PRO E CONTRO IL “Gesù di Nazaret” di Benedetto XVI

 

 

Gesù di Nazaret

Di te ha detto il mio cuore: «Cercate il suo volto»;il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto,non respingere con ira il tuo servo.

(Salmo 27,8-9)

 

«Ho voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il "Gesù storico" in senso vero e proprio. Io sono convinto, e spero che se ne possa rendere conto anche il lettore, che questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ul¬timi decenni. Io ritengo che proprio questo Gesù — quello dei Vangeli — sia una figura storicamente sensata e convincente. Solo se era successo qualcosa di straordinario, se la figura e le parole di Gesù avevano superato radicalmente tutte le speranze e le aspettative dell'epoca, si spiega la sua crocifissione e si spiega la sua efficacia. Già circa vent'anni dopo la mor¬te di Gesù troviamo pienamente dispiegata nel grande inno a Cristo della Lettera ai Filippesi (cfr. 2,6-11) una cristologia, in cui si dice che Gesù era uguale a Dio ma spogliò se stesso, si fece uomo, si umiliò fino alla morte sulla croce e che a Lui spetta l'omaggio del creato, l'adorazione che nel profeta Isaia (cfr. 45,23) Dio aveva proclamata come dovuta a Lui solo. La ricerca critica si pone a buon diritto la doman¬da: che cosa è successo in questi vent'anni dalla crocifissione di Gesù? Come si è giunti a questa cristologia? L'azione di formazioni comunitarie anonime, di cui si cerca di trovare gli esponenti, in realtà non spiega nulla. Come mai dei raggrup¬pamenti sconosciuti poterono essere così creativi, convincere e in tal modo imporsi? Non è più logico, anche dal punto di vista storico, che la grandezza si collochi all'inizio e che la figura di Gesù abbia fatto nella pratica saltare tutte le categorie disponibili e abbia potuto così essere compresa solo a partire dal mistero di Dio?» 

 (BENEDETTO XVI)

 

 

 

Il libro di Ratzinger, il Gesù storico e le verità della Chiesa

di Enzo Mazzi, il manifesto, 13 marzo 2011

 

Rivela un affanno il nuovo libro su Gesù con cui papa Ratzinger si adopera a mostrare e dimostrare la storicità di Cristo e in particolare della morte-resurrezione di lui. Lo ammette chiaramente quando scrive: “la barca della Chiesa … spesso si ha l'impressione che debba affondare”. Ed ecco l’importanza della realtà pienamente divina e pienamente umana del Salvatore Gesù.

E’ Gesù Cristo l’unico salvatore e la chiave della salvezza universale. Ed è la Chiesa cattolica governata dal papa e dai vescovi uniti al papa la custode unica e universale per tutti i secoli della chiave affidatale da Gesù. Tutta la ricerca umana di senso della vita e di salvezza materiale e morale sarebbe completamente inutile senza il Dio che si fa uomo e offre in sacrificio la sua vita. Sono due millenni che queste “verità”, questi assoluti, vengono ripetuti identici, declinati in codici espressivi diversi tradotti in tutte le lingue del mondo ma sempre nella sostanza uguali a se stessi: è Gesù l’unico salvatore

universale attraverso il suo sacrificio perenne.

Di fatto del Gesù storico non si sa quasi nulla. Ormai è un dato acquisito nella teologia biblica non servile. I Vangeli non sono la storia di Gesù ma la riflessione teologica in forme narrative o rituali delle comunità cristiane del primo secolo in ambiente pagano.

Inoltre è accertato ormai che le più antiche testimonianze scritte non sono i Vangeli canonici. Sono le tradizioni dei cosiddetti “loghia”, cioè dei “detti” di Gesù. Che prima sono stati tramandati oralmente nell’ambiente palestinese e poi sono stati inseriti nei Vangeli.

Quei “detti” di Gesù sono “il Vangelo prima dei Vangeli”. Poi il Vangelo dei detti di Gesùè andato perso perché gli scribi smisero di farne copie in conseguenza della fissazione autoritativa del canone. Oggi si direbbe sbrigativamente che ha subito una censura. E’ stato recuperato o riscoperto nel 1838, attraverso un delicato lavoro di filologia, incastonato nei Vangeli canonici. E’ stato pubblicato solo nel 2007 in italiano dalla Queriniana in un volume a cura di un grande specialista, James M. Robinson: I detti di Gesù. Questo ritardo di quasi due secoli la dice lunga sulle resistenze poste dall’autorità ecclesiastica alla pubblicazione di un testo storico che mette in crisi le certezze dogmatiche.

Perché è importante questo “Proto-Vangelo”? Perché l’immagine di Gesù che se ne ricava è molto diversa da quella fissata nelle narrazioni canoniche dei Vangeli. E soprattutto è diversa l’immagine che si ricava del cristianesimo nascente. Non ci sono che nel sottofondo racconti di miracoli e soprattutto non c’è notizia dei fatti della nascita, della morte e della resurrezione. Questa assenza di eventi così fondamentali per i Vangeli canonici e poi per il dogma è impressionante.

L’accento è posto non sulla persona di Gesù ma sul messaggio e sul movimento messianico di impegno per la realizzazione del “Regno di Dio”. Il quale tradotto in termini moderni si potrebbe definire come movimento per un “mondo nuovo possibile”.

Il Gesù del “Proto-Vangelo” è soprattutto un “figlio dell’uomo” che alla lettera può significare “Figlio dell’umanità”, parte di un movimento storico di liberazione radicale.

C’è in quel documento solo un’eco flebile del processo di mitizzazione della persona di Gesù che è appena agli inizi e che però presto sfocerà nella divinizzazione. E’ assente l’essere divino-umano, il dio incarnato che si sacrifica per redimere l’umanità peccatrice. Il quale invece sarà poi offerto soprattutto dalla Chiesa di Paolo al mondo pagano avido di sacro e di salvezza mistica.

Ovviamente le persone all’origine di questo Proto-Vangelo, che di bocca in bocca si tramandavano i detti di Gesù, conoscevano la morte di Gesù. Ma per loro la morte del profeta non aveva il significato di sacrificio. Non si sentivano impegnati ad annunciare la morte. “Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti” – è un’affermazione fondamentale del Proto-Vangelo. Non la morte né il sacrificio né il miracolo aveva cambiato la loro vita. Ma il messaggio culturalmente rivoluzionario di Gesù aveva dato un senso nuovo alla loro esistenza; in quello e non nel miracolo trovavano il senso della resurrezione; quel messaggio e l’esperienza di vita che c’era dietro si sentivano impegnati ad annunciare perché cambiasse la vita di molti e trasformasse radicalmente la società dando vita a un mondo nuovo.

La teologia sacrificale del Cristo che salva in quanto Figlio di Dio morto e risorto verrà dopo, quando il cristianesimo dovrà rivolgersi al mondo pagano. Sarà tale teologia la carta vincente, il fulcro del trionfo della nuova religione. Un trionfo però contestato da persone, anche sinceramente credenti, con senso critico, lungo tutta la storia, dall’antichità fino ad oggi, quale tradimento e devitalizzazione del Dna generativo del movimento di Gesù.

 

 

Il Gesù storico secondo Ratzinger

di Vito Mancuso, da Repubblica, 11 marzo 2011

 

Nel primo libro su Gesù pubblicato nel 2007 Benedetto XVI chiedeva ai lettori «quell'anticipo di simpatia senza il quale non c' è alcuna comprensione». Aveva ragione, perché occorre essere ben disposti verso l'autore di un libro o di una musica, come verso ogni persona che si incontra, per poter adeguatamente comprendere. È necessario però capire bene il senso della simpatia richiesta dal pontefice: nell'ambito teologico in cui si colloca non si tratta di un semplice sentimento, il quale peraltro c'è o non c'è perché nasce solo spontaneamente. Simpatia va intesa qui nel senso originario di patirecon, coltivando un comune pathos ideale. La domanda quindi è: qual è il pathos che ha mosso Benedetto XVI a pubblicare due volumi su Gesù di oltre 800 pagine complessive, di cui oggi arriva in libreria il secondo che riguarda, recita il sottotitolo, il periodo «dall'ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione»? La preoccupazione del Papa concerne il problema decisivo del cristianesimo odierno, a confronto del quale i cosiddetti "valori non negoziabili" (scuola, vita, famiglia) sono acqua fresca: cioè il legame tra il Gesù della storia reale e il Cristo professato dalla fede. Senza scuole cattoliche il cristianesimo va avanti, senza leggi protettive sulla famiglia e la bioetica lo stesso, anzi non è detto che una dieta al riguardo non gli possa persino giovare.Ma senza il legame organico tra il fatto storico Gesù (Yeshua) e quello che di lui la fede confessa (che è il Cristo) tutto crolla, e alla Basilica di San Pietro non resterebbe che trasformarsi in un museo. Nella fondamentale premessa del primo volume, una specie di piccolo discorso sul metodo, il Papa si chiede "che significato può avere la fede in Gesù il Cristo (...) se poi l' uomo Gesù era così diverso da come lo presentano gli evangelisti e da come, partendo dai Vangeli, lo annuncia la Chiesa", domanda  retorica la cui unica risposta è "nessun significato" e da cui appare quanto sia decisiva la connessione storia-fede. Chiaro l'obiettivo, altrettanto lo è il metodo: «Io ho fiducia nei Vangeli (...) ho voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il Gesù storico in senso vero e proprio»; concetto ribadito nella premessa del nuovo volume dove l' autore scrive di aver voluto «giungere alla certezza della figura veramente storica di Gesù» a partire da «uno sguardo sul Gesù dei Vangeli». Il Papa fa così intendere che mentre l'esegesi biblica contemporanea perlopiù divide il Gesù storico reale dal Cristo dei Vangeli e della Chiesa, egli li identifica mostrando che la costruzione cristiana iniziata dagli evangelisti e proseguita dai concili è ben salda perché poggia su questa esatta equazione: narrazione evangelica = storia reale. Questo è l' intento programmatico su cui Benedetto XVI chiede la sua "simpatia". Peccato per lui però che in questo nuovo volume egli stesso sia stato costretto a trasformare il segno uguale dell' equazione programmatica nel suo contrario: narrazione evangelica? storia reale. Il nodo è la morte di Gesù, precisamente il ruolo al riguardo del popolo ebraico, questione che travalica i confini dell'esegesi per arrivare nel campo della storia con le accuse di "deicidio" e le immani tragedie che ne sono conseguite. Chiedendosi "chi ha insistito per la condanna a morte di Gesù", il Papa prende atto che "nelle risposte dei Vangeli vi sono differenze": per Giovanni fu l'aristocrazia del tempio, per Marco i sostenitori di Barabba, per Matteo "tutto il popolo" (su Luca il Papa non si pronuncia, ma Luca è da assimilare a Matteo). E a questo punto presenta la sorpresa: dicendo "tutto il popolo", come si legge in 27,25, "Matteo sicuramente non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto essere presente in tale momento tutto il popolo e chiedere la morte di Gesù?".

Sono parole veritiere e coraggiose (per le quali sarebbe stato bello che il Papa avesse fatto il nome dello storico ebreo Jules Isaac e del suo libro capitale del 1948 Gesù e Israele, purtroppo ignorato), ma che smentiscono decisamente l'equazione programmatica che è il principale obiettivo di tutta l'impresa papale, cioè l'identità tra narrazione evangelica e storia reale. Alle prese con uno dei nodi più delicati della storia evangelica, il Papa è stato costretto a prendere atto che i quattro evangelisti hanno tre tesi diverse, e che una di esse «sicuramente non esprime un fatto storico». Se questa incertezza vale per uno degli eventi centrali della vita di Gesù, a maggior ragione per altri. Ne viene quello che la più seria esegesi biblica storico-critica insegna da secoli, cioè la differenza tra narrazione evangelica e storia reale. Significa allora che tutta la costruzione cristiana crolla? No di certo, significa piuttosto che essa è, fin dalle sue origini, un' impresa di libertà. Non è data nessuna statica verità oggettiva che si impone alla mente e che occorre solo riconoscere, non c'è alcuna "res" al cui cospetto poter presentare solo un' obbediente "adaequatio" del proprio intelletto, non c'è nulla nel mondo degli uomini che non richieda l'esercizio della creativa responsabilità personale, nulla che non solleciti la libertà del soggetto. La libertà di ciascun evangelista nel narrare la figura di Gesù è il simbolo della libertà cui è chiamato ogni cristiano nel viverne il messaggio. Se persino di fronte ai santi Vangeli la libertà del soggetto è chiamata a intervenire discernendo ciò che è vero da ciò che "sicuramente non esprime un fatto storico", ne viene che non esiste nessun ambito della vita di fede dove la libertà di coscienza non debba avere il primato (compresa la libertà di non prendere così tanto sul serio l' etichetta "valori non-negoziabili" apposta dal Magistero alla triade scuola-famiglia-vita). Affrontare seriamente la figura di Gesù, come ha fatto Benedetto XVI in questo suo nuovo libro, significa essere sempre rimandati alla dinamica impegnativa e responsabilizzante della libertà.

 

 

Chi era Gesù

Per i lettori di MicroMega alcune pagine in anteprima da "Gesù. L'invenzione del Dio cristiano" di Paolo Flores d'Arcais (ADD editore).

 

Gesù non era cristiano. Era un ebreo osservante, rimasto tale fino alla morte, che mai avrebbe immaginato di dar vita a una nuova religione e meno che mai di fondare una «Chiesa».

Per rendersene conto basta leggere con attenzione e soprattutto per intero il Nuovo Testamento, che la maggior parte dei fedeli conosce invece solo attraverso gli stralci letti durante la messa. Nelle pagine che seguono faremo perciò parlare soprattutto le fonti canoniche, che per i credenti sono parola di Dio.

Gesù non si è mai sognato di proclamarsi il Messia, e se qualcuno degli apostoli ha ipotizzato che fosse «Cristo» (traduzione greca dell’ebraico meshiah e dell’aramaicomashiha, «unto») lo ha fulminato di anatema. All’idea di essere considerato addirittura «Dio

vero da Dio vero, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre» – secondo il «Credo» del Concilio di Nicea tuttora in vigore nella Chiesa cattolica – sarebbe stato preso da indicibile orrore. Joshua bar Joseph era un profeta ebreo itinerante, esorcista e guaritore, un missionario apocalittico che annunciava l’euaggelion (buona novella) dell’arrivo imminente, anzi incombente, del Regno per opera di Dio.

Dopo essere stato discepolo di Giovanni «il battezzatore» ed essersene staccato con altri adepti, ha predicato quasi esclusivamente in Galilea, in piccoli centri di contadini e pescatori spesso analfabeti, per pochi mesi se stiamo ai tre vangeli sinottici (per tre anni secondo il quarto), al culmine dei quali, recatosi a Gerusalemme, avendo provocato qualche disordine, viene condannato alla crocifissione insieme ad altri due, «ladroni» nella traduzione per secoli corrente, «briganti» o «banditi» nella sprezzante terminologia del potere romano, che così bollava chiunque infastidisse l’ordine imperiale.

Storicamente, una figura di minore importanza rispetto al Giovanni che battezzava sulle rive del Giordano e di altri predicatori apocalittici del suo tempo, di cui è rimasta memoria in Flavio Giuseppe («l’Egiziano», Teuda, Giuda il Galileo). Come ha scritto il maggior biblista cattolico italiano del dopoguerra, «la vicenda di Gesù, al di fuori di quanti a lui si richiamano, è stata, in realtà, di poca o nessuna rilevanza politica e religiosa: una delle non poche presenze scomode in una regione periferica dell’impero romano, messe prontamente a tacere in modo violento dall’autorità romana del posto con la collaborazione, più o meno decisiva, di capi giudaici». [Giuseppe Barbaglio, Gesù ebreo di Galilea, Edizioni Dehoniane, Bologna 2002, p. 39.]

Il Gesù di cui parla Joseph Ratzinger, invece, non c’entra nulla con il Joshua bar Joseph che guarisce e predica in Galilea ai tempi di Tiberio. Nel suo libro appena uscito (Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, che segue il primo volume pubblicato nel 2007) non c’è Gesù, bensì il Cristo dogmatizzato dai Concili di Nicea (325) e Calcedonia (451), dominati e decisi dagli imperatori di Roma, che con il Gesù della storia nulla ha a che fare e che anzi contraddice e nega sotto ogni aspetto essenziale.

Niente di scandaloso, sia chiaro, se un papa di Santa Romana Chiesa si mette a fare opera di teologia o di omiletica devozione intorno alla figura del Cristo. In fondo è il suo mestiere. Ma Joseph Ratzinger pretende di fare anche opera di storico, e addirittura di «giungere alla certezza della figura veramente storica di Gesù» (p.9), perché «non possiamo dispensarci dall’affrontare la questione della reale storicità degli avvenimenti essenziali. Il messaggio neotestamentario non è soltanto un’idea; per esso è determinante proprio l’essere accaduto nella storia reale di questo mondo» (p. 119).

Insomma, il «Credo» dogmatizzato a Nicea per volontà dell’imperatore Costantino avrebbe a fondamento la verità storica di Gesù in carne e ossa, vita, morte, miracoli e risurrezione.

Per tener fede a questa spericolata pretesa, però, il professor Joseph Ratzinger è costretto a esibirsi in un sabba di vere e proprie falsità, talvolta incredibilmente smaccate.

(5 luglio 2011)

 

 

Pro e contro “Gesù - L’invenzione del Dio cristiano”

Luigi Amicone (Comunione e Liberazione”), direttore di “Tempi”, contesta il libro di Paolo Flores d’Arcais e difende Ratzinger.

La replica del direttore di MicroMega.

 

Luigi Amicone

In certe notti d’estate, quando l’aria è spessa d’afa e le finestre sono spalancate a reclamare un filo d’aria, capita che il silenzio sia come straziato da certi lamenti che mettono pena al cuore. Sembrano vagiti di neonati che vanno a morire. E invece sono i richiami di gatte in calore. “Alfin l'errore e gli scambiati oggetti” del Gesù indagato da Paolo Flores D’Arcais è già tutto contenuto nei suoi presupposti metodologici. Il primo, quello di accontentarsi, per ammissione stessa dell’autore, di fare “solo un lavoro di divulgazione di tesi storiografiche” altrui. Le famose “auctoritas”. Il secondo, quello di dare per scontato che il metodo storico-scientifico-filologico sia il solo autorizzato (e adeguato) a conoscere l’oggetto in questione (Gesù è il Messia?). Dunque, “L’invenzione del cristianesimo”. Terzo, corollario non minore, la virulenza con cui i due capitoli iniziali pretendono di “sbugiardare” il Gesù di Ratzinger. Sbaglio, forse, a farne anche un processo all’intenzione, però mi viene spontaneo osservare che se nelle “istruzioni per l’uso” si avverte prudentemente il lettore che sta per svolgersi una partitella divulgativa, subito dopo, in avvio di libello, si pretende impartire una lezione di football a Maradona. E su cosa - forse per catturare “notiziabilità” e “spettatori”? - si pretende lezionare il Papa? Su questioni storiche e teologiche come l’originale intreccio tra ebraismo e cristianesimo o l’annuncio evangelico della parusìa. Questioni immense. Che l’autore apre e chiude nel giro di due scarni capitoletti. E con ciò, sostiene l’autore, abbiamo dribblato Maradona e siamo andati in rete dimostrando «il sabba di vere e proprie falsità di Ratzinger». Ma dai.

E veniamo alla discussione di metodo. Quanto al punto primo: il Gesù di Paolo D’Arcais è a tutti gli effetti un (altezzoso!) bigino di auctoritas. Dotti professori che da tre secoli cercano di demolirci per via storica, scientifica e filologica la Buona Novella. Con quale obbiettivo? Rompere l’unità tra sapere e credere, dimostrando l’incompatibilità tra il Gesù storico e il Gesù della fede. Obbiettivo, per altro, largamente raggiunto. Se è vero – come è vero – che il problema presente oggi a tutti i livelli (dal popolo agli intellettuali, dai credenti alle gerarchie ecclesiastiche) è proprio quello della frattura ormai consolidata tra "fede" (confinata nel campo delle emozioni private e irrazionali) e "ragione" (di esclusivo appannaggio della pubblica e oggettiva scienza). Tant’è che è proprio dal riconoscimento di questa frattura e nel tentativo di ricomposizione dell’unità fede-ragione che nasce l’opera su Gesù di Joseph Ratzinger. Un “rischio” dice l’autore. Tant’è che lo stesso Benedetto XVI - Jospeh Ratzinger ha voluto precisare che non si tratta di un atto di magistero. Dunque, per ricapitolare sul punto primo: da Lessing alla sfilza di autori moderni citati in premessa nel Gesù di D’Arcais, non si è molto lontani dal primo tentativo (compiuto da Reimarus, teista e razionalista pubblicato postumo nel 1774 da Lessing) di ridurre le Sacre Scritture a un’invenzione degli apostoli, di Paolo, della Chiesa istituzionale. In effetti, come segnala il teologo Carbajosa di cui più avanti diremo, è a partire dal XVIII secolo che si afferma ad esempio che furono gli stessi discepoli a trafugare il corpo di Gesù. Non volevano rimettersi a lavorare, né essere lo zimbello della gente. Così inventarono una storia. Per corroborare il loro racconto lo infarcirono di citazioni dall’Antico Testamento e presentarono Gesù come qualcuno che si era autoproclamato Messia sofferente. Per rafforzare queste teorie parlarono della parusìa imminente e del male che avrebbe colpito quelli che non avessero creduto. In sostanza, il Gesù di D’Arcais ribadisce queste tesi. Tesi che erano già contenute o erano in nuce nell’opera del Reimarus.

In postilla a questo primo punto, aggiungerei questo: anche ammesso il valore divulgativo di questo Gesù antiratzingeriano, al direttore di Micromega sfugge, secondo me, una questione che dovrebbe essere sua, personale, e che dovrebbe razionalmente precedere qualunque ricerca altrui. Dice Kierkegaard nel suo Diario: «La forma più bassa dello scandalo, umanamente parlando, è lasciare senza soluzione tutto il problema intorno a Cristo. La verità è che è stato completamente dimenticato l’imperativo cristiano: tu devi. Che il cristianesimo ti è stato annunciato significa che tu devi prendere posizione di fronte a Cristo. Egli, o il fatto che Egli esiste, o il fatto che sia esistito è la decisione di tutta l’esistenza». Insomma, che un uomo abbia identificato se stesso con il “Mistero che fa tutte le cose” (Giussani) è una cosa pazzesca. E’ il famoso “scandalo per i giudei e follìa per i pagani” di Saulo-Paolo. Ma non si scappa. O Gesù era un pazzo e pazzi quelli che lo hanno seguito. Oppure… Oppure bisogna accettare la sfida. Come, a suo modo, l’ha accettata il grande rabbino ortodosso Jacob Neusner nel suo “Un rabbino parla con Gesù” (2010). Infine Neusner opta per il rifiuto ma ammette che la pretesa di Gesù è quella di essere lui “il signore del sabato”, cioè il Messia («Ci troviamo di fronte ad un conflitto inconciliabile. L’alternativa è tra “Ricordati di santificare il sabato” e “Il Figlio dell’uomo è il signore del sabato”. Non possiamo scegliere entrambi»)

Secondo punto, dove sta l’errore fondamentale del metodo razionalista-storicista che va da Lessing ai recenti cultori del metodo storico di “terza fase” o “Third Quest” divulgati dal Gesù di D’Arcais? C’è un problema di “auto-limitazione della ragione” direbbe il papa del discorso di Ratisbona. Ovvero, si pretende esaurire “il problema Gesù” nel vaglio storiografico della plausibilità o meno di una cronaca e nell’analisi scientifica di una lista di proposizioni. Per un approfondimento in proposito mi limito qui a segnalare la presentazione al Gesù di Ratzinger tenuta recentemente a Madrid (pubblicata in allegato al numero di luglio-agosto di Tracce, rivista di CL) da Ignacio Carbajosa, Professore ordinario di Sacra Scrittura nella Facoltà di Teologia “San Dámaso”. Lezione in cui viene ampiamente discusso il limite dell’approccio razionalista.

«L’esegesi dominante non soffre per mancanza di strumenti o di perizia nell’uso degli stessi, ma per il problema dell’uso inadeguato della ragione che, evidentemente, impedisce un’adeguata comprensione della Scrittura. È ciò che il Papa ha definito nel famoso discorso di Ratisbona “l’autolimitazione moderna della ragione”, a causa della quale si afferma che “soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali”, e quindi il divino rimane escluso “dall’universalità della ragione». In altre parole, si nega a priori la categoria metodologica per eccellenza della ragione: la possibilità. Domanda: ma l’esclusione a priori - per quanto essa possa apparire peregrina - dell’ipotesi della rivelazione di un Dio, è un’esclusione “razionale”?

E perché? I casi sono due: perché si nega la possibilità dell’esistenza di un Dio, e come si fa a negarla? Perché, ammesso che ci sia un Dio, egli dovrebbe rivelarsi a noi secondo categorie metodologiche che sono state definite dall’illuminismo in avanti, e dunque sarebbe Dio un membro dell’esclusivo club degli Illuminati? Entrambe le negazioni sono “opzioni”, non “ragioni”.

Punto terzo. Ti propongo, caro Paolo, di mettere in crisi le tue certezze (“crisi” non è un richiamo emozionale, ma un richiamo al “crisis” greco, nel senso di “vaglio”, discussione, apertura, curiosità). Gesù non è il Messia ed è un Invenzione del cristianesimo. D’accordo. E’ un’ipotesi. Ti dirò di più. Posto nei termini in cui il problema cristiano è stato spesso posto nella storia dagli stessi cristiani, hai ragione tu.

(E mi riferisco non tanto all’Inquisizione, che è poca roba, ma alla “guerra civile” strisciante e permanente introcristiana che giustamente fai notare tu sembra radicata fin dalle origini - e però come si faceva ad andare in pasto ai leoni e sconvolgere la sapienza antica di quell’assoluta novità che fu percepita da romani e greci già prima e a prescindere da Costantino, senza un nucleo incandescente di verità? – “guerra civile” che avrà i suoi apogei nell’epoca in cui quasi tutti i vescovi erano ariani – IV secolo – o in cui le istituzioni ecclesiastiche della cristianità si identificavano col potere politico fino quasi a escludere il fatto religioso – dal XIII secolo fino alle guerre di religione, all’assolutismo nazionalista teorizzato dai Richelieu e Mazarino – e però come ti spieghi i Francesco, Caterina da Siena, Ermanno lo Storpio e la folla di santi, i Caravaggio, la riforma, la controriforma e perfino Lutero? Eccetera. Fino ai giorni nostri). Però, io ti dico e so, come un giorno ci disse don Giussani di ritorno da un viaggio insieme in Palestina, che solo ed esclusivamente in un senso hai ragione tu, questo: «Vedendo quei luoghi dove soltanto un’umanità viva, sia pur determinata così embrionalmente e seminalmente, ha potuto attecchire e avere la forza di resistere, di comunicarsi e di travolgere il mondo, risulta chiaro che nella vita della Chiesa di oggi quello che conta è la vivezza di una fede rinnovata e non un potere derivato da una storia, da un’istituzione che si è affermata, o da un ordinamento intellettuale teologico. Ciò che conta è realmente che la vita incominciata in Maria e Giuseppe, in Giovanni e Andrea, sia come riaccesa nel cuore della gente e la folla sia aiutata a un incontro incidente sulla vita così come avvenne alle origini del cristianesimo».

Giacché, fu l’ultimo biglietto di Lutero in punto di morte, «siamo dei mendicanti, questo è vero». Giacché, furono gli ultimi versi di una poesia di Lagerkvist, «Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?/Che colmi tutta la terra della tua assenza?».

Giacché Filippo, dopo aver incontrato gli amici che stavano con Lui e lui si era unito a loro, incontrando Natanaele e poi Natanaele incontrando gli altri in una catena di incontri e amicizia che, con tutti i suoi limiti e incoerenze, arriva fino a noi, adesso, e dice: «Vieni e vedi». E questo è tutto, Paolo. Ti auguro la mendicanza, l’interrogativo, l’incontro. «Vieni e vedi», amico.

 

Paolo Flores d’Arcais

Primo errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: l’“auctoritas” non c’entra nulla. Se due opere di divulgazione sull’origine dell’uomo riassumono al meglio la prima i risultati più aggiornati e accreditati dell’evoluzionismo e la seconda le tesi del racconto biblico inteso alla lettera, non ha alcun senso dire che entrambe fanno ricorso ad una “auctoritas”. L’una fa ricorso al sapere critico-scientifico più aggiornato, l’altra alle fantasie di una dogmatica religiosa. La prima è divulgazione critico-scientifica, la seconda apologetica settario-fondamentalista. Sussumere due criteri opposti come critica e dogmatica sotto una stessa categoria (“auctoritas”) è una delle più note fallacie logiche.

Secondo errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: Ratzinger non è affatto il Maradona della ricerca storica su Gesù (per usare l’orrida metafora calcistica scelta da Amicone: perché imitare la pochezza linguistica di Berlusconi?), al massimo gioca nella Lega dilettanti (neppure in C). I Maradona della ricerca storica su Gesù sono i Geza Vermes, Paula Fredriksen e gli altri nomi da me citati nelle “istruzioni per l’uso”. Ratzinger può certamente essere considerato il Maradona del dogma cattolico, visto che può perfino crearlo, ma quanto alla ricerca storica su Gesù ne sa perfino molto meno di me, come si evince dalla assoluta assenza di riferimenti, nelle sue opere, alla storiografia più accreditata.

Terzo errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: la ricerca storico-critica più seria e accreditata, di cui mi faccio modesto divulgatore, non sostiene affatto che gli apostoli abbiano trafugato il corpo di Gesù e per non dover lavorare o essere zimbello dei correligionari, abbiano inventato la storia del Messia sofferente. Amicone, esemplificando un insieme di tesi altamente corroborate (e che tutte smentiscono i successivi dogmi di Nicea e Calcedonia) con una “sparata” che gli studiosi da me citati mai prenderebbero sul serio, incorre in un’altra fallacia logica ben nota, quella della “testa di turco” o “strawman”: se non puoi ribattere ad una critica, inventatene una di comodo e cerca di far credere che le due siano assimilabili. L’uso di questo genere di fallacia è molto simile alla violazione dell’ottavo comandamento, costituisce perciò una forma di disonestà intellettuale che un buon cattolico dovrebbe evitare come la peste.

Quarto errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: il ricorso a Kierkegaard. Addirittura duplice. Perché K. parla di “imperativo cristiano”, non di imperativo della ricerca storica. Ma la ricerca storica su Gesù deve essere rigorosa secondo i migliori standard della disciplina, non deve affatto essere confessionale: la possono praticare al meglio atei, agnostici, ebrei, ecc. E poichè ciò che è in discussione è proprio l’autoproclamazione di Gesù come Messia, non può essere assunta come premessa della dimostrazione la frase di Giussani che dà per assodato ciò che viene invece posto in dubbio. Più che in dubbio, anzi, perché la testimonianza che Gesù non si proclamò Messia viene proprio dai Vangeli. Gesù usa il “vade retro Satana!” in tre occasioni: quando compie un esorcismo, quando respinge le tentazioni nel deserto, e quando ribatte a Pietro che avanza l’ipotesi della sua messianicità (per altri discepoli è invece un profeta, Elia, un predicatore escatologico, il Battista, ecc.). Non c’è perciò spazio per equivoci: Gesù considera l’affermazione della sua messianicità alla stregua di una tentazione demoniaca, e una “bocca di Satana” colui che la suggerisce. Aggiungiamo: proclamarsi Messia comunque non avrebbe nulla a che fare con il proclamarsi Dio (Seconda Persona): a un ebreo dell’epoca, come Gesù e come tutti i suoi discepoli, sarebbe suonata imperdonabile bestemmia (i discepoli che si convincono delle sue apparizioni post-mortem e che perciò fosse il Messia, non lo divinizzano affatto).

Quinto errore (o “scambiato oggetto”) di Amicone: il metodo critico o “razionalistastoricista” come preferisce dire Amicone, farebbe acqua perché non praticherebbe la “autolimitazione della ragione” di cui parlano Joseph Ratzinger e Ignacio Carbajosa.

Ora, il sapere scientifico e il sapere critico (nelle “scienze” umane) praticano l’autolimitazione della ragione come strumento irrinunciabile, avanzano costantemente il dubbio in ogni fase della ricerca, prendono in considerazione tutti i dati e le ipotesi che possano dimostrare falsa la tesi che hanno avanzato. E solo quanto tutti questi tentativi sistematici falliscono, considerano la propria tesi ben corroborata (ma non per questo la immunizzano contro nuovi dubbi). Ma la “autolimitazione della ragione” di Ratzinger-Carbajosa non c’entra nulla con la ricerca critica: è solo la pretesa, del tutto contraddittoria, che la Ragione convaliderebbe la Rivelazione. Contraddittoria, perchè la Rivelazione è tale proprio in quanto non attingibile dalla Ragione (per Paolo è “follia”, non a caso). Ma qui non si sta neppure discutendo se sia dimostrabile la esistenza o la non-esistenza di Dio, qui semplicemente si discute (si dovrebbe discutere) dei risultati più attendibili della ricerca sul “Gesù storico”. Se Ratzinger si fosse limitato a fare il teologo i miei rilievi avrebbero ovviamente dovuto essere del tutto diversi. Ma se pretende di fare opera di storico vero e proprio, la disciplina storica ha i suoi criteri, che vanno rispettati. Non si tratta di una “opzione” ma di uno stringente dovere, anche se a qualcuno può apparire vituperabile “illuminismo”. E tali risultati ci dicono che Gesù non pensò mai di fondare una nuova religione, e neppure la cerchia dei suoi primi discepoli, e neppure Paolo che pure creò una teologia che con la predicazione di Gesù aveva ben poco a che fare. E ci dicono che il capo della prima comunità di Gerusalemme era Giacomo, fratello carnale di Gesù, e ci dicono che Pietro e Paolo si scagliarono anatemi vicendevoli, e ci dicono che fino a quando il cristianesimo non divenne religione di Stato vi furono innumerevoli e incompatibili “cristianesimi” nessuno dei quali eretico perché nessuno dei quali ortodosso (semmai, l’“eresia” ebionita è la più vicina alla predicazione originaria della prima comunità di Gerusalemme), e ci dicono tante altre cose indigeribili per il dogma cattolico e ciò nonostante accertate sotto il profilo storico. Il resto è fede, che ciascuno individuo può vivere come vuole, visto che si crede a una religione “quia absurdum”, come rivendicavano con orgoglio le prime variegatissime generazioni cristiane.

(31 luglio 2011)

 

 

La mie critiche al “Gesù” di Flores

di Piergiorgio Odifreddi, da repubblica.it

 

L’amico Paolo Flores d’Arcais, direttore della rivista Micromega, ha pubblicato di recente per Add Editore Gesù. L’invenzione del Dio cristiano, che sta avendo un buon successo di vendite ed è entrato nelle classifiche. Mi ha chiesto il mio parere, e sono felice di darglielo. Non come supposto esperto dell’argomento, ma come reale compagno di strada sul cammino della laicità: una parola quasi sconosciuta nel nostro paese, dove ecumenicamente si dichiarano tutti cattolici, da Berlusconi a Vendola. E magari pure lo sono!

Flores ama dibattere con gli uomini di chiesa, e ha collezionato un gran numero di confronti ai massimi livelli della gerarchia cattolica, dai cardinali in giù. In particolare, una volta persino con l’allora cardinal Ratzinger, in un colloquio pubblico sponsorizzato da Repubblica, che è stato recentemente ripubblicato da Ponte alle Grazie in La sfida oscurantista di Ratzinger, con un lungo commento  di aggiornamento.

E’ naturale che Flores interloquisca con l’attuale papa: in fondo, sono entrambi filosofi di formazione, e si capiscono meglio di quanto non possa succedere a chi, come me, proviene da una formazione diversa. E infatti, se devo dire spassionatamente la mia opinione, io li trovo entrambi talmente equidistanti da me, da considerarli paradossalmente quasi coincidenti nelle loro opinioni su Gesù.

Paradossalmente, dicevo, perchè Flores sicuramente si sente anni luce (divina) lontano da Ratzinger, in quanto quest’ultimo ovviamente difende le invenzioni a cui allude il sottotitolo del libro di Flores. Cioè, la dottrina costituita da un enorme castello di carte dogmatiche codificate dapprima nel Credo di Nicea e di Costantinopoli, e poi in uno sterminato elenco di sedicenti e autoproclamate “verità” di fede che definiscono appunto, a insaputa della maggior parte dei sedicenti e autoproclamati “credenti”, la fede cattolica in Gesù Cristo.

Giustamente Flores considera questo castello una costruzione immaginaria, ma stranamente cerca di smantellarlo sulla base delle testimonianze evangeliche. Egli si ferma, cioè, al primo passo della decostruzione della religione giudaico-cristiana: quello intrapreso, ad esempio, da Spinoza nel 1670 con il Trattato teologico-politico, o nel 1678 da Richard Simon nella Storia critica dell’Antico Testamento.

Ma ben altra acqua (non santa) è passata sotto i ponti del castello, in tre secoli, e ne ha scalzato le fondamenta. Oggi persino i teologi del Jesus Seminar considerano la quasi totalità delle notizie su Gesù riportate dai Vangeli inattendibili e non storiche. E lo stesso Ratzinger ammette, nelle due introduzioni ai suoi volumi su Gesù di Nazaret, che le ricerche storico-critiche hanno dimostrato che si può considerare Gesù un personaggio storico, solo se si accetta di stravolgere radicalmente il significato della parola “storia”.

Onestamente, mi aspettavo che la posizione di Flores fosse che i Vangeli sono tanto attendibili e storici quando il Mahabarata o il Ramayana, per non dire Il Signore degli Anelli o Harry Potter: cioè, come qualunque altro testo di letteratura fantastica. Il fatto che egli non la pensi così, come d’altronde non la pensa così Corrado Augias, autore di almeno due best seller su Gesù e il cristianesimo, dimostra che anche i laici possono essere vittime dell’efficace incantesimo lanciato dalle Chiese cristiane.

L’incantesimo consiste nel ripetere come un mantra che coloro che negano l’esistenza storica di Gesù sono un retaggio del positivismo ottocentesco, perchè la loro negazione sarebbe stata confutata convincentemente e non risulterebbe più credibile.

Naturalmente, l’incantesimo non allega prove storiche della supposta esistenza di Gesù, e non le allega perchè le prove non esistono: a meno di non voler circolarmente considerare come tali i Vangeli, cioè appunto i testi che andrebbero confermati.

La mia critica “da sinistra” al libro di Flores è dunque che esso fa solo metà di ciò che dovrebbe: mostra sì che il cristianesimo è un castello dipinto su una roccia, ma non mostra che anche la roccia su cui il castello si fonda è dipinta, e che tutto fa solo parte di uno stesso quadro. Ma, forse, proprio questo è il segreto del suo successo, così come quello dei libri di Augias: perchè, per i lettori, un conto è criticare la dottrina della Chiesa, e un altro risvegliarsi dal sonno dogmatico e ammettere che anche Gesù adulto, così come Gesù bambino, non sono altro che sogni infantili.

(1 agosto 2011)

 

 

Un ebreo di nome Gesù, uomo o Dio?

 

È uscito “Gesù. L’invenzione del Dio cristiano” scritto da Paolo Flores d’Arcais per Add Editore. L’autore, in questo pamphlet, capovolge radicalmente le tesi di Joseph Ratzinger espresse nel libro dedicato alla figura di Gesù di Nazareth e che ha dato vita a un acceso dibattito tra storici, teologi e saggisti. Flores d’Arcais, guidato da fonti storiche, intende dimostrare che Gesù non era cristiano ma un ebreo osservante. Un lavoro di divulgazione – è scritto nelle istruzioni per l’uso del testo –, “di tesi storiografiche ormai largamente consolidate fra gli studiosi, pur nel permanere di divergenze e polemiche che li dividono su questioni anche non marginali”. Gesù e Cristo, secondo l’autore, sono dunque due figure incompatibili. Storicamente reale il primo, profeta ebreo apocalittico itinerante che annunciava nei villaggi della Galilea la prossima fine del mondo – frutto di tre secoli di “invenzione” teologica – il secondo. 

I commenti del biblista Mauro Pesce e del vaticanista de “Il Foglio” Paolo Rodari. GESÙ È DIO - Il Cristianesimo non si spiega solo con la storia di Paolo Rodari*

Paolo Flores d’Arcais parte dal Vangelo e – carta alla mano – nega che la pretesa che sottintende tutta la storia del cristianesimo, e cioè che Gesù Cristo è il Figlio di Dio, sia legittima. Gesù, dice, non è Dio. Troppe le incongruenze dei testi, troppe le frottole che i seguaci di Gesù hanno raccontato su Joshua bar Jospeh “che guarisce e predica ai tempi di Tiberio”, “un ebreo osservante, rimasto tale fino alla morte, che mai avrebbe immaginato di dar vita a una nuova religione e meno che mai fondare una ‘chiesa’”.

Troppe le interpretazioni falsate che della figura di Gesù hanno dato coloro che sono venuti dopo di lui, i cristiani, la chiesa. E sbaglia Joseph Ratzinger – quando era cardinale Flores pareva stimarlo, ora che è Papa sembra che ai suoi occhi il “vecchio” teologo abbia perso attrattiva: perché? – che nei suoi due volumi dedicati a Gesù di Nazareth non parla di Gesù, dice Flores, ma del “Cristo dogmatizzato dai Concili di Nicea e Calcedonia”. Il vero volto di Gesù lo si trova piuttosto nell’Islam. Qui c’è il “Gesù di Galileo crocifisso sotto Tiberio”. Certo, Flores ha ragione quando dice che il Vangelo è pieno d’incongruenze. E ha ragione quanto mostra che il testo in più punti si contraddice. I Vangeli si contraddicono. I quattro Vangeli, se letti in parallelo, in più punti dicono cose diverse. E anche il legame tra Vecchio e Nuovo testamento a volte scricchiola. Ma è basandosi su queste contraddizioni che si può desumere che il Cristo dei Vangeli non sia Dio e che il Cristo professato e seguito dalla chiesa non sia Dio? Per rispondere occorrerebbe farsi un’ulteriore domanda: cosa sono i Vangeli? Biografie? Testi religiosi? Libri di insegnamento? Saggi di teologia?

Niente di tutto ciò. I Vangeli sono appunti, racconti di testimoni oculari, pagine sparse di memorie. Se fossero scritti oggi i loro autori probabilmente girerebbero per le strade della Galilea con una “Moleskine” e la sera, di ritorno a casa, scriverebbero riordinando scarabocchi sparsi. Chi ha scritto i Vangeli insomma – ed è utile ricordare che la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che i Vangeli sono stati scritti nei primi anni di vita della chiesa e sul fatto che la prima stesura del Vangelo di Marco e della fonte comune di Luca e di Matteo non è posteriore all’anno 40 – non ha voluto dimostrare nulla. Non ha voluto dire: “Adesso vi spiego perché Cristo è Dio”.

Non ha voluto offrire un testo cronologicamente perfetto, con tutti i particolari che collimano. Chi ha scritto i Vangeli ha piuttosto voluto raccontare le proprie impressioni dal vivo, particolari della vita di Gesù che più di altri l’hanno colpito, dando spesso per sottinteso ciò che per loro era del tutto evidente e cioè che Gesù era Dio. Flores critica Ratzinger che nei suoi due ultimi volumi non solo fa un’opera “omiletica”, ma pretende che quest’opera sia “storica” dichiarando di voler giungere alla certezza della figura “veramente storica di Gesù”. Per Flores, Ratzinger non riesce nel suo intento perché – la critica di Flores punta sempre qui – i testi negano che la figura “storica” descritta dal Papa sia quella realmente esistita. Ritorna la domanda di prima: cosa sono i Vangeli? Racconti, appunti nei quali gli autori, pur dentro alcune disarmonie, raccontano ciò che vedono. Per la chiesa cattolica da questi racconti emerge il vero Gesù. Per secoli i cristiani hanno visto in questo Gesù il vero Gesù, il figlio di Dio. Hanno sbagliato? Sbaglia la chiesa?

Un simile approccio è troppo semplice e facile? Alcuni sostengono di sì. Ma anche un approccio meramente storico che annulla a priori la possibilità, ad esempio, che Cristo sia risorto perché una cosa del genere è impossibile all’uomo, non è esente da superficialità. È la cultura del sospetto, il sospetto che gli evangelisti hanno camuffato la vera identità di Cristo, che fa dire che solo una lettura storica, uno scandaglia-mento infinitesimale del testo alla ricerca di ciò che

può essere e di ciò che non può essere, è lecita. E chi paga il prezzo più alto è il divino, e cioè il fatto che sia stato Dio ad aver ispirato il testo.

I primi che iniziarono a non fidarsi dell’attendibilità dei quattro evangelisti furono i teologi protestanti di area tedesca.

Scrissero vite di Gesù non basandosi sui Vangeli ma giudicandoli preventivamente. Altri si accodarono a loro studi, la maggior parte muovendo critiche dal di fuori della vita della chiesa, non da dentro. Non so se per Flores si possa dire la medesima cosa. Ma è un fatto che per comprendere l’assoluta divinità, e insieme umanità che i Vangeli comunicano di Cristo, occorre di Cristo fare esperienza. Altrimenti è facile accodarsi a Rudolf Karl Bultmann per il quale tutto il materiale evangelico altro non è che il prodotto del genio creativo della comunità primitiva.

*Giornalista, autore di “Attacco a Ratzinger”, Edizioni Piemme, 2010 - GESÙ È UOMO - Non si è mai proclamato Messia di Mauro Pesce*

Tornare a scrivere di Gesù e interrogarsi sul suo messaggio è oggi un dovere civile. Due sono i motivi: la crisi morale italiana che esige il ritorno ai grandi fondamenti etici della nostra cultura, e la straordinaria ricerca storica su Gesù che appassiona i grandi centri di ricerca internazionali da decenni. Sembra però che le tendenze conservatrici del cattolicesimo italiano non amino né l’idea di una rifondazione della chiesa a immagine di Gesù, né un dibattito scientifico che sta portando sempre più ampi settori a porsi domande ineludibili per tutti.

Ho scritto qualche anno fa insieme ad Adriana Destro sull’urgenza di riscoprire la figura storica di Gesù e anzitutto alla sua prassi radicale di vita, che fu il suo primo messaggio. Ai potenti non chiedeva spazio politico o sostegno economico, tacendo per interesse sulle loro malefatte. Li invitava alla conversione, chiedeva di vendere tutto e riparare

alle frodi su cui era basata la loro ricchezza. Paolo Flores d’Arcais si occupa da tempo della ricerca storica ed esegetica su Gesù e ne ha una conoscenza molto approfondita. Con questa breve e icastica sintesi però Flores non ha voluto presentare una analitica. Si propone soltanto di mostrare che i due libri del Papa attuale su Gesù non corrispondono – a suo giudizio – alla ricerca scientifica degli ultimi cento anni. Come se J. Ratzinger evitasse in realtà i grandi problemi che hanno appassionato la ricerca e alimentato il dibattito. Flores vuole farsi portavoce dell’esegesi scientifica del Novecento nelle sue acquisizioni e nei suoi problemi. Il risultato complessivo è ben riassunto alla fine del libro: “Gesù non è mai stato cristiano. Non si è mai proclamato messia. Era un profeta ebraico apocalittico itinerante, che annunciava nei villaggi della Galilea la prossima fine del mondo e l’incombente trionfo del regno dove gli ultimi saranno i primi. I romani lo giustiziano sulla croce insieme a due sovversivi. I suoi discepoli finiscono per convincersi che è ancora ‘in mezzo a loro’. La loro fede tutta ebraica fa però proseliti soprattutto fra i ‘gentili’. Le comunità che professano Gesù risorto, sempre più spesso ‘greche’, si moltiplicano lungo tre secoli adottando forme teologiche sempre più variegate e tra loro incompatibili. Solo l’intervento del potere imperiale, che impone il ‘cristianesimo’ come religione di Stato, porterà a unificare quel caleidoscopio di fedi, tra conflitti spesso sanguinosi”.

Cominciamo dall’essenziale:
1. Gesù era un ebreo che rimase tale, 

2. Egli annunciava il regno di Dio, come qualcosa che avrebbe dovuto verificarsi di lì a poco, 

3. Il regno di Dio annunciato da Gesù sarebbe stato instaurato solo da Dio e senza alcuna partecipazione e contributo politico dei suoi. Su questi tre punti mi trovo d’accordo. Poi Flores nega che Gesù avrebbe mai potuto accettare le formulazioni cristo-logiche di Nicea che fanno di Gesù un Dio. Nell’esegesi del Novecento c’è chi ha parlato di tradimento e di ellenizzazione del messaggio ebraico di Gesù, ma anche chi, pur consapevole dell’enorme distanza tra Nicea e Gesù, ha cercato di individuare gli inizi della cristologia di Nicea nel messaggio o almeno nel comportamento di Gesù. Flores poi affonta una serie impressionante di questioni centrali ed è bene che i lettori siano posti di fronte alla necessità di prendere posizione con interrogazione critica: Gesù si credeva messia? Come i seguaci di Gesù si sono convinti della sua risurrezione? Perché sono nate così tante e così diverse comunità di seguaci di Gesù? Perché la divergenza così radicale tra le forme originarie del cristianesimo è stata superata grazie a un intervento politico imperiale?

La domanda sulla fedeltà a Gesù della grande chiesa è oggi sempre di più posta da molti studiosi e specialisti. Perché i più fedeli seguaci ebrei di Gesù sono stati marginalizzati nella chiesa successiva? Fino a che punto i testi evangelici sono stati mutati dalla teologia cristiana durante i primi secoli per renderli più coerenti che il dogma cristiano? (Qui le ricerche di Bart Ehrman sono fondamentali per Flores). L’immagine storica di Gesù non è forse riflessa più fedelmente nel Corano che nelle formulazioni dogmatiche della chiesa antica? Quest’ultima questione è oggi di centrale rilevanza. E Flores ha il merito di porla sulla base di ricerche di S.Pines non sempre ben conosciute in Italia.

Se questo libro servirà allo scopo di porre domande ineludibili avrà compiuto quella che a me sembra l’esigenza più urgente: interrogarsi e discutere criticamente di questi problemi in pubblico. Solo negli ultimi cinque anni, del resto, sono usciti circa 150 libri di valore scientifico su Gesù. È tempo che la cultura italiana ne prenda atto.

*Professore di Storia del cristianesimo all’Università di Bologna, autore con Adriana Destro di “L’Uomo Gesù”, Mondadori, 2008

 

(24 agosto 2011)

 

 

Vangeli verso la "terza via"

 

Sono sempre stato interessato alla questione del Gesù storico perché la ritengo una dimensione ineludibile del tema centrale della teologia e della stessa fede cristiana, che è Dio e la sua autorivelazione che trova la sua pienezza e il suo compimento in Gesù Cristo. È questo il punto di vista a partire dal quale esaminerò gli atti del Simposio sui Vangeli, storia e cristologia, in rapporto al Gesù di Nazaret di Benedetto XVI. In concreto mi limiterò a considerare due contributi: principalmente quello di John Meier sulla figura storica di Gesù e sulla valutazione storica delle sue parabole (vol. I, pp. 237-260). Secondariamente il contributo di Tobias Nicklas sulla storia di Gesù nel Vangelo di Marco (vol. II, pp. 37-61).
La trattazione di Meier sulle parabole e specialmente su quella del buon Samaritano è senza dubbio molto interessante, ma a me interessa ancor più il grande riconoscimento che Meier dà al Gesù di Nazaret di Benedetto XVI, affermando che ha aiutato a produrre uno sviluppo non solo nella teologia ma anche nella dottrina, nel senso che queste parole hanno in John Henry Newman. Infatti da quando, con Ed Parish Sanders e la «terza questione», l’indagine su Gesù è diventata veramente storica e non cripto-teologica, si è creato un concreto terreno di lavoro a cui gli studiosi cattolici possono prendere parte senza riserve o timori. In questo nuovo contesto accademico Benedetto XVI ha spiegato, all’inizio del primo volume del Gesù di Nazaret, come comprendere l’interrelazione tra l’«indispensabile» metodo storico-critico e l’ermeneutica cristologica che permette al credente di entrare in un rapporto vivente, personale e comunitario, con il Gesù Cristo reale.
Poi, all’inizio del secondo volume, Benedetto XVI ha fatto un’osservazione assai significativa: egli non ha inteso scrivere una Vita di Gesù, cioè un’opera esplicitamente dedicata alla questione del Gesù storico con i suoi intricati problemi di cronologia e topografia (per questo rimanda ai lavori di Joachim Gnilka e dello stesso Meier), bensì quella che, con un po’ di esagerazione, si potrebbe chiamare una «cristologia dal basso», impegnata in un’ermeneutica della fede. Meier colloca proprio in questa osservazione il grande contributo di Benedetto XVI, che fa una chiara distinzione tra una legittima indagine storico-critica su Gesù di Nazaret, che rimane dentro i suoi limiti, e un’indagine che va al di là di ciò, riprendendo i risultati dell’indagine storico-critica all’interno di una più ampia visione di fede e specificamente in una cristologia contemporanea ma in vivente continuità con la tradizione.

Nonostante questa penetrante e ben articolata valutazione positiva, personalmente ritengo che tra Meier e Ratzinger permanga una diversità, limitata e tuttavia profonda. Per Ratzinger, a proposito della conoscenza storica di Gesù ci troviamo in una situazione drammatica per la fede, nella quale il suo autentico punto di riferimento, l’amicizia con Gesù, minaccia di annaspare nel vuoto. Da una parte, infatti, il metodo storico è irrinunciabile, perché per la fede biblica è fondamentale il riferimento a eventi storici reali: se esso viene meno «la fede cristiana come tale viene eliminata e trasformata in un’altra religione». Dall’altra parte vanno riconosciuti i limiti dello stesso metodo storico-critico, tra i quali il fatto che esso non può oltrepassare l’ambito delle ipotesi, sia pure con un alto grado di probabilità: nell’insieme dobbiamo cioè essere consapevoli del limite delle nostre certezze, come è confermato dalla storia dell’esegesi moderna. Perciò questo metodo, per la sua stessa natura, «rimanda a qualcosa che lo supera e porta in sé un’intrinseca apertura verso metodi complementari».

 

Qui Ratzinger inserisce il suo apprezzamento per l’«esegesi canonica» e fa un’ulteriore precisazione: l’ermeneutica cristologica presuppone una scelta di fede e non può derivare dal puro metodo storico. Ma questa scelta di fede «ha dalla sua la ragione – una ragione storica». Ratzinger aggiunge che queste indicazioni metodologiche determinano la strada della sua interpretazione della figura di Gesù nel Nuovo Testamento: ciò significa anzitutto che «io ho fiducia nei Vangeli» e «ho voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale… il "Gesù storico" in senso vero e proprio», nella convinzione che questa figura sia molto più logica e dal punto di vista storico anche più comprensibile delle ricostruzioni tentate negli ultimi decenni; sia cioè «una figura storicamente sensata e convincente». In concreto, ciò che è accaduto negli anni dopo la morte di Gesù si può spiegare non per l’azione di formazioni comunitarie anonime, ma solo se la grandezza si colloca all’inizio, in quanto la figura di Gesù ha fatto saltare tutte le categorie disponibili e ha potuto essere compresa soltanto a partire dal mistero di Dio.

Ratzinger esprime il parere che in 200 anni di lavoro esegetico l’interpretazione storico-critica abbia ormai dato ciò che di essenziale aveva da dare: se non vuole esaurirsi in sempre nuove ipotesi diventando teologicamente insignificante, deve fare un passo metodologicamente nuovo e riconoscersi nuovamente come disciplina teologica, senza rinunciare al suo carattere storico. Deve riconoscere cioè che l’ermeneutica positivistica da cui essa prende le mosse non è espressione della sola ragione valida e definitiva, ma costituisce una determinata specie di ragionevolezza storicamente condizionata, capace di correzione e di integrazioni e bisognosa di esse. L’esegesi storico-critica deve quindi riconoscere che «un’ermeneutica della fede, sviluppata in modo giusto, è conforme al testo e può congiungersi con un’ermeneutica storica consapevole dei propri limiti per formare un’interezza metodologica». Ratzinger colloca proprio qui il senso e lo scopo del tentativo che ha compiuto con il Gesù di Nazaret.

 

Ritorniamo ora al contributo di Meier per individuare, in mezzo ai molti elementi di convergenza, il punto centrale della divergenza da Ratzinger. Entrambi distinguono chiaramente l’indagine storico-critica su Gesù e l’ermeneutica cristologica ed entrambi affermano al tempo stesso un rapporto positivo tra di esse. Per Meier questo rapporto può riguardare, ad esempio, il contributo del metodo storico a una comprensione cattolica della Bibbia come processo storico-salvifico, favorendo in tal modo una recezione moderna e critica del sensus plenior, e può far cogliere meglio la teologia e la spiritualità di Luca, contribuendo così all’ermeneutica cristologica. Questo rapporto non è mai inteso però come un’apertura intrinseca del metodo storico-critico che si congiunga all’ermeneutica della fede così da formare con essa «un’interezza metodologica» in grado di schiudere i testi dei Vangeli e di cogliere una figura di Gesù anche storicamente più convincente. Sta qui, a mio parere, il vero punto di divergenza tra Meier e Ratzinger. Sembrano confermarlo le parole di Meier secondo le quali l’indagine storica solo dopo aver completato il suo lavoro può contribuire alla cristologia.

 

Allargando lo sguardo agli sviluppi più recenti della ricerca sul Gesù storico, è assai significativo che si stia verificando una svolta nella «terza ricerca», svolta il cui iniziatore e maggiore protagonista sembra essere James Dunn, al quale vanno aggiunti Richard Bauckham, Dale Allison ed Ernst Baasland. Questa svolta mette l’accento sull’affidabilità della tradizione orale, che risale per gli aspetti decisivi a Gesù stesso, piuttosto che sull’analisi letteraria dei testi e sull’applicazione dei criteri di storicità alle singole pericopi. Sembra essere pertanto più vicina all’approccio metodologico e teologico di Joseph Ratzinger di quel che lo siano i lavori di studiosi come Meier. Inoltre, anche uno degli aspetti più discussi del Gesù di Nazaret, il grande peso dato al Vangelo di Giovanni nel ricostruire la figura storica di Gesù, trova significative corrispondenze nei più recenti sviluppi della ricerca.

 

Veniamo ora al contributo di Tobias Nicklas sulla «storia di Gesù» di Marco come una storia riguardo a Dio. La sua tesi è che i Vangeli, come anche gli Atti degli Apostoli e l’Apocalisse, non siano trattati sistematici ma storie, che intendono mettere i loro lettori a confronto con la verità vivente del Dio di Israele, del suo Figlio Gesù di Nazaret, del suo Spirito e del suo popolo, coinvolgendo i lettori stessi e rendendoli parte di queste storie. In dialogo con Nicholas T. Wright, Nicklas ritiene che i Vangeli possano essere letti sia come «storie di Dio riguardo a Gesù» sia come «storie di Gesù riguardo a Dio», ma dedica il suo contributo a questa seconda prospettiva. Nella conclusione aggiunge che questo modo di leggere Marco getta comunque luce anche sulla cristologia del medesimo evangelista, rendendo chiaro come prepari la posteriore cristologia di Giovanni.

Al di là delle differenze nelle metodologie esegetiche, la tesi di Nicklas mostra una profonda corrispondenza con ciò che sta soprattutto a cuore a Ratzinger nel suo Gesù di Nazaret, come in tutta la sua teologia: rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini del nostro tempo l’accesso a lui. Termino con una considerazione più generale sulla questione del Gesù storico in rapporto all’autorivelazione di Dio in Gesù Cristo e alla sua credibilità. In estrema sintesi, questo rapporto implica il seguente problema: da una parte un’indagine su Gesù puramente razionale, storico-critica, difficilmente arriva a certezze, soprattutto quando si tratta di individuare in lui il supremo e definitivo rivelatore di Dio. Dall’altra parte l’indagine razionale è necessaria perché la decisione di credere nel Dio di Gesù Cristo possa essere una scelta degna dell’uomo come essere ragionevole e non decadere nell’assurdità o nel fanatismo.

 

Come afferma Ratzinger in Fede Verità Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, non sono quindi praticabili né la via percorsa dalla neoscolastica di ricostruire i praeambula fidei con una ragione rigorosamente indipendente dalla fede, né la via di Karl Barth di qualificare la fede come un puro paradosso, che può sussistere solo in totale indipendenza dalla ragione. Si tratta piuttosto di superare la presunta estraneità tra la ragione e la fede: quest’ultima può contribuire a risanare la ragione, non snaturandola ma aiutandola a ritrovare pienamente se stessa (oggi, in concreto, aiutandola a liberarsi dai suoi condizionamenti positivistici); a sua volta la ragione è un’esigenza interna della fede stessa, che rende autenticamente umano questo gratuito dono di Dio.

Camillo Ruini - 8 aprile 2014