  San Francesco d’Assisi. Il suo sorriso era come la luce nelle cattedrali gotiche

 

Intervista con Jacques Le Goff : «Anche se esco dal campo degli studi storici, mi permetto di dire che pur non essendo personalmente né praticante né credente, ammiro il modo in cui la Chiesa è sempre salvata da qualche suo figlio. Mi sembra che proprio la presenza di questi figli, come Francesco, nella storia della Chiesa permetta al cristiano di credere nello Spirito Santo»

 

Intervista con Jacques Le Goff 

di Paolo Mattei

 

Jacques Le Goff

«Tanto che ’l venerabile Bernardo / si scalzò prima, e dietro a tanta pace / corse e, correndo, li parve esser tardo. / Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! / Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro / dietro a lo sposo, sì la sposa piace». 

I versi del Paradiso di Dante – nato circa quarant’anni dopo la morte di san Francesco – suggeriscono la manifesta bellezza che riluceva nelle umili fattezze del poverello di Assisi, e la curiosità che questa bellezza muoveva in chi ebbe in sorte di guardarla. Da allora sono scorsi sette secoli, e il santo umbro ha continuato a vivere nella memoria del mondo, non ha cessato di destare curiosità e fascino, la sua figura e la sua storia sono state oggetto di studi puntuali e rigorosi ovvero fantasiosi e stravolgenti, di biografie colorate, di pièces teatrali, di film belli e brutti, di canzoni e di poesie… 

La ricchezza di espressività umana, e anche di affetto e devozione sinceri, fiorita nei secoli attorno a quest’uomo può suscitare malumore solo in chi guardi con sussiegosa alterigia alle vicende del mondo, mentre per chi conservi anche solo un briciolo di semplicità di cuore, tutto questo può accendere, come minimo, una curiosità buona sulla vicenda terrena dell’Assisiate. 

Questa curiosità si è accesa anche nel professor Jacques Le Goff, che nella storia di Francesco si è imbattuto percorrendo la sua strada di studioso del Medio Evo. Come dire, l’ha incrociato facendo il suo quotidiano tragitto lavorativo. Ed è rimasto colpito da quest’uomo «ai margini della Chiesa ma senza cadere nell’eresia, ribelle senza nichilismo», con un «fisico ordinario e splendore eccezionale», si legge nella prefazione del suo recente libro San Francesco d’Assisi (Editori Laterza, Roma-Bari 2000). Nato a Tolone nel 1924, Le Goff è stato protagonista del rinnovamento storiografico avviato dalla “scuola” della rivista Annales. Économie, sociétés, civilisation, di cui fu per lungo tempo direttore. Insegna all’École des hautes études en sciences sociales. Lo abbiamo incontrato per rivolgergli alcune domande a Roma, dove ha ricevuto la laurea honoris causa in Lettere che l’Università “La Sapienza” ha voluto consegnargli. 

 

Professore, ci spieghi il suo interesse per san Francesco. 

JACQUES LE GOFF: Il mio interesse per san Francesco ha una duplice origine. Innanzitutto nasce dalla lettura dei suoi scritti, in particolare del celebre Cantico di frate sole. Mi ha subito commosso la carità così umana e poetica di questo uomo. Un uomo, un santo, legatissimo all’ambiente in cui è nato e vissuto, Assisi e l’Umbria: quando ho visitato quei posti, da molto giovane, l’ho immaginato ancora presente là, sulle stesse strade, immerso nel medesimo particolare paesaggio. 

In secondo luogo, siccome sono un medievalista, mi è sembrato che san Francesco fosse il testimone eccezionale di quel momento molto importante della storia medievale in cui, accanto al fenomeno delle eresie, compare e si sviluppa una nuova società originata da un intenso movimento di urbanizzazione, in una certa maniera simile alle grandi ondate di esplosione urbana del XIX e, poi, del XX secolo. A partire grosso modo dall’anno mille ha inizio in Occidente un poderoso sviluppo demografico ed economico, con un conseguente spettacolare fenomeno di urbanizzazione. Crescono quindi decisamente le attività commerciali, e la città, centro del potere, è il luogo principale in cui avvengono transazioni economiche che esigono sempre più cogentemente il ricorso al denaro, alla moneta. Nascono i cambiatori, che presto si trasformeranno in banchieri, sostituendo in questo ruolo sia i monasteri – istituti di credito sufficienti ai deboli bisogni dell’alto Medioevo – sia gli ebrei, relegati al ruolo di “prestatori di consumo”. La disuguaglianza tra le persone scaturisce ora dal gioco economico e sociale, non si fonda più sulla nascita e sul sangue, ma sulla fortuna immobiliare e mobiliare, sulla proprietà del suolo o degli immobili urbani, di censi e rendite, di denaro. È, poi, il Medioevo di san Francesco, un momento di forte immigrazione nelle città che si riempiono di uomini e donne sradicati, poveri… 

 

Si intravvedono, mutatis mutandis, alcune piccole somiglianze con la nostra epoca… 

LE GOFF: Non sono tra quelli che credono ad una ciclicità della storia. La storia non ricomincia, non si ripete. Tuttavia ritengo che ci siano certe analogie tra questo periodo del Medioevo e il nostro. Anche noi vediamo il potere del denaro divenire sempre più forte e più decisivo nella formulazione dell’identità delle persone. 

 

Come si pone Francesco di fronte a questi profondi cambiamenti del suo tempo? 

LE GOFF: San Francesco è l’esempio sorprendente di un uomo aperto verso la nuova società, con tutti i suoi mali e le sue contraddizioni. Egli è un uomo che osserva con simpatia, con amore, senza livore gli uomini del suo tempo, pieni allo stesso tempo di peccati e di bellezza creaturale. È inevitabilmente un apostolo della nuova società. Ma, nel medesimo momento, predica pure, per dir così, la “resistenza” nei confronti di chi auspica una cattiva evoluzione delle cose, e in particolare nei riguardi di chi desidera e lavora per una vittoria del “regno del denaro”. Mi sembra che in Francesco coesistano prodigiosamente due atteggiamenti che normalmente è impossibile far convivere: l’apertura e la “resistenza”. 

La rinuncia agli averi: affresco del ciclo francescano di Giotto nella Basilica Superiore di Assisi

 

E le istituzioni ecclesiastiche, come reagiscono a questa situazione? 

LE GOFF: La Chiesa, e più specificatamente il potere papale, si rafforza. La Chiesa, attraverso le sue strutture, si impegna, in questa epoca di grandi cambiamenti, in un lavoro di “aggiornamento”. Ma non riesce ad “inseguire” il mondo che si muove più velocemente di lei. E subisce molteplici ed indicativi scacchi: la crociata, per esempio, che è ora incapace di suscitare gli entusiasmi di un tempo ed è impotente contro i musulmani; e poi la lotta all’eresia, un altro scacco subito all’interno della stessa cristianità. Francesco, davanti a questi mutamenti, rinnova profondamente la vita della Chiesa rimanendo attaccato alle cose essenziali della Tradizione. I sacramenti, soprattutto. E l’amore ai poveri. 

 

«Francesco e Povertà per questi amanti / prendi oramai nel mio parlar diffuso» dice san Tommaso a Dante nell’XI del Paradiso… 

LE GOFF: Infatti Francesco fa della povertà il suo valore spirituale supremo. Ne fa, come suggerisce Dante, la sua sposa e signora. La chiama Domina Paupertas, Paupertas altissima. D’altronde, come ho detto, all’epoca di san Francesco, è grande il problema della sofferenza dei poveri, il fatto della povertà. E la povertà praticata come ideale di vita evangelica in contrasto con l’accumulazione di beni terreni da parte della Chiesa e dei fedeli è, dalla fine dell’XI secolo, la parola d’ordine di tutti i pauperes Christi, i «poveri di Cristo», che popolano la cristianità. Francesco, che considerava la pratica della povertà basilare regola del suo ordine, non cedette però alla tentazione eretica in cui invece cadde la gran parte di questi “poveri”, perché egli era attaccato visceralmente a ciò che considerava fondamentale per la vita cristiana e per la salvezza: i sacramenti, specialmente l’Eucarestia. Se nella povertà, come nella natura, nel creato, insomma nella realtà concreta Francesco, senza il minimo sentore di panteismo, vede la presenza di Dio, nello stesso tempo gli è chiaro che l’incontro fra Dio e l’uomo si realizza efficacemente e pienamente per mezzo dei sacramenti. 

In questo periodo, inoltre, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, si procede a un nuovo “trattamento teologico” dei sacramenti. Viene redatto il trattato De Sacramentis. Francesco, nel suo sentimento profondo della necessità dei sacramenti, sa che la loro amministrazione, la loro offerta deve passare attraverso persone che hanno ricevuto un riconoscimento speciale, ossia i preti. Essi sono consacrati dall’ordinazione; hanno ricevuto essi stessi un sacramento, quello dell’ordine, che li rende sacri. Francesco si separò da tutti i “contestatori”, come li chiameremmo oggi, dell’epoca, i quali quasi tutti divenivano eretici, erano contro i sacramenti, contro il clero corrotto e indegno che li somministrava. Lui pensa che ci sia un assoluto bisogno dei preti proprio perché sono chiamati a dare i sacramenti. Anche se non sono, per così dire, dei “buoni preti”. La Chiesa, mater Ecclesia come si diceva all’epoca, persino se è corrotta resta la madre, e dunque non si può abbandonarla. Bisogna aiutarla a riformarsi, ma non si può uscire dalla Chiesa. L’uomo che esce dalla Chiesa – e l’eresia è un modo di uscire dalla Chiesa – è un uomo che ha perso Dio. Perdere la Chiesa probabilmente non sarebbe così importante, se essa non fosse l’intermediaria, attraverso i sacramenti, fra l’uomo e Dio. 

 

Nel suo libro c’è una sottolineatura significativa della gioia francescana, del sorriso nella vita di Francesco. 

LE GOFF: La gioia, e in particolare la gioia terrena – poiché la gioia di Francesco è una gioia terrena – è riflesso e “atrio” della gioia piena del Paradiso. La gioia non era una peculiarità del Medioevo, e in particolare non era una caratteristica monastica. Ho fatto ricerche sulle abitudini dell’ambiente monastico, sulla spiritualità monastica riguardo il ridere. E il ridere era spesso considerato come un peccato. Talvolta era giudicato come qualcosa di diabolico. San Francesco possiede la straordinaria capacità di ribaltare questa posizione innestandosi nella tradizione monastica. Egli non è rivoluzionario, non rompe con la tradizione dei monasteri ma vi apporta una freschezza di novità anche riguardo alla gioia. Anche il ridere è un dono di Dio. Nel Cantico di frate sole, in cui tutti gli avvenimenti, i fenomeni della natura, visti ed amati innanzitutto nel loro essere sensibile, nella loro bellezza materiale, sono descritti come fratelli e sorelle dell’uomo, anch’essi creati da Dio (persino la morte, «sora nostra morte corporale»), anche il sorriso, il sorriso del creato è, per così dire, nostro fratello. Il sorriso, il volto sorridente di un compagno, invita con naturalezza chi lo guarda a essere lieto di questo anticipo di Paradiso. C’è in questo, indubbiamente, una grande novità, una «sancta novitas» come dice Tommaso da Celano quando parla del francescanesimo. Direi, in modo metaforico, che questo sorriso di Francesco, questo illuminarsi del suo volto corrisponde all’illuminarsi delle cattedrali gotiche. Attraverso la luce del sole che penetra in esse si vede la loro bellezza, si vede il loro “sorriso”. Le chiese gotiche sono al loro interno piuttosto buie, a richiamare il peccato, il buio della vita in cui l’uomo si ritrova, l’oscurità dell’esistenza. Poi, però, c’è lo squarcio della luce che entra e che mostra soprattutto l’attrattiva di Dio, l’attrattiva del Paradiso. 

 

Attraverso questa «sancta novitas» la Chiesa è stata salvata… 

LE GOFF: Anche se esco dal campo degli studi storici, mi permetto di dire che pur non essendo personalmente né praticante né credente, ammiro il modo in cui la Chiesa è sempre salvata da qualche suo figlio. Mi sembra che proprio la presenza di questi figli, come Francesco, nella storia della Chiesa permetta al cristiano di credere nello Spirito Santo. San Francesco è stato uno dei grandi ispirati dallo Spirito Santo e così ha salvato la Chiesa, poiché questa rischiava di perdersi nelle derive della nuova società, della nuova economia, delle vecchie e nuove eresie. Egli le ha ridato un senso apostolico. «Per lui si sono ripetuti gli antichi miracoli, quando, nel deserto di questo mondo, all’antica maniera, ma con mutato ordine, è stata piantata la vite fruttifera», dice ancora Tommaso da Celano nella Vita prima. Francesco ha voluto salvare le cose essenziali. E non ha voluto estendere la sua regola a tutta l’umanità. Desiderava solo condividerla con i suoi amici, coi suoi compagni. Ed essi mantennero desta un’inquietudine, un fermento buono anche di fronte all’ascesa del benessere, alla seduzione crescente del denaro, alle eresie. Di fronte, insomma, a quei grandi cambiamenti epocali. 

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Jacques_Le_Goff