  Intervista a Karl Marx

 

 

Quante volte ci siamo chiesti: se Dante fosse messo davanti allo schermo di un computer, e osservasse la scrittura che nasce attraverso gli impulsi su una tastiera, piuttosto che dal movimento articolato della mano, cosa direbbe? E se Newton conoscesse gli studi sul bosone di Higgs? E Mozart, condotto ad un concerto rock? E se Maria Curie potesse osservare gli esiti diagnostici e gli sviluppi della scoperta del radio? E Napoleone, se vedesse una guerra condotta con missili e droni? Il gioco potrebbe continuare all’infinito, in un rimando di citazioni e meraviglie ininterrotto. Allora, ci siamo detti: proviamo. Proviamo a far parlare alcuni di questi personaggi, ponendo loro domande sul nostro oggi. Una sorta di “interviste impossibili”: con quel tanto di leggero ed ironico – vogliamo sperarlo – da risultare di piacevole lettura.

di Agostino Francesco Poli

 

Buonasera, Herr Marx. Risponderebbe a qualche domanda?

“Sì, ma ho un po’ di fretta. Devo discutere di alcune questioni con il mio amico Friedrich. Abbiamo lasciato in sospeso la definizione del socialismo scientifico”. 

Mi scusi: Friedrich Engels? 

“E chi, altrimenti?” 

Bene, faremo presto. Lei ha indubbiamente segnato la storia del mondo, ma poi, per un po’ di tempo, è parso che il suo pensiero fosse messo in soffitta. Salvo essere richiamato proprio oggi, nella crisi attuale, in cui si parla di crisi di capitalismo, di rapporti di produzione etc.. Come ci si sente a sapere di averci visto giusto? 

“Sbaglio, o qualcuno, dalle vostre parti, pochi anni or sono, parlava di “fine della storia”? Stupidaggine! Non mi sono mai divertito tanto, a leggerlo. Io ho sostenuto che la forza motrice della storia è la lotta di classe, che sono sempre esistite classi dominanti e classi dominate, e che la storia è un continuo movimento perché questa dialettica si trasformi. Altro che fine della storia! La vostra crisi, lo sa cos’è?”

No, ce lo dica… 

“E’ un terribile, feroce, violento tentativo di riorganizzazione del capitale. Non è elegante autocitarsi, ma …” 

Lo faccia, lo faccia… 

“Ho scritto: "a un certo livello di sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà". Le forze produttive dell’Occidente sono entrate in contraddizione con fenomeni che non hanno potuto o saputo gestire (come la chiamate? La globalizzazione. O le stesse ondate migratorie, sintomo e risultato di una incredibile capacità di circolazione delle merci). 

E allora? 

“Io non ho scritto i Vangeli. Ma nelle mie pagine ci sono ancora molti spunti per cercare di leggere il vostro presente e trovare una via di uscita. Oggi, lo so, è tutto cambiato. Continuo a studiare, sa? L’organizzazione del lavoro e dei mercati è sconvolta, la divisione del lavoro e della geografia del potere pure; insomma, c’è una nuova configurazione dei soggetti che si confrontano. Ci sono nuove figure dello sfruttamento ( so dei precari, so dei lavoratori in nero), ma credo anche sia possibile fare leva sui punti di crisi e elaborare una nuova teoria del “valore comune”. Specie dopo quel che è successo al comunismo …” 

Già. Uno dei motivi per cui lei è stato messo nella soffitta di cui parlavamo… 

“Bah. A parte che le soffitte sono luoghi molto interessanti, devo dirle che il crollo dell’URSS non mi ha fatto strappare i capelli (e guardate che ne ho ancora tanti!). Chi ha voluto l’URSS fatta nel modo in cui venne realizzata, aveva letto poco di mio. Mi creda”. 

Torniamo alla crisi. Ne usciremo? 

“Non allo stesso modo in cui eravate, quando ci siete entrati. Ma senta, adesso faccio io una domanda: perché vi fanno tanta paura parole come “conflitto”, “classe”, “sfruttamento”? Basta assumere il fatto che esiste il punto di vista del capitalista, ma anche il punto di vista del lavoratore. Basta accettare che il capitalismo non sia un despota irresistibile, ma che la storia si svolge su uno scacchiere in cui il giocatore non è unico. Sono tanti i soggetti e le energie che possono confrontarsi e temperare la violenza della riorganizzazione capitalistica. È assurdo non riconoscerlo. È antistorico”. 

Sta andando nel difficile… 

“Voglio dire che il vostro mondo, quello che chiamate welfare, la protezione sociale e sanitaria eccetera sono nate dalla contraddizione, che sempre si rinnova, tra capitale e lavoro. Anche quando il lavoro è poco o nullo, come sta accadendo ora. Ho scritto che la macchina, nella sua relativa indipendenza, trasmette sì valore al prodotto, ma come lavoro morto. Solo l’attività degli operai, il lavoro vivo, permettono alle macchine di essere produttive. Sento parlare tanto di capitale finanziario, di finanziarizzazione. A parte che la parola è orribile (io scrivevo bene, sa?), ma dove sta, lì, il lavoro vivo? Non sarà che da lì nascono tanti problemi? Ma ora mi scusi, ho davvero un impegno”. 

Con Engels…

“Mmm … beh, no: con Jenny, mia moglie. È baronessa di nascita, sa? Ed è intelligentissima, colta, politicamente molto consapevole. Ci scambiamo lettere anche se stiamo lontani solo un giorno. Oggi ne è arrivata una: io le avevo scritto … lo vuole sapere? 

Certo! 

“Io ti ho viva davanti a me e ti porto in palmo di mano, e ti bacio dalla testa ai piedi, e cado in ginocchio e sospiro: "Madame, io vi amo!”. 

Bellissima frase! E sua moglie? 

“Mi ha scritto una dolce lettera, indirizzata al “mio barbuto cinghialotto” 

Grazie, Herr Marx. E porti i miei rispetti alla sua signora.

 

 

 

 CHAVEZ, CHE GUEVARA, COMUNISMO, FRIEDRICH ENGELS, HELENE DEMUTH, INTERVISTA, JENNY VON WESTPHALEN, KARL MARX, LENIN, POL POT, STALIN, TREMONTI, TROTSKIJ

INTERVISTA IMMAGINARIA A KARL MARX di Mario Michele Pascale

In Interviste on 27 giugno 2013 at 09:20

Davanti all’abitazione londinese di Karl Marx ci si sente decisamente osservati. Il lattaio non ha molto l’aria del lattaio, il netturbino indossa scarpe fin troppo eleganti e l’homeless non puzza abbastanza. Ma non c’è l’ombra di un bobby. Strano. Busso. Mi apre una domestica carina dall’aria leggermente bavarese: faccino quasi infantile su fianchi e forme generosi. Mi colpisce l’uniforme, decisamente lisa. La casa è linda, pulita, ma visibilmente modesta. Mi si fa accomodare in un salotto che ha visto anni migliori, in cui si sprofonda, però, con una qual certa voluttà. Il sofà prende rapidamente la forma della mia schiena. Di fronte a me una poltrona. Al centro un tavolino da thè . Dopo qualche minuto, preceduto da passi pesanti, arriva Karl Marx. Ebbene se voi pensate all’icona come un’esagerazione propagandistica vi sbagliate: il capello è effettivamente arruffato ed i peli della barba sono reali. Verrebbe voglia di contarli uno per uno. Il dottor Marx somiglia effettivamente a Babbo Natale, gli manca solo la guanciotta ed il naso rubizzo.

 

Mi stringe la mano con fermezza e mi guarda con gentilezza.

 

Ci sediamo mentre il tavolo che ci separa si riempie velocemente di thè e pasticcini, con l’intromissione di un bel po’ di cognac. Conosco fugacemente la signora Marx, che, guardando di traverso la cameriera che si allontana con il vassoio vuoto, mi porge la mano come se quest’ultima fosse un’opera d’arte. Faccio finta di nulla esprimendo convenevoli di circostanza. La signora Marx ci lascia rapidamente, con fare altezzoso, agitando il bacino con un innaturale baricentro e dominando a stento un’espressione facciale contorta. Magari avrebbe preferito che il dottor Marx, più che ricevere la stampa, si fosse dedicato al lavandino otturato.

 

“Deve perdonare mia moglie”, mi sussurra Marx “è così. Lei è sposato?”

Si e no, convivo, ma lei mi insegna che è la stessa cosa …

“Peggio, Pascale, peggio. Almeno in presenza di un contratto la legge ti tutela. Con la convivenza si è solo schiavi. Perdoni di nuovo mia moglie, ma Jenny non ha mai mandato giù la gravidanza della nostra cameriera.”

Comprendo. Anche se alle cronache risulta che la cosa si è sistemata: il bambino era di Engels.

“Povero Friedrich. Lo ha fatto per me. Si è preso tutta la colpa per salvare il mio matrimonio, ma è stato inutile.”

Inutile?

“Il bambino non aveva l’aria granché inglese, ma molto ebraico tedesca”

 

Seguono un paio di minuti di penoso silenzio. Cerco di svicolare e fare finta di niente ingozzandomi di pasticcini. Marx attinge generosamente e con aria liberatoria al liquore. Mi faccio coraggio e proseguo con l’intervista.

 

Dottor Marx, oggi non la voglio tediare con la filosofia (ha un sospiro di sollievo), parleremo di libri (si aggiusta sulla poltrona). Mi dica quali sono gli ultimi tre titoli che ha letto (si liscia la barba).

 

Gli ultimi tre… ho riletto La linea d’ombra di Conrad. Bellissimo, un libro al quale ero legatissimo e con il quale sono cresciuto interiormente. Una presenza fondamentale nella mia anima. (Si rabbuia). Una volta mia moglie, mentre litigavamo, lo ha distrutto. Si è messa lì e lo ha strappato, davanti a me pagina per pagina… (tace). Sapeva benissimo cosa significava per me la linea d’ombra. Lo ha fatto lo stesso (tace di nuovo). Ma parliamo d’altro, il secondo libro è Ilona arriva con la pioggia di Alvaro Mutis. Ilona è un personaggio fantastico, mitteleuropeo, una donna libera capace di amare due uomini contemporaneamente, Abdul Bashur, sognatore di navi e Maqroll il gabbiere. Vede Pascale, io credo che il concetto di amore vada rivisto. Una volta mi scagliavo contro la borghesia ed i suoi disinvolti atteggiamenti sessuali, oggi mi devo ricredere. Sbagliavo, semplicemente. L’amore che si rivolge all’unico, all’esclusivo, è una prigione. Una forma di suicidio. Un prolungamento della proprietà di un individuo sull’altro. Non trova strano che la schiavitù oggi sia vietata ma il matrimonio no? Non sono forse la stessa cosa?

 

In effetti…

 

Il terzo libro è Uscita di sicurezza, di quell’italiano, Giulio Tremonti. Un conservatore convertito sulla via di Damasco. Al posto di Cristo, però, ci sono io. Ogni tanto una soddisfazione.

 

Lei è una delle icone del Novecento. Tutti l’hanno tirato per la giacchetta, metà della politica mondiale fa il suo nome. Chi lo fa invano?

 

Ah… eh… (si gratta la testa, attinge al brandy, viene risucchiato dalla poltrona) Pol Pot non mi è mai piaciuto. Stalin aveva l’aria simpatica, quel bel baffone, ma mi inquietava il suo sguardo. Potendo mi avrebbe mandato in Siberia, dopo un po’. E ci avrebbe mandato anche sua madre, se fosse stato necessario. Un rettile più che un uomo. Trotskij era un sognatore, simpatico, buon conversatore, intenditore di donne, ma poco pratico ed un po’ superficiale: non puoi essere così distratto da fare un incidente frontale con piccone (ride). Che Guevara era noioso, aveva una scarsa igiene personale ed era un moralista. L’unico che si salva è Lenin, lui si che è una brava persona. Ancora ci frequentiamo ed è sempre una festa quando ci incontriamo. E’ l’unico che non ha preso le mie idee né come una foglia di fico né come un dogma religioso. Gli voglio bene.

 

Mi parli ancora di Lenin…

 

Beh, si è reso conto che io ho scritto nell’Ottocento e lui aveva di fronte a sé la Russia del Novecento, tenuta insieme solo dalla burocrazia zarista. Cosa poteva fare? Ha tenuto in piedi l’apparato burocratico, rendendolo rivoluzionario. Lenin è sempre stato un uomo pratico, mantenendo però quel lampo negli occhi tipico del pensatore illuminista. Poi, come si fa a non amare uno che va al Cabaret Voltaire?

 

E cosa pensa di Chavez?

 

Un simpaticone, gran bevitore. Si ubriaca però con le persone sbagliate, come quel Michael Moore. Gli americani sono comunque americani. Prima ci bevi insieme, poi ti riempiono di escrementi. Tocca stare attenti, abbottonati (bisbiglia e si sporge verso di me)… anche adesso siamo sorvegliati dalla Cia, sa…

 

Engels è una persona molto importante nella sua vita… 

 

Shh… per carità. Jenny è più gelosa di lui che di Helene (Helene Demuth, la cameriera). E’ gelosa persa. Pensi che una volta ha anche alluso…

 

Alluso?

 

Si a quella eventualità… insomma al fatto che fossimo gay.

 

Bah, oggi come oggi non sarebbe un problema.

 

Lei non è sposato con Jenny Von Westphalen. Sarebbe un problema eccome. Jenny di tanto in tanto si ammala, ma per motivi molto più borghesi che fisici. Rivoli che diventano fiumi di lacrime, fiumi di lacrime che diventano oceani. Urla, sbraiti ed io che cerco l’affetto di Epicuro per sopravvivere. Alle volte penso che se non ci fosse stato Friedrich Engels sarebbe finita male. Per farmi sbollentare mi portava in birreria. Più di una volta me la prendevo con i lampioni. Lui mi copriva sempre e dopo che mi aveva riportato a casa ubriaco si sorbiva tutti i rimbrotti di mia moglie. Per non parlare dei soldi. Mi ha sempre aiutato. Più che un amico un fratello.

 

Dottor Marx, la ringrazio. A breve pubblicheremo l’intervista su Il Bibliomane.

 

Abbiamo già finito?

 

Siamo sul web. La brevità è tutto.

 

La prego non se ne vada. Se lei se ne va loro riprendono ad urlare e Jenny mi assalirà. Oggi la biblioteca è chiusa e non ho un posto dove andare. Non mi lasci solo…

 

Resto leggermente interdetto. Invito Karl Marx a prendere un caffè fuori: lui, saltellando come un grillo, prende il soprabito ed esce, seguito dallo sguardo corrucciato della Westphalen che, con l’aria di una pentola a pressione giunta al limite, mi guarda con odio ma non dice nulla: sarebbe disdicevole, del resto, perdere il controllo di fronte ad un estraneo. Usciamo in strada e Marx riprende a parlare:

 

Pascale, ma il suo nome è Mario o Michele?

 

Michele. Mi chiamano tutti Michele.

 

Michele, benissimo, chiamami Karl e dammi del tu…

 

Il lattaio ci segue. Forse è meglio tirare diritto e fare finta di niente…