  QUEL PRESUNTUOSO DI GESU'

DI GIOVANNI MARCOTULLIO – 22 MAGGIO 2011

 

PIÙ DI DIECI ANNI DALLA “DOMINUS IESUS”: UNA DICHIARAZIONE VATICANA SULLA PRESUNZIONE DI CRISTO

 

 

Proprio nella nostra ultima chiacchierata abbiamo visto come il profilo del volto di Gesù tenda a emergere da ogni contesto in cui alla nostalgia di Dio sia onestamente lasciata vera libertà di parola. Non solo Joan Osborne, ma tanti e tanti e tantissimi – perfino Lady Gaga! – hanno “dovuto” scrivere e cantare di Gesù (o di suoi “collaterali”). In generale si deve soprassedere sugli esiti della ricerca, o dell’analisi, ma questo non fa che rendere la cosa – paradossalmente – ancora più intrigante: perché persone che di Gesù sanno così poco sono così visibilmente stregate dalla sua figura? Un po’ come dire che in innumerevoli profumi, diversissimi tra loro, troviamo (in varie percentuali) l’essenza cristica. Le sterminate biblioteche scritte sul Dio di Nazaret, le sculture, i quadri, le composizioni musicali – per non parlare della dedica di innumerevoli vite e di altrettante mortial Figlio di Maria – tutto questo è un po’ come una spasmodica ricerca (insieme collettiva e individuale) dell’essenza cristica. Dove la si trova? Da nessuna parte che si possa individuare e reificare: neanche in uno dei Vangeli – semmai l’armonia sinfonica dei quattro dà al cuore credente le coordinate principali per muoversi, usando un’immagine del Cantico, “nella scia del suo profumo”. Una cosa che a tutti è dato di verificare facilmente è quanto nella fattispecie sia estesa l’ignoranza in merito alle più elementari delle dottrine cristiane su Gesù: non credevo alle mie orecchie, quando un giovane uomo m’ha chiesto se la carne di Cristo si fosse decomposta, dopo la risurrezione. Da restare senza parole! Tutto ciò è segno evidente del fatto che l’incidenza contenutistica delle varie forme di catechesi (in Italia almeno) è oggi di un’insignificanza tale da spronare a una riflessione d’urgenza. Non si tratta di approntare documenti, di scrivere direttorî catechetici (quelli che ci sono vanno benissimo – fossero applicati e seguiti!). Anche i documenti, però, hanno i loro perché e il loro peso. Undici anni fa fu pubblicata una dichiarazione rispondente al nome di Dominus Iesus, cui ho già altre volte fatto riferimento: era il 6 agosto del 2000, nel cuore del Grande Giubileo. Io avevo sedici anni, e del documento non sentii parlare che a estate finita, tra i banchi di scuola: anche lì, però, mi stupì che giornali e televisioni dessero così tanto spazio a un semplice documento(che neanche trattava di morale sessuale, come è in generale per gli unici documenti vaticani che facciano parlare di sé). Comprai la Dichiarazione e la lessi tutta d’un fiato (anche perché è molto asciutta): i dubbî non ne uscirono che rafforzati. «Dichiarazione circa l’unicità e l’universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa»: questo è il titolo completo (che funge di fatto da sottotitolo). Ora, la domanda di prima – dov’è la novità? Perché fa tanto parlare di sé un testo che dice cose che i cristiani ripetono da quando sono al mondo? – viene affiancata da una nuova questione: perché hanno ritenuto opportuno (per non dire “necessario”) scrivere un simile documento? Probabilmente non m’ero ancora reso conto di quello che annotavo in apertura circa la mole indicibile dell’analfabetismo religioso nell’italiano contemporaneo medio; ma la cosa non può ridursi a così poco (anche perché in quel caso il documento sarebbe stato di una qualche commissione della Conferenza Episcopale Italiana, e non della Congregazione per la Dottrina della Fede!). Difatti la ragione per cui Giovanni Paolo II aveva ritenuto necessario commissionare un simile testo alla Congregazione il cui prefetto era il Cardinal Ratzinger era questa: bisognava fare un punto della questione su come il più fondamentale degli asserti cristiani veniva recepito e compreso da un mondo che negli ultimi due secoli aveva visto le più dissestanti rivoluzioni politiche, economiche, culturali e sociali della vicenda umana. Che significa, in un mondo globalizzato, che“Gesù Cristo è l’unico salvatore”? Che significa, in un mondo che offre, ormai a distanza di un click, una gamma incredibilmente assortita di offerte religiose, che“fuori dalla Chiesa non c’è salvezza”? Forse allora si dirà che la Chiesa dovrebbe “aggiornarsi” (“up-to-date”: altra espressione altamente trendy) anche su questi temi? Il documento sceglie di porsi una domanda più radicale ancora: può la Chiesa aggiornare questi temi? Giovanni Paolo II volle che il documento venisse firmato dal Cardinale Prefetto e dal Segretario di Congregazionealla sua presenza, mentre aveva fatto apporre, in calce al tutto, l’insolita espressione: «Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, […] con certa scienza e con la sua autorità apostolica ha ratificato e confermato questa Dichiarazione, decisa nella Sessione Plenaria, e ne ha ordinato la pubblicazione». Il documento consta di ventitrè paragrafi, divisi in sei capitoli, un’Introduzione e una Conclusione. Dopo un congruo richiamo alle caratteristiche dominanti dell’attuale situazione socioculturale, i temi affrontati sono la pienezza e definitività della rivelazione di Gesù Cristo, una riflessione speculativa sul rapporto tra il Lògos incarnato e lo Spirito Santo nell’opera di salvezza,quindi la vera e propria dichiarazione dell’unicità e universalità del mistero salvifico di Gesù Cristo e, a seguire, quella dell’unicità e unità della Chiesa; il quinto capitolo è una considerazione più dettagliata del contenuto del terzo, in quanto tratta di Chiesa, Regno di Dio e Regno di Cristo; il sesto (e ultimo) tratta de la Chiesa e le religioni in rapporto alla salvezza. A parte il lessico, talvolta un po’ tecnico, si capisce subito che il secondo e il quinto capitolo trattano questioni di grande finezza dogmatica (molto avvincenti, vi garantisco, anche se rinuncio a spiegarle qui), mentre negli altri viene illustrata in lungo e in largo la risposta alla domanda di fondo – può la Chiesa fare un update del suo asserto più fondamentale? La stessa penna che ha steso quel documento ha scritto, dieci anni dopo, parole di chiarezza adamantina: «La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti» (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, II, p. 269). Perché questo? Perché è con la risurrezione che Gesù riceve e mostra ai suoi amici la testimonianza di Dio sulla verità delle sue parole: poiché Cristo è risorto,

dunque, allora sono vere tutte le sue parole, a cominciare dalle più oscure e terribili – che sono quelle che rivendicano un’origine unica, antecedente a tutte le cose umane e non umane. La fede dei cristiani ha riconosciuto in Gesù non solo il Cristo, ma il Pantocratore(= “colui che detiene su ogni cosa potere assoluto”). Le raffigurazioni canoniche delCristo Pantocratore sono solite porre nella sua mano sinistra un volume sulle cui pagine trovano spazio le parole più presuntuose di Gesù: «Io sono la luce del mondo – è il caso del maestoso Pantocratore di Monreale – chi segue me non cammina nelle tenebre». Altre volte si legge: «Io sono la via, la verità e la vita», oppure: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in meanche se muore vivrà, e chiunque vive e crede in me non morirà in eterno». Il rischio che corre l’osservatore moderno è quello di sfuggire, nella sua distrazione cronica, alla tremenda serietà di quegli asserti: invece chi raccolse pietre per lapidare Gesù, e chi sobillò infine il popolo perché venisse crocifisso, questi ne avevano colto la portata. C’è un uomo che pretende di essere determinante – egli stesso, non solo la dottrina che insegna, come Socrate, Confucio e Buddha! – per l’esistenza di ogni altro uomo, vivo, morto o futuro. Se ha torto, è solo un povero mitomane. Diversamente, chi è? E si torna così alla ricerca dell’essenza cristica – da dove viene questo profumo? Le domande sulla risurrezione, come quella che mi è stata fatta, sono sì elementari, ma non perdono la dignità di ciò che tocca l’essenziale: chi non s’è mai chiesto, in fondo, dove sia la carne di Cristo? È folgorante l’espressione di Benedetto XVI con cui si spiega che la risurrezione di Cristo (diversamente dalle altre narrate nei Vangeli) non è la rianimazione di un cadavere, ma «l’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di làdi ciò, una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini» (Gesù di Nazaret, II, p. 272). E infine la Conclusione chiude la fittissima catena di riferimenti scritturistici e magisteriali (soprattutto del Vaticano II) con una citazione della Fides et Ratio di Giovanni Paolo II (n. 70) che rivendica alla presunzione di Gesù (e a quella che di lui ha la Chiesa) il segreto dell’essenza cristica: «Il mistero cristiano, infatti, supera ogni barriera di tempo e di spazio e realizza l’unità della famiglia umana: “Da diversi luoghi e tradizioni tutti sono chiamati in Cristo a partecipare all’unità della famiglia dei figli di Dio [...]. Gesù abbatte i muri di divisione e realizza l’unificazione in modo originale e supremo    mediante la partecipazione al suo mistero. Questa unità è talmente profonda che la Chiesa può dire con san Paolo: ‘Non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio’ (Ef 2,19)”».