nel salmo 118, che è un salmo profetico della risurrezione di Cristo, questa espressione: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo: ecco l’opera del Signore” (v.22-23). Questo testo, letto nello Spirito, si applica alla risurrezione di Gesù. Gesù stesso profetizzò più volte la sua risurrezione ai discepoli, ma questi non sapevano di che parlasse (Mc 8,31-33; 9,30-32; 10,32-34). Poi ci fu la tomba trovata vuota e l’annunzio dell’angelo alle pie donne (Gv 20,1-10; Lc 24,1-8). Ma ciò non bastava. Era necessario che Gesù risorto apparisse non ad uno solo, ma ad una moltitudine di persone, così che l’unanimità della testimonianza di molti rendesse certa tutta la Chiesa dei credenti della risurrezione di Gesù. Uno o pochi testimoni non avrebbero avuto questa forza. Soprattutto era necessario che apparisse a quanti doveva mandare al mondo per predicare che Lui era risorto. Per ultimo apparve a me. Quando videro che mi ero convertito in virtù di un’apparizione del Risorto, tutti i credenti ebbero una ulteriore conferma della risurrezione di Gesù. 

 

Domanda: E gli uomini, a cui predicavi la risurrezione di Gesù, come accolsero questa notizia?

Risposta: Sai bene che gli ebrei, a cui per primi lo Spirito mi mandava, la rifiutarono in massa, tranne qualche eccezione. Ma anche i pagani opposero resistenza e rifiuto. Il primo grande rifiuto da parte dei pagani l’ebbi ad Atene, quando annunziai Cristo risorto all’Aeropago. Nel discorso che feci, cominciai con l’elogiare la loro religiosità, ma quando annunziai Cristo risorto, avvenne ciò che è scritto negli Atti degli Apostoli: “Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: Ti sentiremo su questo un’altra volta” (At 17,32). Da là andai a Corinto e qui trovai molti che accolsero il lieto annunzio di Cristo risorto, ma, in seguito, dovetti scrivere a lungo ai Corinti sulla risurrezione perché alcuni non credevano più a causa di molte domande che si facevano circa lo stato in cui noi risorgeremo, a cui non sapevano dare risposta. Ci fu anche il caso di due, Imeneo e Fileto, che, nella comunità affidata a Timoteo, interpretavano la risurrezione di Gesù come se fosse già avvenuta e così sconvolgevano la fede di alcuni (2 Tm 2,17,18). Tra incredulità e false interpretazioni la Santa Chiesa, istruita da noi apostoli, deve predicare la risurrezione di Cristo e la risurrezione futura da morte per quanti appartengono al Signore nella vita presente, cosa che avverrà, quando Cristo risorto ritornerà.

 

Domanda: Paolo, tu hai scritto ai Corinti che “se Cristo non è risuscitato, è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” (1 Cor 15,14). Vuoi spiegarci meglio questa tua affermazione?

Risposta: Noi non predichiamo un uomo, che ha fatto grandi cose nel passato ed ora non è più. Se Cristo fosse stato così, vana sarebbe la nostra fede in lui. Sarebbe bastata la fede che avevamo nei profeti di Dio, che ora sono morti. A somiglianza di questa fede, vi è quella dei musulmani, che credono nel profeta Maometto che era, ma ora non è più perché è morto. Noi predichiamo, invece, un uomo che era morto, ma ora vive per sempre ed ha potere sopra la morte e sopra gli inferi. Così si presentò Gesù risorto a Giovanni, il profeta dell’Apocalisse. In quella circostanza si diede questo nome nuovo: “Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente” (Ap 1,17-18).  In questo Vivente noi speriamo per essere vivificati nella nostra misera carne al soffio della sua Parola, quando egli discenderà dal cielo, si presenterà di nuovo e ci farà risorgere dai nostri sepolcri.

 

Domanda: Nella Chiesa si parla della risurrezione di Gesù, ma ben poco della risurrezione dei corpi alla sua venuta.

Risposta: In genere, nella Chiesa si parla della venuta di Cristo nel mondo e della sua missione in termini di salvezza, di liberazione, di riconciliazione con Dio, di santificazione, di vita nuova nello Spirito. Tutte cose vere ed anch’io ne ho parlato in più punti delle mie Lettere. Se ne parla un po’ meno in termini di risurrezione da morte, perché a noi manca l’esperienza della risurrezione da morte, mentre possiamo fare l’esperienza della riconciliazione con Dio, del perdono dei peccati, della santificazione, della vita nuova nello Spirito. Ma tutto questo ha un fondamento e il fondamento è la risurrezione dalla morte. Se ai diversi aspetti della salvezza mancasse questo della risurrezione dalla morte, mancherebbe il sigillo finale, a cui tutto il resto è preparazione. Fondamento poi della risurrezione da morte è la risurrezione di Gesù. Per questo la venuta di Cristo può essere espressa in termini di risurrezione, che ricapitolano in sé tutti gli altri: Cristo è venuto nel mondo per far risorgere i morti e perché i morti risorti non muoiano più, ma abbiano la vita eterna. Le venute visibili e personali di Cristo nel mondo sono due: la sua nascita nella carne e il suo ritorno nella gloria. Entrambe hanno come sigillo l’opera della risurrezione. Nella prima venuta Gesù è risuscitato nel suo corpo crocifisso. Nella seconda venuta, che verrà più certamente di quanto splende il sole in terra ogni giorno, il Vivente farà risorgere dalla morte il suo Corpo, costituito dai “suoi”, quanti gli appartengono per la fede e l’amore in lui. Il programma di Gesù nelle due venute è simile: dare la vita agli uomini e darla in abbondanza (Gv 10,10). Gesù, venendo in un mondo di morti, non può dare la vita se non risuscitandoli dalla morte.

 

Appena Paolo terminò quelle parole, nell’atmosfera che ci circondava cominciò a sentirsi un suono potente come di tromba, che aumentava sempre più di potenza e, mentre suonava, sentivo entrare in me uno spirito nuovo, che in un istante mi fece cambiare personalità. Non mi sentivo come composto di carne, ma di luce, eppure ero nella carne. Inoltre mi sentivo animato da una vitalità non composta, ma semplice, unitaria, che era tutta in tutte le parti del corpo, non come la vitalità che sentiamo in terra, distribuita nelle varie parti  del corpo, per cui la vitalità generale dipende dal contributo vitale delle singole parti. Ero esterefatto. Paolo si avvicinò e mi spiegò: Ecco, Dio ti ha concesso il privilegio di sperimentare ciò che avverrà quando risorgeremo da morte. Tu lo hai sperimentato da vivo così come sperimenteranno il passaggio alla risurrezione quanti alla venuta di Gesù saranno in vita. Di questo scrissi ai Corinti: “Ecco, io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. E’ necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta ci immortalità” (1 Cor 15,51-53).

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.9)

 

L’esperienza della trasformazione nella risurrezione del corpo passò ed io rimasi profondamente eccitato. La realtà della risurrezione da morte come nostro destino ultimo mi si era impressa nella carne. Non era più solo nella mia mente di credente. Ero pieno di domande su questo tema da porre a Paolo e lui, come se si aspettasse che volevo continuare su questo argomento, si mise subito a mia disposizione:

 

Domanda: Le tue parole mi hanno messo chiaramente davanti al risurrezione di Cristo. E’ veramente il centro della nostra fede. Se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede. La nostra fede non è soltanto di tipo profetico, basata sugli annunci di profeti, mandati a noi da Dio, ma si basa su Cristo, veramente risorto da morte e che ha il potere sulla morte e sugli inferi. Ma, Paolo, Gesù risorto è scomparso dagli orizzonti della vita umana ed è veramente difficile vivere nella fede di Uno che è sì risorto, ma non vive più con noi.

Risposta: La tua domanda dimostra che valuti poco la potenza della fede e la realtà nuova del Vivente. Chiamo con questo nome colui che voi chiamate normalmente “il Risorto”. Lo chiamo così perché Gesù stesso, apparendo a Giovanni a Patmos,  si è autoproclamato con questo nome (Ap 1,17-18). Che cosa vuol dire che il Risorto è il Vivente? Il “Vivente” è uno dei Nomi divini più propri del Dio di Abramo e dei profeti. Il nostro Dio è “il Dio Vivente”.  Questo nome indica che Egli è al di fuori dello spazio e del tempo, in cui noi abbiamo esperienza della vita. E’ il Vivente senza condizioni, in assoluto. E’ il Vivente, perché è la Vita. Gesù è in questa condizione. Quali sono le conseguenze per noi che viviamo una vita condizionata dallo spazio e dal tempo? Vuol dire che Lui è L’ETERNO PRESENTE alla storia dell’umanità. L’eternità lo ha assorbito in sé come la morte sarà assorbita nella vittoria della risurrezione. In questo stato Gesù è presente ad ogni generazione umana ed opera in coloro che sono chiamati alla fede, alla santificazione, ai diversi ministeri della Chiesa, a ricevere i carismi. Per questo Gesù disse, a sigillo del suo mandato missionario: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Io personalmente l’ho sempre avvertito straordinariamente presente in tutta la mia vita di apostolo, nei miracoli e portenti, che per mezzo mio compiva, e nelle straordinarie consolazioni e croci, che mi dava da vivere.

 

Domanda: Beato te, Paolo, che hai avuto sempre viva e palpabile l’esperienza della presenza di Gesù nella tua vita! Ma per noi, comuni cristiani, non è lo stesso. Soprattutto oggi che viviamo in un mondo secolarizzato, in cui si vive come se il soprannaturale non esistesse e si fa di tutto per non parlarne e, se se ne parla, si fa di tutto per cogliere solo i suoi aspetti umani, la realtà della presenza del Vivente alla vita di quaggiù, è ben poco avvertita nell’aria.

Risposta: In questo ti do ragione. D’altra parte Gesù disse che ai piccoli sono rivelati i misteri del Regno dei cieli, mentre i sapienti e gli intelligenti di questo mondo nulla ne sanno (Mt 11, 25-26). Ora la conoscenza del Vivente può essere appresa solo per rivelazione e la sua presenza attiva nel nostro cuore e nella vita degli uomini è percepibile solo in virtù di una fede attiva, che ogni giorno cerca il Signore. Tramite te, vorrei esortare tutti i cristiani di essere vigilanti su questo punto. Ripeto a tutti ciò che già scrissi più volte nelle mie Lettere. Dovete far di tutto per rimanere svegli, in attesa del giorno in cui il Vivente si manifesterà nella gloria. Ripeto ciò che scrissi ai Tessalonicesi: “Noi, che siamo del giorno, dobbiamo essere sobri, rivestiti con la corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza” (1 Ts 5,8). Dovete essere come le vergini sagge e non come quelle stolte, di cui parlò Gesù (Mt 25,1-12). In questo modo sarete visitati da illustrazioni divine come quelle che avevo io, che vi renderanno la presenza del Vivente così viva nella vostra vita da non dubitarne mai più.

 

Domanda: Allora veramente il Vivente opera in mezzo al popolo dei credenti, anche in questo tempo di secolarizzazione?

Risposta: Alla fede aggiungi lo spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza del Vivente e lo vedrai splendere sul mondo come il sole di giorno splende sulla terra. Agli Efesini scrissi che pregavo per loro perché “possa Dio davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere….qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti secondo l’efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare non solo nel secolo presente ma anche in quello futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1,18-23).

 

Domanda: Allora alla Chiesa di tutti i tempi è dato di sperimentare non la presenza visibile del Vivente, ma quella potenza che lo risuscitò dalla morte, cioè la potenza della risurrezione?

Risposta: Esatto. E la potenza della risurrezione si manifesta in opere concrete, che noi uomini non possiamo fare con le nostre forze, ma il Vivente può fare e di fatto fa continuamente in mezzo a noi, come segno che è sempre con noi. Egli continua ad operare,  ma in molte di queste opere, animate dalla potenza della risurrezione, agisce non direttamente, ma attraverso i suoi piccoli e grandi discepoli di tutti i tempi come egli stesso disse: “E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno” (Mc 16,17-18). Agli apostoli poi disse: “Anche chi crede in me, compirà le opere che io compio, perché io vado al Padre” (Gv 14,12). Posso testimoniarti di quante volte nella mia vita di apostolo di Cristo ho visto la realizzazione di queste parole. Vedevo così evidente la potenza di Gesù che mi accompagnava, facendomi operare le stesse cose che Lui faceva in terra, quando evangelizzava. Non ero io che operavo, ma Cristo operava in me. E come avveniva in me, avvenne nella vita di tanti santi della Chiesa e avviene attualmente nei santi che oggi operano tra voi.

 

Domanda: Meraviglioso! Ma tu hai scritto pure che la realtà del Vivente in mezzo a noi è presente in ogni battezzato, per lo stesso fatto di essere battezzato.

Risposta: Bravo! Si vede che conosci bene le mie Lettere. Infatti io scrissi ai Romani che ignoravano il vero significato del rito del battesimo, che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella sua morte e che, in virtù di questa unione battesimale con la morte di Cristo, siamo stati risorti con lui, allo stesso modo di come egli è risuscitato (Rm 6,1-4). Il battesimo è come la fede, di cui dissi: “E’ potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16). Il battesimo compie l’opera della fede, ci comunica quella salvezza per fede, che Dio vuole che ricevano tutti i credenti nel suo Figlio. Il rito esteriore del battesimo è carico di una potenza spirituale immensa, di cui poco ci rendiamo conto. Voi moderni, che avete l’elettricità, potete paragonare il rito del battesimo ad un filo di corrente elettrica attraversato da una potentissima corrente. Non è importante il filo, ma la corrente che lo percorre. E’ questa corrente che poi si trasforma in luce e vita.

 

Domanda: Allora Il Vivente vive già in noi battezzati e il segno di questa sua vita in noi non sono solo le opere carismatiche, di cui prima parlavamo, ma una vita nuova nello Spirito, di cui tu puri parli a lungo nelle tue Lettere.

Risposta: E’ proprio così. Difatti scrissi ai Romani, sempre a proposito del battesimo e dei suoi effetti: “Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione. Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato e noi non fossimo più schiavi del peccato….ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rm 6,5-11). Il più grande segno della presenza del Signore Gesù, vivo e vero in mezzo a noi, è la vita di santità di tanti cristiani, in cui non c’è più alcuna traccia dell’uomo vecchio peccatore, ma solo il buon profumo della vita di Cristo, che è vita di pura santità. Questa è la vita del Vivente ed è anche la vita di coloro che vivono veramente in Cristo, pur stando nella carne e in mezzo al mondo. Vieni, non parliamo più, ma ringraziamo con tutto il cuore il Padre, che da peccatori che eravamo ci ha eletti al possesso della sua stessa vita in Cristo Gesù, il Vivente e il Vivificante.

 

Paolo mi prese per mano ed insieme alzammo le mani al cielo, mentre schiere innumerevoli di angeli si unirono a noi e cantavano in modo ineffabile l’Inno cherubico: “Santo, Santo, Santo, il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene” (Ap 4,8).  Sul capo di Paolo apparve una corona tutta d’oro. Non l’avevo vista prima, perché Paolo l’aveva tolta dal suo capo per l’intervista, ma nel momento della preghiera vidi che l’aveva sul capo. Paolo mi disse: Vedi questa corona? E’ la corona dei vincitori che Dio dà a coloro che sono passati da questo mondo al Padre con la palma della vittoria. Si chiama “corona della giustizia”. Detto questo Paolo, rapito dallo Spirito, con un movimento di ineffabile riverenza, si tolse la corona dalla testa e la gettò lontano, in direzione del trono dei Dio, prostrandosi in profonda adorazione davanti al trono. Mi sembrò di vedere la scena che Giovanni aveva visto in cielo, così descritta nell’Apocalisse: “E ogni volta che questi esseri viventi rendevano gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i 24 vegliardi si prostravano a adoravano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettavano le loro corone davanti al trono, dicendo: Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, e per la tua volontà furono create e sussistono” (Ap 4,9-11).(continua)

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.10)

  

Dopo aver trattato con Paolo il mistero della risurrezione di Cristo e della nostra risurrezione in Cristo, compresi che era il momento di chiedergli qualcosa sul grande Disegno di Dio sulla storia, di cui lui ha avuto conoscenza per rivelazione come egli stesso scrisse agli Efesini: “Penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro beneficio: come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di cui sopra vi ho scritto brevemente. Dalla lettura di ciò che ho scritto potete ben capire la mia comprensione del mistero di Cristo. Questo mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come al presente è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito” (Ef 3,1-4).

 

Domanda: Paolo, tu hai compreso molto meglio di noi il Disegno di Dio nei confronti delle nazioni della terra, a partire da Gesù Cristo. Più volte hai spiegato questo punto nelle tue Lettere. Vuoi continuare a dirci qualcosa a riguardo?

Risposta: Dopo l’ora di Gesù Cristo, venne l’ora degli apostoli di Cristo. Se notate gli scritti del Nuovo Testamento appartengono a queste due ore. I Vangeli testimoniano dell’ora di Gesù Cristo; gli Atti degli Apostoli e le Lettere dell’ora degli apostoli. L’Apocalisse poi è un genere tutto suo, che testimonia l’ora del compimento del Disegno di Dio.

 

Domanda: Che cosa intendi dire, quando parli dell’”ora degli apostoli”?

Risposta: Il Disegno di Dio sugli uomini, che, scrivendo agli Efesini, ho chiamato “il mistero di Dio” o “mistero di Cristo” (Ef 3,1-5) si realizza a tappe nella storia. Queste sono segnate dall’invio al mondo di uomini eletti, chiamati e mandati da Dio per realizzare ciò che Egli, benedetto sia il Suo Nome,  si propone in ogni tappa. Ogni tappa è un “kairòs” (un tempo) di Dio, rappresenta un intervento di Dio nuovo, inedito, con cui Dio porta avanti nella storia il Suo progetto sugli uomini e sul mondo. Dopo che Gesù ascese al cielo e diede il comando ai suoi apostoli di evangelizzare i popoli della terra, cominciò il “kairòs” degli apostoli. Mediante noi apostoli Dio si proponeva di realizzare il Cristo, suo Figlio, nel cuore degli uomini, di trasformarli in Cristo, di chiamarli dalle tenebre e dalla schiavitù al male alla luce e alla libertà dei figli di Dio, rendendoli capaci di ereditare il suo regno.  Una missione mirabile, formidabile la nostra, in cui si doveva manifestare al mondo la misericordia di Dio Padre per tutta l’umanità, la luce del Figlio, posto a luce delle nazioni,  la potenza dello Spirito Santo, capace di trasformare gli uomini da peccatori in santi.

 

Domanda: Non ti ha spaventato l’ampiezza della missione che Gesù ti affidava, l’essere apostolo dei pagani?

Risposta: A un servo non tocca formulare il progetto, ma obbedire ad esso. Abramo credette al progetto di Dio su di lui e si realizzò, pur sembrando impossibile. Maria, la madre del Messia, credette al progetto di Dio su di lei e si realizzò, pur essendo umanamente impossibile. Della fede di Abramo ne ho parlato nella Lettera ai Romani, dicendo che la nostra fede di cristiani o è simile alla sua o non è una fede che possa piacere a Dio ed ottenerci la salvezza (Rm 4). La fede e obbedienza che Dio chiedeva ai noi apostoli erano dello stesso tipo di quelle di Abramo e di Maria. Gesù scelse all’inizio dodici ebrei che non avevano né cultura né fama nel mondo, scelse poi me, che ero un suo persecutore, per assegnarci un compito mastodontico, assolutamente superiore alle nostre capacità: evangelizzare il mondo, fare suoi discepoli gli uomini. Nella fede tutto è possibile. Non quello che pensiamo noi si realizza, ma quello che Dio vuole che noi pensiamo e abbracciamo: la sua volontà. Per questo preghiamo nel Padre nostro: Sia fatta la tua volontà in terra come si compie in cielo. Non dobbiamo spaventarci della volontà di Dio quando si manifesta, ma essere certi che si realizzerà, se noi vi aderiamo con buona volontà. Questa fede è stata tutta la forza di noi apostoli e come vorrei che fosse la forza di voi dei cristiani di questi giorni per vincere i mille nemici della fede, da cui siete oggi attorniati.

 

Domanda: Come vedi la situazione di noi, nazioni neo-pagane di oggi, davanti al Vangelo di Dio?

Risposta: Non si può dare un giudizio univoco, perché il grano buono e la zizzania devono crescere insieme fino alla fine del mondo. C’è tanto grano buono oggi nel mondo insieme a tanta zizzania, che cerca di soffocare la crescita del grano buono. Potete applicare alla vostra situazione di oggi quanto già scrissi nella Lettera ai Romani, quando parlai della Bontà e della Severità di Dio (Rm 11,22-24). Il mio Vangelo è e rimarrà sempre un Vangelo di grazia e di misericordia per l’umanità peccatrice e bisognosa di un Salvatore, Gesù Cristo, e della sua salvezza. Conforme al mio Vangelo, Dio in ogni tempo della storia opera per la salvezza della generazione presente e chi accoglie veramente Gesù Cristo come suo Signore e Salvatore sperimenterà le benedizioni di Dio, di cui scrissi agli Efesini all’inizio della mia lettera. Ma io ho scritto pure della Severità di Dio verso le nazioni pagane, che si chiudono al Vangelo di Dio e lo rigettano, anche se in primo tempo vi hanno aderito: “Considera dunque la bontà e la severità di Dio: severità verso quelli che sono caduti; bontà di Dio invece verso di te, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà. Altrimenti anche tu verrai reciso” (Rm 11,22).

 

Domanda: Paolo, tu ci metti davanti agli occhi la Severità di Dio, quando di questa Severità la Chiesa stenta a parlarne agli uomini di oggi, preferendo parlare di Dio sempre e solo in termini di Amore e di Misericordia. Sembra che chi parli della Severità di Dio voglia impaurire gli uomini e presenti un volto di Dio che contraddica il suo Amore. Di fatto gli uomini di oggi non si impauriscono più davanti al giudizio di Dio, ma solo di crisi economiche e di possibili epidemie. Per il resto si vive nella folle incoscienza di una vita nel peccato senza segni di pentimento e di conversione, ma anzi di ostinazione nel male in cui si vive.

Risposta: La Parola di Dio non può cambiare. Sono gli uomini che devono cambiare per comprenderla e la troveranno perfettamente giusta e misericordiosa nello stesso tempo. L’ateismo di tanti non può annullare l’esistenza di Dio, i suoi interventi nella storia e il suo giudizio sugli uomini nel tempo e dopo la morte. Parlavo prima dei “Kairòs” di Dio. Le Scritture antiche ci parlano degli interventi della Misericordia e dell’Ira di Dio nei confronti dell’umanità. Ogni intervento è un “kairòs”. Ci sono “kairòs” di misericordia e “kairòs” dell’Ira di Dio, in cui l’umanità peccatrice sperimenta quanto il profeta Geremia annunziò a Gerusalemme infedele: “La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Riconosci e vedi quanto è cosa cattiva e amara l’avere abbandonato il Signore tuo Dio e il non avere più timore di me. Oracolo del Signore degli eserciti” (Ger 2,19). E’ una realtà questa che dovrebbe aprire gli occhi e ammaestrare nel timore di Dio tutti, i grandi e i piccoli della terra. Non sembra che le nazioni della terra abbiano avuto molto timore della Severità di Dio, minacciata a chi rifiuta il Vangelo e la fede in esso.  L’ateismo militante contro Dio è nato del seno di nazioni europee un tempo evangelizzate. Satana, grande illusionista, seduttore e creatore di menzogne, sciolto dal carcere dove la predicazione del Vangelo lo aveva cacciato, è ritornato a sedurre le nazioni e a dominarle con varie forme di ateismo, che non è la cultura della morte di Dio, ma della morte dell’uomo. Dio non è morto, sta superbene in salute. Io lo vedo qui in cielo che scoppia di salute da tutte le parti, sempre desideroso di comunicare la sua salute agli uomini mediante il Vangelo. Siete voi uomini sulla terra che siete morti e continuate a produrre frutti di morte come l’aborto legalizzato e ora state legalizzando anche l’eutanasia. C’è ancora un Vangelo di salvezza per voi? Il tempo sta per finire. Il ritorno di Cristo non è tanto lontano quanto voi credete. Quando tornerà, non verrà più per la misericordia, ma per il giudizio. Ci sarà la mietitura, non più la seminagione. I tempi sono molto difficili per voi, per la vostra salvezza. Ma Dio è fedele e anche nella vostra generazione sta facendo grandi cose a gloria del Suo Nome e della salvezza dell’umanità da Lui tanto amata.

 

Le parole di Paolo mi trafissero il cuore. Le trovai profondamente vere. Parlava con un intima sofferenza. Da una parte sentivo in lui un annunciatore della grazia e misericordia di Dio conforme al suo Vangelo, ma, d’altra parte, era evidente la sua sofferenza per il rifiuto del Vangelo. La Severità di Dio, di cui aveva parlato, gli era davanti agli occhi insieme alla Bontà. Come un padre, vedendo il pericolo, grida e soffre perché il figlio non vi cada, così Paolo soffriva per noi uomini  a causa della Severità di Dio, che pesava sull’umanità incredula e perversa, che non solo non si converte al Vangelo, ma arriva fino al massimo della superbia con l’ateismo militante e perseguitando i credenti. Caddi allora in ginocchio e mi misi a pregare intensamente per invocare misericordia e perdono al Padre per il rifiuto del Vangelo, che le nazioni della terra hanno perpetrato nei secoli passati e continuano a fare. Mentre pregavo, vidi Paolo accanto a me con una spada a doppio taglio tutta scintillante tra le mani. Gli chiesi stupito che cosa fosse quella spada ed egli mi rispose: Ecco, la Parola di Dio è come una spada a doppio taglio. Di essa sta scritto nella Lettera agli Ebrei che“è viva, efficace, e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri dei cuore. Non v’è creatura alcuna che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto” (Eb 4,12-13). Compresi allora che il vero addestramento, che rende l’uomo saggio, candidato alla salvezza che sta per manifestarsi, non sta nella sapienza del mondo, ma nell’ imparare bene ad usare la spada della Parola di Dio, finché l’uomo arrivi, nella sua maturità, a causa della sapienza acquisita con la incessante meditazione della Parola, a discernere il bene dal male in ogni situazione di vita, a rigettare il male e a scegliere sempre il bene.  

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.11)

 

Il giudizio di Paolo sulla situazione spirituale del mondo attuale mi aveva impressionato e desideravo approfondire con lui l’argomento. Gli chiesi quindi:

 

Domanda: Paolo, tu parli della cultura atea contemporanea come una cultura di morte, di morte dell’uomo, non di Dio. Vuoi spiegarci meglio questo concetto?

Risposta: Nella Lettera ai Romani ho affermato una verità che è valida per tutti i tempi: “In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” (Rm 1,18). Che cos’è l’ateismo se non “soffocare la verità nell’ingiustizia”? In che modo si presenza questa ingiustizia? Sotto forma di falsi ragionamenti che conducono alla negazione di Dio e di accuse ingiuste alla Chiesa. Che cos’è la verità se non la conoscenza di Dio che l’Universo proclama da ogni parte, ma è soffocata dall’ateismo degli uomini, capaci di annullare con i loro ragionamenti la rivelazione di Dio attraverso l’Universo? Per questo ho scritto nella Lettera ai Romani: “Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità; essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa” (Rm 1, 19-21). Ebbene su questo ateismo dei pagani brilla la luce che Cristo ci ha portato proprio per farci uscire dalle tenebre dell’ateismo e dell’idolatria religiosa, dandoci la conoscenza del vero Dio, che è suo Padre.  Ora si è verificato ciò che scrissi a Timoteo: “Verrà giorno in cui non si sopporterà la sana dottrina, ma per prurito d’udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le loro voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (2 Tm 4,3-4). E su questa mentalità che tutto ascolta, ma non ascolta più il Vangelo della verità, si manifesta l’ira di Dio “contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” (Rm 1,8).

 

Domanda: E da questo soffocamento della conoscenza di Dio, che non brilla più nella mente dell’uomo, ecco che nasce la cultura di morte dell’uomo verso l’altro uomo e verso se stesso.

Risposta: In parte questa cultura di morte nasce come conseguenza della perdita di riferimento nella conoscenza di Dio per tutto ciò che riguarda l’uomo e il suo comportamento. Per un’altra parte questa stessa cultura di morte è il castigo che Dio dà all’umanità a causa del rifiuto che essa oppone al Vangelo.

 

Domanda: Ti vuoi spiegare meglio.

Risposta: La perversione verso il Centro produce la perversione verso ciò che è il riflesso del Centro. Mi spiego. Dio è il Centro dell’uomo; l’uomo è il suo riflesso, perché creato a immagine e somiglianza di Dio, suo Centro. L’uomo, negando Dio nelle varie forme con cui questa negazione si attua, perverte il suo orientamento verso Dio-Centro, facendo centro dell’uomo se stesso o qualche creatura umana al posto di Dio. Nasce il fenomeno dell’idolatria di cui scrissi: “Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili” (Rm 1,22-23). Corrotta la conoscenza di Dio, si corrompe anche la conoscenza dell’uomo, della sua vera natura e dei suoi doveri da compiere per portare a compimento in modo felice la sua missione sulla terra. Già il libro della Sapienza aveva stigmatizzato la perversione dell’idolatria con sentenze memorabili: “L’invenzione degli idoli fu l’inizio della corruzione, la loro scoperta portò la corruzione della vita. Essi non esistevano al principio né mai esisteranno. Entrarono nel mondo per la vanità dell’uomo” (Sap 14,12-14); “L’adorazione di idoli senza nome è principio, causa e fine di ogni male…Tutto è una grande confusione: sangue e omicidio, furto e inganno, corruzione, slealtà, tumulto, spergiuro; confusione dei buoni; ingratitudine per i favori, corruzione di anime, perversione sessuale, disordini matrimoniali, adulterio e dissolutezza” (Sap 14,25-26).

 

Domanda: Fermati, Paolo! Stai parlando di quello che ogni giorno accade in mezzo a noi.

Risposta: Sto mettendo il dito sulla piaga. La causa di ogni corruzione morale dell’uomo è l’ottenebramento in lui della conoscenza del vero Dio, che risplende in modo facile per gli uomini attraverso la luce della Creazione e del Vangelo, ma gli uomini, ottenebrati come sono, oppongono resistenza alla vera luce e le fanno guerra. Lo scrisse il grande Giovanni: “La Luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità, viene alla luce perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,12). Oggi all’idolatria antica è subentrato l’ateismo come sfondo culturale generale in cui uomini di cultura, scienziati e politici, svolgono le loro ricerche e le loro attività. Ci sono scienziati e politici credenti, ma la cultura generale è improntata all’ateismo, ostile al Vangelo. Per questo l’ira di Dio si manifesta contro l’ateismo moderno.

 

 

Domanda: Cosa intendi, Paolo, per “ira di Dio”?

Rispondi: Due cose: il movimento in Dio che lo conduce ad intervenire contro “ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia” e, nello stesso tempo, l’opera concreta di castigo in cui prende forma il movimento di Dio contro il male. Un figlio gravemente disobbediente può sperimentare l’ira del padre contro le sue disobbedienze mediante delle punizioni adeguate. Se non ci fossero le punizioni, il figlio non sperimenterebbe la giusta indignazione del padre se non a parole. Ma le parole in questo campo non bastano, ci vogliono i fatti. Che cosa sono le prigioni se non l’espressione dell’ira della giustizia umana contro i malfattori? Tutto ciò è un’immagine dell’ira di Dio “contro ogni empietà e ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia”

 

Domanda: E che forma prende questa ira punitiva di Dio?

Risposta: L’ho detto sempre nella Lettera ai Romani, continuando il tema di cui stiamo parlando. Per comprendere quanto scrissi, devo spiegarti un’espressione, che voi moderni siete portati a interpretare male. Infatti scrissi: “Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli” (Rm 1,24-25).

 

Domanda: Ho capito, Paolo. L’espressione che noi non comprendiamo bene è questa: “Dio li abbandonati”. E’ il castigo di cui parli. Una vita condotta nelle perversioni sessuali di cui tu parli e che oggi sono sbandierate dagli atei come libertà di espressioni lecite e onorevoli è già un castigo di Dio?

Rispondo: E’ proprio quello che cerco di farvi comprendere e che la cultura moderna, opponendosi al Vangelo, non capisce per niente. Io affermo una cosa che nei discorsi attuali sulle perversioni sessuali ed – io aggiungo: sataniche - di oggi, pochi di voi fanno. Questi fenomeni così dilaganti e pubblici sono la manifestazione dell’ateismo e chiusura al Vangelo, che domina nella mente di molti. Lo dico ben due volte in questa parte della mia Lettera ai Romani. Dopo una prima volta, che già ho citato, lo ribadisco una seconda volta quando scrissi: “E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia di una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno” (Rm 1,28).Non si tratta solo di perversioni sessuali, ma di ogni tipo di vizio, che fuoriesce dal cuore umano senza più alcun ritegno. Perciò continuai: “Colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Rm 1, 28-32).

 

Mentre Paolo parlava, mi sentivo trafiggere il cuore. Paolo stava fotografando tante espressioni della società moderna, di cui tutti ci lamentiamo, ma da cui difficilmente arriviamo a dire: Dipende dal fatto che gli uomini non conoscono Dio e non vogliono conoscerlo. Non solo i piccoli, ma i grandi della cultura e delle arti, i ricchi e i potenti che governano le nazioni. E’ veramente scomparsa dalla faccia della terra quella conoscenza di Dio, che fa diventare gli uomini puri come angeli. Ed ecco che compaiono a loro posto uomini simili a demoni per la perversità dei loro comportamenti.

Paolo (vedendomi sopra pensiero): Ricordati della parabola del figliol prodigo, che Gesù ci ha raccontato. Sai bene che cosa fece il padre, quando il figlio gli chiese la parte del patrimonio che gli spettava. La richiesta del figlio è simbolo dell’uomo che chiede a Dio l’uso indiscriminato della libertà come un diritto che gli spetta. Il padre, invece di castigarlo per questa richiesta insensata e ingrata, lo accontentò. Certamente sapeva che tipo di vita il figlio avrebbe vissuto lontano dalla casa paterna, ma non fece nulla per impedirlo. Lo abbandonò al suo destino. In tal modo gli dava il castigo, abbandonandolo alla vita di miseria che l’avrebbe colto. Dice infatti la parabola che, finiti i suoi averi e per una carestia sopraggiunta nella regione, per sopravvivere si mise a fare il guardiano dei porci, animali immondi per gli ebrei, desideroso di mangiare le carrube dei porci, ma nessuno glieli dava. Dio è quel padre. Gli uomini, che sono i suoi figli, rivendicano l’uso indiscriminato della libertà per vivere secondo i loro desideri. Pur di vivere così, a loro non importa niente di offendere Dio e di vivere lontano da lui. Considerano la lontananza da Dio libertà, mentre la casa di Dio appare come una prigione. E’ quanto ho scritto nella Lettera ai Romani nella parte di cui abbiamo parlato finora. L’unica speranza è che qualcuno, dal fondo della sua corruzione, si ravveda e torni alla casa del Padre celeste come fece il figliol prodigo! Per questo è necessario predicare ancora il Vangelo di salvezza.

Suggerimenti per la riflessione personale e la condivisione: 1. Che cosa ti ha colpito di più di questa intervista a san Paolo 2. Prova a sintonizzarti con il giudizio di Paolo e a farne criterio di discernimento spirituale per alcune situazioni esistenziali che vivi a casa, nel lavoro e, in genere, nella vita. 3. Prova a leggere il capitolo 2 della Lettera agli Efesini per capire il grande dono del Vangelo che Dio ha fatto all’umanità perduta di ogni tempo.

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n. 12)

 

Quanto avevamo detto circa la cultura di morte del mondo contemporaneo a causa dell’ateismo dominante, fece sorgere in me una domanda. Paolo, quando si convertì a Cristo, non era ateo, ma un forte credente nel Dio d’Israele e osservante della sua Legge. Come mai anche lui dovette convertirsi?

 

Domanda:Paolo, tu eri un osservante ebreo molto zelante, quando Gesù ti apparve e ti convertì. Non ti eri mai allontanato dalla casa del Padre, come il figliol prodigo della parabola di Gesù, che ora mi hai ricordato. Eppure anche tu hai avuto bisogno di convertirti a Cristo. Questo proprio non lo capisco. Non bastava la Legge, che gli ebrei chiamano Toràh, per vivere una vita timorata di Dio, nell’osservanza dei suoi comandamenti? Forse conviene che tu ci parli di nuovo della tua vita religiosa prima di incontrarti o, meglio, scontrarti con Cristo, e il significato della tua conversione a lui, perché questo mi sembra un punto importante ma, nello stesso tempo, difficile a comprendere, per capire la grandezza di Cristo e della conversione a Lui da parte di tutti, atei o religiosi di altre religioni. 

Risposta: Non si può  chiedere ad un uomo di respirare per vivere, perché respira prima ancora che glielo chiediate. Il respiro è naturale per l’uomo, è la prima esperienza che lo tiene in vita. Io ho imparato a respirare Dio fin quando ho cominciato a respirare per vivere. I miei genitori mi hanno messo al mondo due volte, dandomi la vita fisica ed educandomi alla religione, ma poi ero io a vivere, fisicamente respirando, spiritualmente praticando la religione dei miei padri. Voglio dirti che la religione è stata naturale per me come il respiro. E nella religione ebraica, a cui i miei genitori mi hanno iniziato, tre cose io respiravo continuamente: Dio, la Legge, il Messia.

Prima di tutto, il senso di Dio. Era il Dio dei miei padri, il Dio del mio popolo, ma anche il mio Dio, quello che il salmista cerca ogni mattina come il cervo assetato che va alla fonte. Per dissetarmi, Dio era per me la sorgente di tutto, dell’esistenza, del cosmo, del mio popolo, di ogni cosa. Tutto aveva luce e significato in lui. Lo conoscevo per tradizione, ma un intimo senso della sua importanza e del suo timore mi seguiva giorno e notte, man mano che a casa e nella sinagoga apprendevo la storia del mio popolo, legato così profondamente a Dio, alla sua Legge, alle sue promesse. Questo senso di Dio lo avevo ancora prima della mia conversione a Cristo e devo ringraziare il mio popolo di avermelo dato.

 

Domanda: Non sei stato mai nell’indifferenza riguardo alla religione o nel dubbio circa la verità di quanto praticavi?

Risposta: Al contrario ero zelante nella sua osservanza e fermamente convinto della sua verità. Convertirmi a Cristo non è stato per me rigettare il profondo senso di Dio, che vivevo nell’ebraismo o passare a un’altra verità, ma completare la mia appartenenza all’ebraismo con l’aderire al Messia, la cui venuta e azione nel mondo costituisce il cuore della realizzazione della religione ebraica e dell’azione di Dio nel mondo. Ma prima del Messia, devo parlarvi della Legge, della Torah di Mosé, di cui tanto ho scritto nelle mie Lettere, non sempre in modo positivo, soprattutto in relazione alla sua capacità di rendere giusto l’uomo davanti a Dio. Su questo punto è importante che comprendiate il mio insegnamento.

 

Domanda: Effettivamente il tuo cambiamento da osservante ebraico a uomo libero riguardo all’osservanza di questa Legge è sorprendente. Tu metti chiaramente il tuo cambiamento in relazione alla conoscenza del Messia e al ruolo che Gesù Cristo ha al posto della Legge. Vuoi spiegarci meglio queste cose?

Risposta: E’ difficile per voi cristiani, nati nella religione cristiana e provenienti da radici non ebraiche, comprendere che cosa è per gli ebrei la Legge di Mosé, la Toràh. Essa abbraccia assieme tre cose: il Credo su Dio, sulla sua rivelazione ad Abramo e sul suo patto con Israele; un complesso di norme o pratiche esteriori da fare per vivere l’alleanza con Lui, fra cui la più importante è la circoncisione; l’osservanza di precetti di giustizia e santità, che ci permettono la sua vicinanza, protezione, aiuto, amicizia e ci ottengono le sue benedizioni. La Toràh è tutto questo. La sua ricezione completa fa il vero ebreo, il figlio di Abramo, l’amico di Dio. Che cosa è avvenuto con Gesù Cristo? Non era perfetto tutto questo? Perché la Toràh è entrata in crisi con la venuta di Gesù Cristo?

 

Domanda: Già, perché? Così anche gli ebrei osservanti di oggi giudicano Gesù come un sovvertitore della Toràh. Uno di questi, il rabino Neusner, nel suo recente libro su Gesù, immagina di essere ai suoi tempi e di mettersi in ascolto dei discorsi, in cui Gesù dichiara la sua posizione nei confronti della Toràh. Neusner osserva con molto acume come Gesù si ponga non all’interno della Toràh come erano gli antichi profeti, che Dio mandava per incitare i fedeli all’osservanza della Toràh, ma al di fuori della Toràh, per attirare gli uomini a sé, prima gli ebrei e poi i pagani, perché avessero in Lui la vita e non nella Toràh. Riguardo a questi discorsi Neusner si traccia le vesti e dichiara empio e nemico d’Israele Gesù tale e quale come facevi tu, prima che conoscessi veramente Gesù.

Risposta: Hai fatto bene a citare Neusner, perché l’anima del rabbinismo, che nel corso dei secoli ha innalzato la Toràh di Mosé al posto di Gesù, è ben vivo ancora oggi, anche se gli ebrei di oggi, come poco ascoltano Gesù, altrettanto poco ascoltano la Toràh e sono caduti nell’indifferentismo sia riguardo alla Toràh che a Gesù. Del resto anche le nazioni della terra nella loro totalità sono cadute nell’indifferenza davanti a Gesù. Ma lasciami spiegare ora quel che non ha capito Neusner, cioè che la Toràh ha permesso la sussistenza nel tempo dell’Israele fisico, arrivato fino ad ora, ma non ha formato l’Israele spirituale, che solo con Gesù ha preso vita e che non è formato solo da ebrei, ma da ebrei e pagani, credenti in Gesù e nati di nuovo dallo Spirito. Di ciò ho scritto nella Lettera ai Romani e ai Galati. Io mi glorio di far parte di questo Israele spirituale e non metto più la mia gloria in quei privilegi, che mi fanno esser parte dell’Israele fisico.

 

Domanda: Paolo, sei radicale nelle tue affermazioni. Metti in crisi ciò che gli ebrei hanno di più caro: la Toràh, la loro elezione a popolo di Dio. Tutto questo per te è vano, se non si convertono a Gesù Messia.

Risposta; Non sono radicale io, ma Gesù. Non ha Gesù detto agli ebrei: “Se non credete che Io sono, morirete nei vostri peccati” (Gv 8,24)? Non è drastica la mia parola, ma la Parola di Dio. Io sono solo il portatore autentico della Parola di Dio al mondo, un vero discepolo e apostolo di Gesù. Chi vuole ascoltare, ascolti, ma questa è la più pura verità. La Toràh di Mosé non esprimeva il Disegno completo e definitivo di Dio nei confronti degli uomini al fine della loro salvezza. Aveva solo un compito pedagogico e temporaneo allo scopo di preparare gli uomini alla rivelazione del Messia, l’unico in cui si esprime la piena volontà di Dio sugli uomini, che è la loro salvezza. Il punto focale, che l’apostolo Giovanni ha messo molto bene in evidenza nel suo Vangelo, è comprendere che Gesù è anteriore ad Abramo, a Mosé, alla Toràh, ha una relazione più grande con Dio, precedente a costoro che sono stati i grandi mediatori del passato tra Dio e gli uomini. Gesù entrò in polemica con gli ebrei che lo ascoltavano, perché essi capivano bene che Gesù si faceva superiore a Mosè e ad Abramo e gli contestavano questa pretesa. Gesù però non cedette su questo punto, perché è il saldo fondamento su cui si fonda la sua autorità su Abramo, Mosé e la Toràh. 

 

Domanda: Perché è tanto importante la superiorità di Gesù su tutti gli uomini, anche sui più grandi mediatori tra Dio e gli uomini scelti da Dio prima di lui?

Risposta: Perché tutti gli uomini hanno bisogno di salvezza, ma Gesù, pur essendo uomo, non ha bisogno di salvezza. Il Salvatore dei salvati non può essere un salvato. Non può essere come Abramo, Mosé, Buddha, Maometto o qualsiasi altro uomo, non può essere sottomesso ad una Legge di salvezza, come sono coloro che sono sotto la Toràh di Mosé. In Gesù c’è un mistero perché, se da una parte è come noi, dall’altra è profondamente diverso da noi. Solo così può mettersi a capo di tutti gli uomini per portarli al di fuori del peccato e della Legge verso un’umanità nuova come la sua. Da dove ha origine questa super-umanità di Gesù? Da dove viene Gesù? Quale mistero lo avvolge? Gesù ha detto: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14, 9), ma io ti dico: Chi vede il Padre, vede Gesù. Sei vuoi conoscere veramente chi è Gesù, devi conoscere il Padre, di cui Gesù diceva: “Io e il Padre siamo una sola cosa” (Gv 11,30) e che chiamava familiarmente: Padre mio. Il fatto che è nato da una vergine e che è risorto dopo la morte è il segno umano, che solo Gesù ha, della sua origine divina, del suo mistero. Credimi: come è il Padre, così è Gesù. Musulmani ed ebrei non-convertiti si chiudono le orecchia per non sentire una simile bestemmia; noi credenti in Gesù scoppiamo di gioia, invece, nel credere e nel pensare che il Figlio di Dio si è fatto uomo per noi e ha dato la vita per noi.  Se Mosè ha dato agli ebrei la Toràh, il Figlio ci ha dato Sé stesso e lo Spirito Santo e ci ha rivelato il Padre. Beato l’uomo che confessa con tutto il cuore il Figlio di Dio e si riveste della sua grazia! Nulla gli manca.

 Aveva appena detto quelle parole che miriadi e miriadi di angeli riempirono il luogo dove stavamo e cominciarono ad intonare un canto così spirituale rivolto a Gesù da farmi comprendere in un attimo la sublime dignità di Gesù più di ogni altro discorso. Ripetevano a più voci i titoli sublimi di Gesù, ma quando arrivavano a dire: Figlio di Dio,della stessa Sostanza del Padre, Dio da Dio, Luce da Luce, si prostravano in adorazione davanti a Lui come quando adorano l’Eterno Padre. Anch’io e Paolo ci prostrammo in adorazione davanti a Gesù, mentre la sua luce sfolgorante ci avvolse e vedemmo per un attimo il Figlio di Dio nel seno del Padre

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.13)

 

Dopo la visione della grandezza del Figlio di Dio, ritornai a parlare con Paolo, ma nel guardarlo rimasi fortemente impressionato. Mi sembra di vedere Cristo in lui, come se Paolo e Cristo fossero la medesima cosa. Non potetti fare a meno di dirgli:

 

Domanda: Paolo, mi sembri Cristo. Quel Cristo, che entrambi chiamiamo “Nostro Signore”, ti riempie completamente così da farti sembrare lui. Mi spieghi questo mistero?

Risposta: Lo scrissi ai Galati: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Non è solo un fenomeno devozionale. E’ naturale che, in quanto devoto di Cristo, il mio pensiero e il mio cuore vanno sempre a lui e, come anche ho aggiunto, la mia vita nella carne “la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). C’è qualcosa di più. E’ un fenomeno dello Spirito Santo, che ha unito talmente la mia vita a Cristo, che non vivo più io, ma è Cristo che vive la sua vita in me. Come dissi ai Corinti: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1 Cor 6,17). E’ un fenomeno simile all’unione esistente tra Gesù e il Padre, che fece dire a Gesù: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14, 9). Gesù, sopra tutti i fedeli, desidera essere intimamente unito a noi, scelti da lui ad essere suoi apostoli e ministri. Egli è la nostra fecondità apostolica, perché senza di lui non possiamo fare nulla (Gv 15,1-6). Egli è la nostra forza, perché la potenza straordinaria che manifestiamo viene da lui e non da noi, che siamo vasi di creta (2 Cor 4,7).

 

Domanda: Allora per voi apostoli, Cristo non è solo l’oggetto del vostro annunzio, ma anche colui che parla e opera attraverso voi?

Risposta: Hai capito perfettamente. Ripeto. Non è solo un fatto devozionale come il ricordo costante di una persona cara che portiamo nel cuore o come il ricordo del maestro da parte di un discepolo, che ne vuole seguire gli insegnamenti. Io, gli altri apostoli, tutti gli altri fedeli di Cristo siamo il “suo completamento”. Parlo di completamento non in senso allargato come se dicessi di un pescatore che, ritornando a casa con un bel carico di pesci pescati, è completato dalla pesca in quanto pescatore. Allo stesso modo Gesù, essendo il Salvatore degli uomini, è completato da tutti i salvati come il pescatore dalla sua pesca. C’è qualcosa di più. Ho espresso questa realtà veramente misterica ai Romani, quando ho scritto: “Quelli che da sempre ha conosciuto Dio li ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Questa “immagine di Gesù”, di cui Dio ci vuole rivestire, non aderisce a noi esteriormente, ma è una nuova creazione interiore del nostro spirito, dove sta la nostra identità più profonda. Per questo è opera principale dello Spirito Santo nel nostro spirito. Il nostro spirito diventa così spirito di Cristo e lo spirito di Cristo in noi ci fa ragionare naturalmente come ragiona Cristo, ci fa sentire come sente Cristo, ci fa vedere come vede Cristo, ci fa operare come opera Cristo.

 

Domanda: E’ meraviglioso ciò che ci dici! Non si tratta di imitare Cristo dall’esterno, ma di essergli conformi per identità di spirito.

Risposta: E’ questo è possibile solo se riceviamo e ci apriamo sempre più ad accogliere la totalità dello spirito di Cristo, che il Padre vuol far regnare in noi al posto dello spirito della carne, con cui nasciamo e che è la radice del nostro essere peccatori.

 

Domanda: Fermati, Paolo! Non aggiungere troppi concetti, altrimenti i nostri lettori non ci seguiranno. Che cos’è questo “spirito della carne”, che ci fa essere peccatori?

Risposta: L’ho spiegato ai Romani. Il centro della nostra vita interiore può essere dominato e diretto da due principi dinamici opposti, che io ho chiamato: “lo Spirito” e “la carne”. Per cui ho scritto: “Quelli che vivono secondo la carne, pensano alle cose della carne; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, alle cose dello Spirito. Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla sua legge e neanche lo potrebbero. Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio” (Rm 8,5-8). La carne è la “dannazione” dell’uomo. Le sue opere infatti conducono l’uomo alla perdizione.

 

Domanda: E quali sono queste opere?

Risposta: I vostri quotidiani e i vostri programmi televisivi sono pieni di queste opere. Sono opere ben note, come scrissi ai Galati. Ciò vi dimostra come la “carne” è ben presente nella vostra vita privata e sociale, purtroppo anche nella vita della santa Chiesa di Dio, in cui si dovrebbe vivere solo seguendo lo Spirito. Ma come sai, il regno di Dio in terra, presente nella Chiesa, raccoglie nel suo seno pesci buoni e pesci cattivi. La selezione sarà fatta solo alla fine (Mt 13,47-50). Ora ti ricordo alcune delle opere della carne, di cui ho parlato ai Galati. Prendi un quotidiano e cerca di catalogare le opere degli uomini riportate secondo quanto indico come “opere della carne”. “Del resto le opere della carne sono ben note:  fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere: circa queste cose vi preavviso, come già ho detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio” (Gal 5,19-21). Ai Corinzi scrissi: “Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio” (1 Cor 6,9-10). Da tutte queste cose Gesù Cristo è venuto a lavarci in vista della santificazione e giustificazione come ho scritto: “E tale eravate alcuni di voi, ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!” (1 Cor 6,11).

 

Domanda: Allora il Vangelo è quanto mai attuale!

Risposta: Attuale? Attualissimo! Ieri come oggi Gesù Cristo è sempre vivo e attivo per salvare i peccatori. Questa è le perenne vitalità del Vangelo di Dio. Io, come tu  e tanti altri, siamo solo “ministri di Cristo a amministratori dei misteri di Dio” (1 Cor 4,1). Noi non salviamo nessuno. E’ Cristo in noi che continua a illuminare gli uomini sulla verità di Dio, sul senso vero dell’esistenza e a tirarli fuori dagli abissi dell’ignoranza e delle malvagità in cui vivono.

 

Domanda: Ma tanti si ritengono gente per bene e si impegnano per la giustizia senza far ricorso al Vangelo!

Risposta:  E aggiungi: mentre tanti che si professano cristiani e credono al Vangelo si comportano peggio di quelli che non ci credono. E’ la solita obiezione. Anch’io, prima che mi comparisse Gesù Cristo, mi ritenevo a posto con Dio, perfetto osservante della legge di giustizia, che Dio aveva proclamato mediante Mosé al Sinai. Solo il Signore giudica le coscienze. Non spetta a noi e nessun tribunale umano di farlo. E’ certo però che tra le opere della carne ne esiste una che si chiama “autogiustificazione”, con cui l’”io” superbo dell’uomo fa di tutto per non riconoscersi in debito con Dio e con la giustizia così da dover ammettere: Sono un ingiusto come tutti gli altri ed ho bisogno di essere perdonato. Gesù tra i suoi ascoltatori dovette faticare non poco per convincere di peccato i falsi “giusti” del suo tempo, che opponevano la loro giustizia alla giustizia vera che Cristo proclamava. Il spirito della carne è cieco e rende ciechi chi lo possiede. Una delle forme più gravi di cecità è il non riconoscere più lo stato di peccato in cui si vive, tanto da scambiarlo per uno stato di giustizia, per cui non c’è niente da cui convertirsi.

 

Domanda: Paolo, abbiamo toccato un argomento che merita veramente un approfondimento perché  la nostra vita quotidiana è fatta di peccatori nascosti e pubblici, di falsi giusti e di veri giusti. Ma vorrei concludere questo nostro incontro, richiamando quanto ci hai detto all’inizio. Il Padre vuole che viviamo secondo lo Spirito e non secondo la carne e che vivere secondo lo Spirito vuol dire rivestirci dell’immagine di Cristo in noi per cui possiamo arrivare a dire come hai detto tu: “Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

Risposta: Il Vangelo non è solo la buona notizia del Padre che viene a salvare il peccatore. E’ anche la straordinaria elezione del Padre a diventare “altri Cristi”, altri figli di Dio come Gesù. I santi di tutti i tempi dimostrano la realtà di questa decisione del Padre, che lo Spirito Santo incide nel profondo dello spirito dei santi, trasformandoli in autentiche immagini di Cristo. Così Cristo si completa in noi e noi diventiamo ricchi di tutte le ricchezze di Cristo.

 

L’insegnamento di Paolo mi aveva riempito il cuore di un senso vivissimo di ringraziamento verso il Padre, che ha avuto così sublimi pensieri verso di noi poveri peccatori. Mi sentii risvegliato nel profondo al l’impegno fondamentale della mia vita come cristiano: in tutto e per tutto rivestirmi di Cristo, perché lui possa vivere in me la sua vita ed la mia vita possa essere il prolungamento della sua vita ai nostri giorni. Mi salirono alle labbra le parole de TE DEUM, il magnifico inno con cui la Chiesa ringrazia Dio a fine d’anno. Non potetti fare a meno di recitarlo ed invito i lettori di questa intervista di recitare questo Inno con pietà e devozione, pensando quanto siamo debitori al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo per le cose meravigliose che vogliono realizzare in ciascuno di noi.

Noi ti lodiamo, o Dio, ti proclamiamo Signore./ O eterno Padre, tutta la terra ti adora.

A Te cantano gli angeli e tutte le Potenze dei cieli/ Santo, Santo, Santo il Signore Dio dell’universo.

I cieli e la terra sono pieni della tua gloria./ Ti acclama il coro degli apostoli e la candida schiera dei martiri.

Le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; la santa Chiesa proclama la tua gloria./ Adora il tuo unico Figlio e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, Re della gloria, eterno Figlio del Padre,/ Tu nascesti dalla Vergine Madre per la salvezza dell’uomo.

Vincitore della morte, hai aperto ai credenti il regno dei cieli/ Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, che hai redento col tuo sangue prezioso./ Accoglici nella tua gloria nell’assemblea dei santi.

Mentre recitavo l’Inno, il volto di Paolo era fisso verso l’alto, mentre un raggio di luce lo rendeva bellissimo come un Serafino, ardente d’amore per Dio.

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n. 14)

 

La lode e il ringraziamento a Dio mi avevano riempito il cuore di una grande gioia. Sperimentavo uno dei frutti dello Spirito, di cui Paolo parla  nella lettera ai Galati: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace” (Gal 5,22) e altre cose.. Mi ricordai di una parola di Paolo, scritta ai Romani: “Siate lieti nella speranza” (Rm 12,12) e chiesi a Paolo:

 

Domanda: Paolo, parlaci della speranza che noi abbiamo in Cristo e che ci rende tanto gioiosi.

Risposta (dopo avermi guardato fisso negli occhi): Fondamento della speranza è quanto ho scritto ai Corinti nella seconda Lettera: “Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne” (2 Cor 4,17 b). Chi ha acquisito stabilmente questa attitudine contemplativa sa bene che “il momentaneo, leggero peso della nostra tribolazione ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria” (2 Cor 14,17 a). Perciò, nell’attesa di questa gloria, esultiamo nella gioia. Satana e il mondo, nostri avversari, fanno di tutto per indurre gli uomini a fare il contrario: a fissare lo sguardo sulle cose visibili e a convincersi che le cose invisibili sono inesistenti. Così si estingue la speranza in Cristo e si alimenta l’attaccamento spasmodico alle cose visibili, accusando Dio che ce ne priva, dopo avercele date, o di mettere tante regole nel loro uso. Infatti gli uomini, privi delle cose che si vedono e non avendo altri beni nel regno delle cose invisibili, diventano tristi e smarriti, delusi della vita e se la prendono con Dio. Stolti e duri di cuore! O uomini, fin quando sarete come giumenti e asini, schiavi delle cose della terra e non liberi di volare in alto verso le cose del cielo, dove soltanto c’è la beatitudine dell’uomo!

 

Domanda: Paolo, tu dal cielo sai bene che viviamo in un epoca culturale, chiamata “secolarizzazione”, in cui sembra che esistano solo cose che si vedono. Le cose invisibili, appartenenti al regno di Dio, sono credute da pochi rispetto alla massa dell’umanità e anche questi pochi sono facilmente afferrati da molti dubbi riguardo alla loro esistenza. Puoi darci qualche rimedio a questa situazione?

Risposta:  Ciò che sta scritto, sta scritto. Il primo rimedio è quanto è scritto nella Lettera agli Ebrei a riguardo della fede: “La fede è il fondamento delle cose che si sperano” (Eb 11,1). La fede è proprio credere al mondo delle cose invisibili sulla base della testimonianza che a queste cose ha dato Dio stesso, il primo testimone, e poi i suoi inviati al mondo, i profeti, Gesù il Messia, gli apostoli, la Chiesa di Cristo con i suoi santi, pastori e maestri. La fede introduce gli uomini nel regno dell’Invisibile Dio e gli fa avere contatto con Lui come ora io e tu stiamo parlando. Ma oltre ad un contatto vivo con Dio e i suoi testimoni, la fede apre il cuore alla speranza di appartenere per sempre al regno dell’Invisibile Dio come nella eterna patria della vita. La fede quindi è il fondamento delle cose che si sperano. Ciò che la fede ci fa sperare può essere descritto con molte parole. Vi è però una sola sentenza, che le comprende tutte: la fede ci fa sperare la vita eterna e la risurrezione corporea dalla morte. E’ ciò che ha detto Gesù rivolto a quelli che credono in Lui: “Questa è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio dell’uomo e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,40).

 

Domanda: Ma abbiamo qualche segno sensibile che questa speranza si realizzerà?

Risposta: La fede stessa è questo segno. Infatti la fede, oltre ad essere fondamento delle cose che si sperano, è anche caparra, anticipo, “prova delle cose che non si vedono” (Eb 11, 1). In che modo la fede è “prova”? In due modi. Il primo è interiore. La fede nel credente è sostenuta principalmente dalla testimonianza che lo Spirito Santo porta al cuore dell’uomo, convincendolo della verità riguardo a ciò che Dio ha rivelato, anche se la persona non ne capisce a fondo il contenuto. Ciascun credente, cominciando da me che ti parlo, può dire: Non so perché credo, ma credo, perché avverto in me una forza e una convinzione interiore, che non è farina del mio sacco, ma del sacco di Dio. E’ la forza dello Spirito Santo che mi fa dire: Credo. E’ ciò che scrissi ai Corinti: “Nessuno può dire “Gesù è il Signore” se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12,3). Come lo Spirito Santo è in noi l’autore, il garante, il sostenitore della nostra fede, così è l’autore, il garante, il sostenitore della nostra speranza. Dalla fede, quindi, allo Spirito Santo. Se la nostra fede e la nostra speranza fossero basate su menzogne, ne sarebbe colpevole lo Spirito Santo, ma lungi da noi pensare una tale bestemmia o possibilità, perché quando noi uomini nominiamo questo Nome ineffabile: Spirito Santo, dobbiamo pensare a Colui che è essenzialmente luce e verità e fondamento di tutto ciò che è luce e verità nella mente dell’uomo. La fede in Cristo, la vita eterna, la risurrezione corporea dalla morte sono luce e verità come pura luce e verità è lo Spirito Santo. 

 

Mentre Paolo diceva questa parole, mi sentii riempire da una presenza nuova dello Spirito Santo. Era una presenza invisibile, ma potente, del tutto interiore, che mi invadeva le profondità del cuore e della mente. Avvertii come non mai la forza che sta a fondamento della mia fede di cristiano, e mi sentii particolarmente confermato nella fede, nella speranza e acceso di nuova carità verso Dio, Cristo e i fratelli. Dissi allora a Paolo:

 

Domanda: Quanto è vero ciò che dici! Proprio adesso l’ho sperimentato. Lo Spirito Santo è veramente il garante e il sostegno della nostra fede e speranza.

Risposta: Tutta la vita spirituale del cristiano, che si sviluppa sul fondamento della fede, è una caparra, una prova della vita eterna, perché non è altro che vita nello Spirito, inizio in forme terrene di ciò che vivremo in forme celesti nella vita eterna promessa, nel mondo che verrà. Ma oltre questa prova e caparra interiore, vi sono anche caparre e prove esteriori. Dio ci ha fatto anche come uomini esteriori, legati alla conoscenza sensibile, e uomini sociali, legati gli uni agli altri. Lo Spirito santo, autore della fede, ha predisposto segni sensibili e segni sociali, da cui possiamo avere come tante prove della verità delle cose invisibili, che crediamo, speriamo e amiamo.

 

Domanda: E quali sono questi segni esteriori e sociali?

Risposta: Io, Paolo, sono stato e sono per i secoli uno di questi segni. Faccio parte dei testimoni della fede che sono presentati con tanta abbondanza di notizie nel capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei. In conclusione sta scritto: “Anche noi, dunque, circondati da un così grande nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Eb 12,1-2). Dio ha creato e crea continuamente nuovi santi nella Chiesa, che hanno una misura di Spirito Santo eccezionale per sostenere nella fede quanto sono più deboli e arricchire di nuovi doni quanti sono già forti. Ogni volta che il Papa proclama  qualche santo dalla Loggia di San Pietro, viene dato al mondo un segno sociale e sensibile della vita eterna e della risurrezione dei santi. Se, aiutati da questi segni sensibili e sociali, voi vi elevate alla contemplazione delle cose invisibili eterne, ecco che la vostra speranza di raggiungere anche voi la patria beata della vita eterna si riaccende e si ravviva nei vostri cuori.

 

Domanda: Ma il segno più grande che noi abbiamo è la risurrezione di Cristo e la sua ascensione al cielo.

Risposta: E aggiungi: l’annunzio del suo ritorno in terra nella gloria. Se Cristo non tornasse visibilmente nella gloria nel giorno della storia, che sarà l’ultimo, neanche la sua risurrezione e la sua ascensione al cielo sarebbero un segno sufficiente della vita eterna e della nostra risurrezione. Vedete: c’è un certo modo parziale di presentare il Vangelo di Cristo, che fa concludere la nostra vicenda umana sulla terra con la morte. Poi il giudizio di Dio sull’anima disincarnata, il premio o il castigo eterno. Ma questo non è il Cristianesimo o, almeno, non è il Cristianesimo completo che io ho predicato. La nostra vita terrena terminerà quando Cristo tornerà nell’ultimo giorno. Al ritorno di Cristo io e te, che siamo già morti alla terra, ci saremo in carne ed ossa. Sarà questo l’ultimo nostro giorno terreno, non quello che ci ha visti spirare l’ultimo respiro. In quel momento ci siamo solo addormentati in vista del risveglio nell’ultimo giorno. La cosa più importante che annunzia il Vangelo di Dio non è il fatto che noi andiamo da Dio dopo morte, ma che Dio viene da noi in terra per prenderci e portarci con sé in carne e ossa nel Regno dei cieli, che non è di questo mondo. Cristo è venuto la prima volta per aprirci in modo umano la via da seguire per arrivare alla vita eterna e alla risurrezione dei morti, ma ritornerà la seconda volta, all’ultimo giorno, per far risorgere tutti i suoi santi e in un corpo nuovo, del tutto luminoso, condurli là dove egli e Maria già stanno in anima e corpo glorificati. Questa è la nostra speranza, infallibile speranza, meravigliosa speranza, certissima speranza, davanti a cui, come scrissi ai Romani, “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8,18).

Le parole di Paolo mi fecero penetrare come non mai in quello che è l’oggetto e l’attesa della nostra speranza. Niente di nebuloso e vago ma, al contrario, qualcosa di ben preciso e concreto. Il ritorno di Cristo, la risurrezione dei morti e la vita eterna sono come il tetto invisibile, posto nell’alto dei cieli, dove arriva la fune della nostra speranza per agganciarsi a questo tetto. In quel momento, mentre pensavo a queste cose, vidi come una fune d’oro scendere dal cielo. Era come sospesa in aria. Si fermò davanti a me. Paolo mi disse: Arrampicati su questa fune. Ebbi timore, perché mi sembrava sospesa nell’aria e incapace di sorreggere il mio peso. Ma Paolo mi disse: Non temere, perché questa fune è ben solida e non viene meno anche se un esercito numerosissimo di uomini si arrampicasse su di essa. E’ tenuta in mano dall’Onnipotente, che tu non vedi, perché Egli è Spirito. Egli, che sorregge col vigore della sua potenza l’universo intero, è ben capace di sostenere chi si arrampica su quella fune. E’ la fune della speranza. Quando l’avrai salita, tutte le speranze che hai posto nelle promesse di Dio, si realizzeranno.

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n. 15)

 

 

Finita la visione della fune del cielo, simbolo della speranza, riprendemmo a parlare. Ormai era passato molto tempo dall’inizio dell’intervista, ma il parlare con Paolo era così interessante che non percepivo più il tempo. Mi sembrava ora che era ormai arrivato il tempo di congedarmi. Vi erano però alcune cose che avevo ancora in cuore da chiedere a Paolo e non volevo perdere l’occasione di avere da lui una risposta. Gli dissi allora:

 

Domanda: Paolo, il tuo caro fratello nell’apostolato, Pietro, ha scritto che nelle tue lettere ci sono “alcune cose difficili da comprendere e gli ignoranti e gli instabili le travisano, al pari di altre Scritture, per loro propria rovina” (2 Pt 3,16). Puoi dirci qualcosa a riguardo?

Risposta: Le cose difficili a comprendersi sono le vie di Dio, che distano dalle nostre quanto il cielo dista dalla terra, come disse Isaia: “Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55, 9). Dio mi diede la grazia di scrutare queste vie altissime con cui Egli, benedetto il Suo Nome,  realizza la salvezza degli uomini e la venuta del suo Regno. Comprendiamo noi uomini la sapienza della croce? Ebbene è proprio attraverso la via altissima della croce di Gesù e delle nostre croci quotidiane che Dio salva gli uomini e viene il suo regno. Questa via è nascosta ad angeli, a demoni e a uomini e solo per la grazia dello Spirito se ne può intendere l’efficacia e il significato divino. Questa via è all’opposto delle vie degli uomini come scrissi ai Corinti: “Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Cor 1,22-25). La prima cosa difficile da intendere e che io ho cercavo di spiegare ad ebrei e pagani era la sapienza della croce di Cristo, in cui si manifestava la sapienza di Dio per la nostra salvezza.

 

Domanda: Che cosa significa che la sapienza della croce è scandalo per i Giudei?

Risposta: I Giudei si aspettavano un Messia, che con la forza della regalità di Dio annientasse i nemici d’Israele, popolo di Dio. A quel tempo i nemici erano i Romani. I Giudei sapevano bene l’Onnipotenza e Regalità universale del loro Dio. Ne celebravano la grandezza e le grandi opere ogni giorno con salmi e cantici spirituali, cantati nel tempio. Se leggete i salmi, sono tutti un invito a lodare la grandezza sovrana del Dio d’Israele e Dio delle nazioni della terra. Tutti si aspettavano un Messia che manifestasse questa grandezza davanti agli uomini a favore d’Israele. Ma ecco il Messia, il Re d’Israele, che muore crocifisso come un condannato a morte per misfatti, davanti agli occhi di tutto il popolo, ad opera del giudizio del Sinedrio dei Giudei e di Ponzio Pilato, che amministrava la giustizia umana dei Romani. Uno spettacolo terrificante, inaudito, impossibile a credersi! Isaia l’aveva predetto: “Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione? A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore? E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui e come una radice in terra arida. Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto” (Is 53,1-2). Può mai essere questa una sapienza regale? Può mai un re vincere i suoi nemici, permettendo che questi lo crocifiggano prima?

 

Domanda: Paolo, è impressionante la sapienza del Signore! Per questo Gesù non fu compreso da nessuno e dovette seguire questa via, andando contro anche i suoi discepoli e proibendo loro di divulgare che fosse il Messia.

Risposta: I Giudei avevano bisogno non di un Re Guerriero, ma di un Re Sacerdote, capace di espiare realmente i peccati del popolo e ristabilire l’alleanza con Dio, continuamente offesa e distrutta dal cuore incirconciso e peccatore dei Giudei. Gesù è quel Re Sacerdote di cui è scritto nel Salmo 110: “Il Signore ha giurato e non si pente: “Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melkisedek” (v.4). Se vuoi leggere qualcosa sulla vera natura del Messia d’Israele, Re e Sacerdote al modo di Melkisedek, devi leggere la Lettera agli Ebrei. Là sta scritto che la funzione principale del Messia d’Israele è una funzione sacerdotale non solo a vantaggio d’Israele, ma di tutti gli uomini: “Tale era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; egli non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso” (Eb 7,26-27). Questa sapienza sacerdotale di Cristo è sconosciuta al mondo peccatore, prima ai Giudei e poi ai Gentili, ma è ben nota a Gesù, il quale è venuto, come disse Giovanni Battista nell’indicarlo al mondo, come l’Agnello di Dio, che si carica dei peccati del mondo per espiarli con il sacrificio della propria vita (Gv 1,29).

 

Domanda: Allora la regalità di Cristo è una regalità spirituale, non mondana. Essa si afferma contro tutti i nemici dello spirito dell’uomo, che mettono l’uomo contro Dio, facendolo peccare.

Risposta: Dio è Spirito e lo Spirito regna nelle dimensioni della Santità e della Giustizia. Che giova all’uomo se guadagna potere su tutti gli uomini, ma poi non è un santo e un giusto? Potrà salvarlo dal giudizio di Dio il suo potere universale sugli uomini? Cadrà come tutti i mortali, che non sono che polvere e cenere, e dovrà rendere conto a Dio di tutte le sue opere ingiuste. Buon per lui se sperimenta, prima del giudizio di Dio, una umiliazione che lo fa rinsavire dalla sua folle ricerca di grandezza umana al di fuori della santità e della giustizia. Dio gli dà così il tempo di pensare alla cosa più importante, a diventare veramente giusto e santo.

Ecco la sapienza della croce, propria di Cristo, e di quanti partecipano a questa sapienza: lavare la propria anima da ogni peccato, renderla pura e splendente a immagine di Dio, Purezza e Bellezza dell’anima, rinascere alla vita immortale dello Spirito. Queste sono le profondità e le altezze a cui gli uomini sono immessi, facendosi discepoli della sapienza della croce.

 

Domanda: Paolo, tu hai detto anche che Cristo crocifisso è stoltezza per i pagani.

Risposta: I Giudei si gloriano della Legge, i pagani della “gnosi”, con cui pretendono di penetrare nei misteri della divinità o nella spiegazione di tutte le cose. A livello più generale il modo di vivere del mondo pagano è espresso dalla esaltazione parossistica delle qualità umane e dei beni terreni, senza alcun limite. I pagani di oggi come di ieri mettono il loro vanto nella cultura, nella politica, nell’arte, nella letteratura, nel divertimento, nella scienza, nella salute, nel sport, nella ricchezza e cose simili e fuori di queste cose non vedono altro per cui vivere. Di tutto vivono tranne che di Dio.

 

Domanda: Fermati, Paolo, stai parlando di molti miei contemporanei!

Risposta: So bene come vivono tanti uomini di oggi nelle vostra cultura secolarizzata. Sono pieni di tante cose, ma non curano la cosa più importante, l’anima spirituale, che solo in Dio si realizza con pienezza per mezzo della fede e della grazia di Dio. Tutto è lecito, tutto è permesso. Non c’è Dio, non c’è Inferno. Che cosa è la croce di Cristo davanti a questa mentalità? E’ veramente incomprensibile, stoltezza inaudita. Per questo scrissi: “Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia. E ancora: Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani” (1 Cor 3,18-21). Se gli uomini vogliono imparare la vera sapienza che dà la vita, hanno dove andare perché, come scrissi ai Colossesi, “in Cristo sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col 2,3). Dio vuole che i pagani, che cercano la sapienza in cisterne screpolate che non la contengono, la cerchino e la trovino in Cristo fino ad essere ripieni di tutta la pienezza della Verità e della Vita.

 

Domanda: Paolo, ti ringrazio perché con le tue parole stai guarendo la mia incredulità. Anch’io vengo da una mentalità pagana e vivo in mezzo ad un mondo pagano. Anche se sono cristiano e predicatore del vangelo come te, rischio di abituarmi a parlare della croce di Gesù senza che ne colga tutta la profondità del suo significato. Prega Dio che la croce di Cristo sia per me fonte continua di sapienza di vita.

Paolo: Contempla sempre con assoluta e rinnovata meraviglia il grande mistero di Cristo sulla croce. Sia questa la tua cattedra di sapienza. Alla tua mente, illuminata dallo Spirito Santo, si rivelerà la grandezza senza fine dell’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo per l’umanità, il suo proposito di farci santi e di portarci a vivere per sempre nel suo Regno di luce infinita. Non si allontani mai dal tuo cuore la sapienza della croce, ma cresca ogni giorno sempre più in te. E’ la tua arma contro tutti i nemici della salvezza, ti farà riportare vittoria su di loro finché non arriverai anche tu alla gloria della risurrezione che la croce di Gesù promette a quanti la amano.

 

Aveva appena detto queste parole, che ecco dal cielo apparve una croce luminosissima, irradiante luce e splendore da ogni parte. Paolo mi disse: Vedi la sapienza della croce! La luce che emana è simbolo della sapienza che contiene e comunica agli uomini. Poi vidi come intorno alla croce si radunava una folla immensa di uomini. Provenivano tutti da lontano dove si vedevano dense tenebre. Gli uomini venivano alla luce della croce, uscendo da quelle dense tenebre. Vedevo come erano quando uscivano dalle tenebre e come diventavano quando si andavano a mettere vicino alla croce per essere illuminati da essa. Uscendo dalle tenebre, portavano nel loro corpo segni di gravi deformità corporali. Così vedevo zoppi, ciechi, sordi, muti, lebbrosi e ogni altro genere di malati. Vi erano anche dei cadaveri, portati su barelle davanti alla croce. Man mano che venivano sotto l’influsso luminoso della croce, i malati venivano guariti e i morti risuscitati da quei raggi e ritrovavano tutta la bellezza e la salute che avevano perso. Infine cori angeli si assieparono intorno alla croce, eseguendo melodie musicali celestiali. Un coro si elevò dagli uomini ai piedi della croce. Sentii le loro parole. Erano quelle espresse in Apocalisse 5.9-10, rivolte all’Agnello di Dio, che siede sul trono di Dio, come sta scritto: “Cantavano un canto nuovo: Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la terra” .

 

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.16)

 

La sapienza della croce non può essere compresa da nessun intelletto naturale, ma dall’intelletto del credente, illuminato dallo Spirito Santo. Ma c’erano altre cose, relative alla sapienza della croce, che desideravo chiedere a Paolo.

 

Domanda: Paolo, tra le cose difficili a comprendersi, scritte da te, c’è il Vangelo della giustificazione per mezzo della fede. Fu l’oggetto della eresia di Lutero, condannata dalla Chiesa, perché Lutero disprezzò tutte le opere buone, che la Chiesa inculcava ai fedeli per la loro salvezza e innalzò come unico mezzo necessario e sufficiente per salvarsi la sola fede in Gesù Cristo. Sosteneva poi che questo l’hai scritto tu nelle tue Lettere.

Risposta: La fede in Cristo è il fondamento della salvezza e questo fondamento non viene da noi né dalle nostre opere, ma da Dio. E’ Dio che ha dato a noi peccatori, di cui io sono il primo, il Salvatore e la sua opera, e, inoltre, ci chiama alla fede in lui, per ricevere la remissione dei peccati e la nuova giustizia. Ma su questo fondamento, che è opera di Dio, si deve innestare l’opera nostra, senza di cui non possiamo essere salvati. Di questa “opera nostra” scrissi ai Corinti dicendo:“Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo. E se, sopra questo fondamento, si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà col fuoco, e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno” (1 Cor 3,10-13). Come vedi, c’è l’opera di Dio, ma c’è anche ciò che chiamo “l’opera di ciascuno”. L’opera della salvezza quindi comprende l’opera di Dio e l’opera nostra sul fondamento di quella di Dio.

 

Domanda: Paolo, le tue parole sono illuminanti. C’è l’opera di Dio e c’è l’opera dell’uomo.

Risposta: E questa richiede massimo impegno e massima cura. Non c’è niente di più prezioso per l’uomo che lo stato di giustizia e santità in cui Dio, per la sua grazia, ci permette di vivere, dopo un passato di peccati. E’ vivendo nella giustizia che si vive per il Paradiso. Lo scrissi ai Galati: “Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci a fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” (Gal 6,7-10). Come vedi, nei mie Lettere parlo sempre di entrambe le opere. Dopo aver parlato dell’opera di Dio, parlo dell’opera dell’uomo; dopo aver parlato dell’opera dell’uomo, parlo dell’opera di Dio, perché impariamo a saper mettere assieme le due cose, dando sempre il primato all’opera di Dio, senza cui non possiamo salvarci.

 

Domanda: Tu però parlasti molto male della Legge e delle opere della Legge come se non fossero necessarie per la salvezza. Da qui è scaturito l’errore di Lutero.

Risposta: Perciò Pietro scrisse che nelle mie Lettere ci sono cose difficili da comprendere che gli ignoranti e gli instabili travisano a loro perdizione (2 Pt 3,16). Bisogna intendere bene quando scrivevo che la Legge di Mosé non serve a salvarci. Presso gli ebrei del mio tempo, ed io ero uno di questi, v’era la tendenza all’autogiustificazione mediante l’osservanza delle opere della Legge. Gesù ne parlò spesso a proposito dei farisei. Ricorda la parabola del fariseo e del pubblicano in preghiera nel Tempio (Lc 18,9-14). Il fariseo era completamente pieno dello spirito dell’autogiustificazione, che vanta le proprie opere di giustizia e non riconosce di aver bisogno della giustificazione che viene da Dio mediante la fede in Cristo. Questo è un altro mostro demoniaco, che va contro l’opera di Dio per salvarci. Nel Giudaismo farisaico la dottrina della giustificazione era imperniata essenzialmente su opere buone da compiere secondo la Legge per vantare meriti davanti a Dio. Dio rispondeva a questi meriti, dando un attestato di giustizia, chiamato “giustificazione”. In realtà Dio vide che a nessun uomo davanti a Lui poteva rilasciare un attestato simile, perché la giustizia che Lui cercava nell’uomo era molto alta e gli uomini l’avevano persa in Adamo. Per questo decise di intervenire Lui per renderci veramente giusti. La giustificazione allora divenne non un attestato di buona condotta, che Dio dava a chi si impegnava nelle buone opere, ma l’opera di Dio in noi per mezzo del sangue di Cristo e l’effusione dello Spirito di santità nei nostri cuori. Per ciò ho scritto: “Non illudetevi! Né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio. E tale eravate alcuni di voi; ma siete stati salvati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo nello Spirito del nostro Dio” (1 Cor 6,9-11)

 

Domanda: Quindi dobbiamo compiere opere buone per salvarci?

Risposta: La salvezza ha due momenti: prima della giustificazione e dopo la giustificazione. Prima della giustificazione, l’opera buona che Dio richiede da noi è di aprirci alla fede in Cristo che ci salva. E’ la sua grazia che infonde in noi questa fede, ma la nostra volontà vi deve aderire liberamente e non rifiutarla. In virtù di questa fede anche il più nero peccatore può ricevere l’opera di Cristo in lui che lo trasforma da peccatore in santo. Comincia allora il secondo momento della salvezza, simile al cammino di Israele nel deserto verso la Terra promessa. Nel primo momento si è raggiunto lo stato di grazia e di ritrovata amicizia con Dio, ma non si è ancora raggiunto lo stato della vittoria, che equivale al raggiungimento della Terra promessa o stato di piena salvezza.

 

Domanda: Allora in terra siamo già salvati in Cristo, ma non ancora vittoriosi?

Risposta: E per essere annoverati tra i vittoriosi, bisogna che la grazia in noi sia attiva nella lotta contro i nemici della salvezza, che sono tanti, e nelle opere buone da compiere secondo la volontà di Dio. Per essere fra i vittoriosi, ci vogliono le opere buone, non la sola fede. Si arriva alla vittoria, infatti, solo attraverso un esame di Gesù, Giudice degli uomini, sulle nostre opere compiute in terra come scrissi ai Corinti: “Tutti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, ciascuno per ricevere la ricompensa delle opere compiute finché era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5,10).

 

Domanda: E tu, Paolo, come affrontasti questo giudizio di Cristo?

Risposta: Quando lo Spirito mi fece capire che ormai era giunta la mia ora, scrissi a Timoteo: “Quanto a me il mio sangue sta per essere versato in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione” (2 Tm 4,6-8). Come vedi, Gesù vuole che ci presentiamo davanti a lui, quando partiamo da questo mondo, con l’abito della giustizia fondata sulla fede, per poterci poi dare “la corona di giustizia”, il premio che lui riserva a quanti lasciano questo mondo da giusti e non da peccatori.

 

Domanda: Grazie, Paolo, di averci ricordato queste cose. Stanno scritte in lungo e in largo nelle tue Lettere, nei Vangeli e negli scritti degli altri Apostoli, ma sentirle ripetute dalla tua viva voce ce lo incide particolarmente nel cuore.

Risposta: Soprattutto voi cristiani di oggi avete bisogno di non conformarvi alla mentalità atea e secolarizzata del mondo di oggi, se volete che la fede che avete ancora, porti frutto e sia per voi efficace strumento di giustizia che porta alla salvezza. Con quanta leggerezza e superficialità gli uomini di oggi si mettono davanti alla Parola di Dio! Pensano di essere saggi nel costruire l’esistenza scartando la Parola di Dio, e sprofondano in baratri di morte ben più distruttivi di tutti i terremoti della terra.

 

Domanda: Proprio ai nostri giorni abbiamo avuto in Italia un terremoto tremendo.

Risposta: Ne sono al corrente anch’io. Solo le case costruite bene hanno resistito al terremoto. Le altre costruite male sono crollate miseramente. E’ un simbolo del giudizio di Dio, che esaminerà la vostra esistenza, costruita dalle vostre scelte. Se avete scelto bene, secondo la Parola di Dio, il giudizio di Dio non vi farà crollare, ma, anzi, vi introdurrà alla “corona di giustizia”. Ma, se avete costruito nel male, perirete come sono crollate le costruzioni mal riuscite. Dio ci insegna la sapienza che dà la vita anche attraverso questi fatti. Saggio è chi si lascia istruire da questi insegnamenti e ne trae vantaggio per ben edificare la propria esistenza, prima del giudizio finale di Dio.

 

Domanda: Paolo, tu ci vuoi mettere paura!

Risposta: No, vi do pillole di pensieri seri e non di pensieri vuoti come sono quelli di cui ordinariamente parlate in terra.  Meglio avere questo tipo di timore ora ed essere stimolati da questo timore a non peccare piuttosto che affrontare da incoscienti il giudizio finale di Dio sulla nostra vita, vuoti e pieni di peccati. Sarebbe meglio che fossimo stimolati al bene e a non peccare dalla fede viva che abbiamo in Dio, unita al suo amore, ma anche tragedie come quelle di un terremoto possono stimolare a pensare a come è fragile la nostra esistenza di quaggiù e come la cosa più importante non è quella di difendersi dai terremoti, ma dal peccato, che distrugge non il corpo soltanto, ma la cosa più preziosa che abbiamo: l’anima immortale.

Le ultime parole di Paolo mi trafissero il cuore. Realizzai quanto lontana è oggi la sapienza degli uomini  dalla sapienza che manifestava Paolo. Eppure Paolo aveva ragione! Altrimenti Cristo sarebbe morto invano. Invano sarebbe risuscitato e invano si predica da parte della Chiesa il suo ritorno per risuscitare i morti e giudicare tutti gli uomini. La sapienza di Paolo ha senso solo alla luce della morte, risurrezione e ritorno di Gesù. Paolo, vedendomi particolarmente pensoso, mi disse: “Ricordati: cielo e terra passeranno, ma non una sola parola di Cristo, la Parola di Dio, passerà senza che tutto si adempia come Cristo ha detto, e noi, suoi apostoli, abbiamo predicato. La tua fede non vacilli neanche per un istante, ma si rinvigorisca ogni giorno di più e diventi sempre più ferma e operosa nel bene”.

In quel momento un fascio di luce intensissima illuminò Paolo e mi fece vedere da quale sorgente veniva la sua sapienza. La Luce che lo illuminava era la Luce del Verbo eterno, che illumina ogni uomo perché abbia la vita e non perisca.

  

 

INTERVISTA A SAN PAOLO (n.17)

 

Sentivo che ormai era venuto il tempo di terminare l’intervista, ma non potetti fare a meno di rivolgere a Paolo un’ultima domanda.

 

Domanda: Paolo, è venuto il tempo di congedarci. Ringrazio Dio del dono di avermi dato di poterti intervistare e dei pensieri luminosi che ci hai comunicato. Ma, prima di lasciarci, voglio chiederti di parlarci delle chiese da te fondate. Mi ha sempre colpito l’alta visione spirituale con cui le guardi. Fin dall’inizio delle tue Lettere ti rivolgi loro con espressioni di alto contenuto mistico, come questa che rivolgi alla chiesa di Tessalonica: “Paolo, Silvano e Timoteo alla Chiesa dei Tessalonicesi che è in Dio Padre e nel Signore nostro Gesù Cristo” (1 Ts 1,1). Inoltre chiami “santificati” e “santi” coloro a cui scrivi, usando un termine che ora non si usa più, quando i nostri pastori si rivolgono ai fedeli. Saluti poi i santi come se non fossi tu a salutarli, ma come se, mediante te, fossero Dio Padre e Gesù Cristo che li salutano, dando ad essi grazie e pace.  

Risposta: Ho visto nascere le chiese sotto i miei occhi come l’opera di Dio in mezzo alle nazioni, cui ero inviato. Ho visto i pagani, che praticavano i culti agli idoli, le arti diaboliche della magia, il furto, l’adulterio e peccati d’ogni genere, convertiti, lavati e santificati dalla discesa dello Spirito Santo in loro. Perciò scrissi ai Corinti: “Tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio” (1 Cor 6,11). La chiesa sorgeva come la dimora tutta santa di Dio tra gli uomini; il corpo di Cristo, di cui i santificati dallo Spirito erano le membra; la sposa del Messia, che Cristo andava a scegliere, mentre si prostituiva nel mondo agli idoli e ai demoni. La Chiesa è avvolta dal grande Mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, l’unico ed eterno Dio, benedetto Egli sia, che la pervade incessantemente con la sua azione, alla nascita, nello sviluppo e infine per portarla al compimento della sua vocazione. Come lo Spirito Santo coprì con la sua ombra onnipotente la santa madre di Dio, Maria di Nazareth, per farla diventare madre del Messia, allo stesso modo adombra la Chiesa e i cristiani perché siano tutti fecondi di Cristo in loro. E’ un mistero altissimo che non possiamo capire, ma è così, ti assicuro che è così, e nessuna potenza umana e diabolica che opera contro Dio, potrà impedire la costruzione della Chiesa da parte di Dio e dei suoi ministri, apostoli, profeti, evangelisti, pastori, maestri.

 

Domanda: Tu ci parli nelle Lettere come se la Chiesa e i santi, che sono in essa, abbiano un rapporto diretto, immediato, naturale con Dio Padre e col suo Messia, Gesù Cristo. La vita nello Spirito, poi, è la nuova vita, di timbro divino e non solo umano, di cui vivono i credenti in Gesù. E’ meraviglioso se è così, ma il modo di parlare della Chiesa da parte del mondo è tutt’altro e anche noi cristiani, figli della Chiesa, non abbiamo molto questa percezione mistica della vita cristiana, quale ci presenti nelle tue Lettere.

Risposta: Per quanto riguarda il mondo, non te ne devi meravigliare, perché, secondo le parole di Gesù, “il mondo non ha ricevuto lo Spirito Santo, non lo vede e non lo conosce” (Gv 14,17), e senza la luce dello Spirito Santo è impossibile vedere e sentire la Chiesa come vivente in Dio e Dio vivente nella Chiesa. Il mondo non conosce le dimensioni mistiche della Chiesa, il valore dei suoi sacramenti e della sua Liturgia. Ecco il luogo tutto santo, dove in modo visibile, sacramentale, la Chiesa vive la sua vita in Dio e Dio vive nella Chiesa: la sua Liturgia, anche se celebrata in dimore modeste e umili. Ai miei tempi non vi erano chiese monumentali per riunirci, ma modeste camere di credenti diventavano i luoghi della Divina Presenza in mezzo a noi, con cui rendevamo presente il Signore Gesù e, per suo mezzo, vivevamo la nostra comunione col Padre e tra noi. Ma non basta che i cristiani si radunino nelle chiese per la Liturgia. Non è sufficiente che i riti della Chiesa siano pieni della Divina Presenza. E’ necessario che i santi siano a loro volta ripieni di fede, speranza e carità, virtù provenienti da Dio, che, infuse nei loro cuori, li rendono capaci di percepire le ineffabili visite dell’Altissimo nella Liturgia e nell’intima dimora del loro cuore. Gli autentici santi di Dio in ogni tempo parlano di queste visite, di questa dimora di Dio in loro, dando testimonianza della vera natura della Chiesa e della vita cristiana. Le mie Lettere sono una continua esortazione e incoraggiamento ai santi perché vivano in pienezza, fino alla perfezione, le tre somme virtù che ci divinizzano, la fede, la speranza e la carità. Ma, ahimè, quanti cristiani sono deboli e imperfetti in queste tre virtù! Ma diamoci all’edificazione vicendevole gli uni gli altri e chi ha più fede aiuti chi ne ha di meno, perché tutti possiamo arrivare ad avere Cristo in noi in modo adulto e perfetto e non solo con molti difetti.

 

Domanda: Ma come mai nelle Chiese sorgono falsi profeti e falsi maestri, i fedeli litigano tra loro per sciocchezze, alcuni sacerdoti danno scandalo, commettendo cose gravissime come l’omosessualità e l’attaccamento al danaro, e la fede in molte parti è vissuta più per tradizione che per convinzione? Dov’è lo Spirito Santo in tutte queste cose, che pure si manifestano nell’ambito delle chiese?

Risposta: Già ai miei tempi litigi, scandali, falsi profeti e apostoli percorrevano la vita delle chiese da me fondate. I cristiani di Corinto si dividevano in partiti, litigavano, alcuni avevano gravi immoralità di vita, celebravano l’Eucaristia in modo indegno, falsi apostoli gettavano discredito su di me per screditare anche il mio vangelo. Come loro anche altre chiese avevano debolezze e defezioni. Nelle sette lettere che Gesù attraverso il profeta Giovanni mandò alle sette chiese dell’Asia Minore ben cinque di queste hanno gravi comportamenti da cui devono ravvedersi. Come mai tutto questo? E’ il mistero d’iniquità, che opera nella Chiesa in contemporanea col mistero di Dio. E’ la debolezza e il peccato degli uomini, che pesa sulla Chiesa come ha pesato su Gesù Cristo, mettendolo in croce. E’ la zizzania che cresce insieme al grano buono. La Chiesa in terra è fatta di santi e peccatori, di pesci buoni e pesci cattivi nella stessa rete. La lotta tra il bene e il male è una lotta che avviene tra Dio e i suoi figli, da una parte, e Satana e i suoi figli, dall’altra, a diretto contatto tra loro. La Chiesa, per usare un termine moderno a voi noto, è il “ring” dove avviene questa lotta, che può entrare fin sulle soglie del Santo dei Santi, può arrivare alla profanazione delle cose più sacre come la Parola di Dio, interpretata in modo falso e arbitrario, e il Santo Corpo e Sangue di Cristo, dissacrati dai suoi stessi ministri e dai fedeli, quando la celebrano in modo indegno. Ma se da una parte la tenebra è grande, dall’altra la luce è ancora più grande e come uno splendore senza fine, che le tenebre non possono vincere e impedire che risplenda.  Vieni con me e ti farò vedere la Chiesa nella sua luce più pura.

 

Paolo mi prese per mano e, all’improvviso, rapiti dallo Spirito, venimmo trasportati in un luogo alto, vasto, meraviglioso. Una luce ineffabile, dolcissima, splendeva su di noi, e ci riempiva di pace e di gioia profonda. Questa luce proveniva da un punto posto in alto, molto in alto e da quel punto scendeva fino a noi una scala, meravigliosa scala, splendentissima scala, tempestata di diamanti.  Ciascun diamante, a sua volta, emanava una luce propria e caratteristica, che riempiva l’atmosfera già colma di luce di variazioni luminose, incredibili a vedersi. Poi quella scala si popolò e miriadi e miriadi di esseri luminosi salivano e scendevano per essa. Ci sentimmo avvolti dalla loro presenza, quando due di quegli esseri si avvicinarono a noi, ci diedero la mano e ci dissero: “ Venite, per mezzo nostro anche voi uomini potete salire questa scala, che vi porterà fin nel punto più alto, là dove vedete splendere la luce splendentissima, sorgente di ogni luce per la scala e per noi.

Paolo si rivolse a me e mi incoraggiò a seguire l’invito e così salivo, di gradino in gradino, mentre una luce sempre più grande mi avvolgeva. Paolo saliva con me e mi diceva: “Nella mia vita in terra più volte fui rapito in cielo e vidi cose ineffabili come questa che stai vedendo te. Dio mi concedeva queste esperienze per rafforzarmi nella testimonianza al Vangelo, che dovevo dare agli uomini in mezzo a tribolazioni di ogni tipo. Questa esperienza è concessa anche a te, perché anche tu possa annunziare con forza e piena convinzione il Vangelo di Dio. La scala che vedi è la Chiesa. Gli esseri tutti luminosi che discendono e salgono lungo la scala sono gli angeli e le anime dei santi, che già sono nella pace di Dio. I due esseri luminosi, che ci stanno conducendo in alto, verso il sommo della scala, sono Gesù Cristo e lo Spirito Santo, che vengono direttamente dal Padre e che hanno il compito di condurre tutti gli uomini al Padre. La luce più alta che vedi, sorgente di ogni luce, è il Padre.  Ogni gradino che percorri è una trasformazione spirituale, che lo Spirito compie in te, trasformandoti in un essere di luce secondo la luce propria del gradino su cui sali. Se sali il gradino dell’umiltà, sei trasformato in umiltà per opera dello Spirito e così via. Alla fine, avrai tutte le virtù che ti rendono capace di immergerti nell’abbraccio col Padre e diventare un sola cosa con lui come sta scritto: “Siate perfetti com’è perfetto il vostro Padre che è nei cieli”. Paolo aveva appena finito di parlare, che la visione scomparve, e ci ritrovammo a parlare come prima, ma una grande pace era in me per quanto avevo visto e udito. Avevo capito il mistero grande della Chiesa al di là delle miserie umane e del peccato, che pura porta nel suo seno nel tempo attuale. Paolo allora mi guardò e con grande attenzione, parlando con lentezza, quasi per farmi entrare dentro quanto diceva, mi disse quanto già aveva scritto nella Lettera agli Ebrei: “Voi vi siete accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quella di Abele” (Eb 12, 22-24). “Ricordati, -  concluse Paolo - questo è il mistero della Chiesa: la Chiesa è la scala con cui saliamo verso il Cielo e tutto ciò che hai visto avviene nella Chiesa per farci raggiungere il Padre”.

In quel momento una nube splendentissima scese su Paolo e lo nascose al mio sguardo. La nube si sollevò e lo portò in alto verso il sommo della scala. Capii così che la mia conversazione con Paolo era conclusa. Sentivo una grande pace in me. Capivo che la mia vocazione era di far parte di questa Chiesa celeste, tutta luce e tutta splendore, che avevo visto in cielo e che, per arrivare a far parte stabilmente di essa, una miriade di angeli e di santi si affollano attorno a me, ma più di tutti posso contare su Gesù e sullo Spirito Santo, che sono una sola cosa col Padre e che hanno il potere di farci diventare una sola cosa col Padre come lo sono loro. Il mistero della fede è veramente grande! Non ci sono parole per esprimerlo. Sentii in cuore di congedarmi dai miei lettori con le parole di Paolo nella Lettera agli Efesini: A Colui che in tutto ha il potere di fare molto di più di quanto possiamo domandare o pensare secondo la potenza che già opera in noi, a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli. Amen” (Ef 3,20-21).

 

Firmato Padre Carlo Colonna SJ