  Quel prete dal naso rosso a forma di palla

DI SIMONE CHIAPPETTA – 17 MAGGIO 2011

 

L’IPERBOLE DEL PAGLIACCIO PER RACCONTARE UNA VOCAZIONE REALE

 

Chi è il prete? È la domanda che si vuole porre – senza la presunzione di una risposta assoluta.

 

Dopo la giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, celebrata domenica scorsa, dopo aver ascoltato preghiere per i sacerdoti a servizio delle comunità, dopo gli “osanna” guidati dei fedeli in festa e dopo le sdolcinate testimonianze di prelati e ingenui seminaristi, sembra doveroso aprire gli occhi su una realtà che non è sempre così bella!

«Proporre le vocazioni nella chiesa locale» – è il tema del messaggio papale – non può essere una persuasiva pubblicità ad un servizio da sogno che riempie il cuore e distrugge la persona, ma deve presentare una strada fatta di difficoltà, di ostilità, di solitudini, di dita puntate, di gioie e gratificazioni, forse illusioni, “insieme a persecuzioni”.

Il prete è innanzitutto un pagliaccio. È la definizione che ho in mente per caratterizzare – non per offendere – i “giullari di Dio”. È il pagliaccio di cui tutti possono parlare, che tutti pensano di conoscere e usare a proprio piacimento, per “tradizione” costretto ai canoni del naso rosso e dell’abito colorato. È un pagliaccio, sempre al centro dell’attenzione, chiamato a rispondere ad ogni esigenza. È il pagliaccio che tante volte sceglie di esserlo, giocando all’accontentare, al far ridere, al divertire, al sostituire le istituzioni, che canta, partecipa ai talk show, ha sempre una parola per tutto, organizza, fa festa, benedice con l’indice in su e ingoia rospi giù. È il pagliaccio che nasconde dietro il cerone bianco e le gote colorate – per l’abitudine al dovere, per una formazione all’obbligo, perché così è e deve essere o per l’effimera illusione del piacersi agghindato di merletti e abiti porporati – l’umanità che gli appartiene fatta di esigenze e negligenze, di carismi e difetti, che chiede – anche senza saperlo – relazioni vere, familiarità. È il pagliaccio che sotto il sorriso disegnato cela sorrisi veri e a volte amari e che è “costretto” a comprendere tutti e da nessuno – o quasi – è mai compreso! È il pagliaccio che va bene quando tutti fa ridere, quando accontenta e che – sulla bocca della gente – ruba, chiede soldi, se la fa con gli operatori pastorali e chi più ne ha, più ne metta, quando le sue parole diventano chiare!

È il pagliaccio ultimamente condannato, che esce allo scoperto con tutta la sua umanità più brutta, che tutti additano, anche giustamente, come colpevole, ma che nessuno si preoccupa di aiutare, sostenere, ricuperare come persona, non per forza come prete!

È il pagliaccio convinto di trovare nel “circo” dei presbiteri una famiglia, un “circolo” di condivisione, un’occasione per struccarsi e mostrare il volto rugato e che invece deluso fugge dal tendone a righe appena toglie l’abito o – quando è disponibile ad un ulteriore servizio – si trova a ramazzare “nella gabbia dei leoni”. Una volta fuori dal mondo dei circensi è come se nessuno lo avesse mai conosciuto! Il pagliaccio è una figura retorica, una similitudine, una iperbole e nell’esagerazione “sguazzano” spesso le mie riflessioni.

Questo cinismo, però, non vuole essere una critica distruttiva , ma uno sguardo su una realtà vissuta e perciò una verità con la quale confrontarsi per non cavalcare false illusioni e rispondere ad una eventuale chiamata senza considere anche il naso rosso a forma di palla!