  LA RABBIA DEI CRISTIANI

di Simone Chiappetta– 24 GENNAIO 2012

 

 

 

LE INQUIETUDINI E LE BATTAGLIE SENZA CONTENUTI DI UNA FEDE CHE PREFERISCE IL “RISPLENDERE” AL LOTTARE

Quanta rabbia! È la sensazione che in tanti hanno all’ingresso nelle nostre chiese, ai commenti dei prelati, alla lettura di alcuni notiziari detti “cattolici”.

Eppure, tanta inquietudine non caratterizzava la Chiesa delle origini, “anima del mondo”, accesa dalla letizia, tantomeno il Cristo, disposto a scegliere tra la condanna e la rassegnazione, il “porgere l’altra guancia”, il gesto intelligente della “terza via”, quello che nessuno si aspetta, quello che non traccia mura di fondamentalismo, ma apre all’interrogativo, al confronto, all’attesa paziente di un percorso di cambiamento.

È vero che la morale cristiana, prima della teologia, è spesso bersagliata, messa in gioco, chiamata a dare giustificazione delle proprie “regole”, ma, come è possibile che la risposta sia sempre irritata, disgustata e offesa? Certe situazioni non potrebbero diventare le stesse terze vie, interrogativi – e ripeto il periodo precedente – confronto, attesa paziente di un percorso di cambiamento?

La necessità di ribadire la “verità” non da tempo a chi la “Verità” vuole cercare di comprenderla e si traduce, spesso, in lotte acide, scarne di informazioni e cariche della stessa banalità, in slogan e frasi fatte, come se tutto fosse chiaro, come se il mondo avesse avuto la possibilità, nell’indottrinamento infantile e nella preparazione ai sacramenti, di rispondere con un “sì” definitivo non tanto al Cristo, ma ad un’idea di cristiano fatta, stantiva e acritica.

Penso agli attacchi che spesso vengono rivolti su tante riviste e network, profumati d’incenso, a studiosi di Bibbia e vescovi che osano presentare un «Dio che non condanna, ma usa misericordia;  un Dio che non chiede, ma si dona per primo; un Dio che non giudica, ma ama» e traducono la Parola in parabole di vita, in similitudini del nostro tempo. Tutti siamo d’accordo nelle affermazioni, ma tutti siamo disturbati da un Dio che non ripaga il nostro sforzo con la condanna nella “geenna”, tutti, in fondo in fondo, abbiamo sostituito al ministero per amore, una sorta di rivalsa sociale; al servizio che dovrebbe appagare di gioia e dare il “centuplo” su questa terra, il sacrificio che merita la ricompensa dei pochi.

Penso alle “apologie”, non quelle che hanno sintetizzato la teologia – seppur sempre per difendersi dagli attacchi – ma quelle che ripagano con la stessa medaglia. Penso al “family day”, ostentazione di un valore nel quale assolutamente credo, sceso in piazza a grandi numeri e a suon di rabbia per la minaccia di un Di.Co e tornato nel silenzio delle case a fine pericolo. Penso alla “difesa” dei crocifissi sgangherati nelle aule scolastiche italiane, alle lotte contro gli attacchi sulla pedofilia – ah, è vero, per questo non si risponde con tanta facilità – a quelle che sostenevano la vita – e ci mancherebbe che non fosse così – che gridano al “sacrilegio”, ma che non donano motivazioni e che spengono i fari a rischio “eutanasia” concluso. Penso alle “scomuniche” per la messa in scena de “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio”, che tanto hanno fatto pubblicità a Castellucci e all’occasione persa, sgranando rosari, per andare oltre la realista “offesa” e capire la solitudine e l’inquietudine di un uomo senza fede. Del resto nella rabbia non si comunica che la sola rabbia!

Penso, ancora, ai “motti” condivisi su facebook. Da un don Tonino Bello non riconosciuto come vescovo alle grida di “scandalo” per comunioni offerte sulle mani o per i canti non liturgici passati nelle parrocchie. Penso alle virtuali dita puntate su genitori, istituzioni, stampa – mai un’autocritica – alle immagini condivise sull’Ici, come i file postati da adolescenti sui social network, senza contenuti. (Per questo, per fortuna, è arrivata, proprio ieri, l’“elaborazione” saggia del consiglio permanente della Cei).

 

Insomma penso a chi preferisce veder lottare la luce nelle tenebre, a mo’ di un confuso gioco psichedelico da disco pub, invece che lasciarla risplendere nel buio da prologo memoria. Penso a chi nelle comunità cattoliche vede «il ricorso sfrenato al pettegolezzo – parafraso a riassunto “Maria Catena” di Carmen Consoli – imburrato infornato e mangiato quale prelibatezza e meschina delizia per palati volgari, larghe bocche d’amianto, fetide come acque stagnanti», luogo comune di secoli di storia, che forse, però, qualcosina di vero ce l’ha.