  Intervista a Ludovico Ariosto

di Elisabetta Di Chio

 

(L’intervista si immagina avvenuta durante la vita di Ariosto)

 

Signor Ariosto, innanzitutto grazie per essere in nostra compagnia e aver accettato il nostro invito!
ARIOSTO: Nessun disturbo, non si preoccupi, non ho fatto altro che girare l’angolo della strada in cui abito e salire due o tre scalini per sedermi in questo ufficio.

Mi scusi, ma lei ha la fama di non volersi spostare mai dalla sua casa…
ARIOSTO: Sì, purtroppo queste sono esagerazioni delle maldicenze che il caro Cardinale Ippolito ha messo in giro su di me.

Da cosa scaturisce questo grande rancore verso di lei da parte del Cardinale?
ARIOSTO: Dieci anni fa, quando ancora lavoravo alle sue dipendenze, all’ennesima richiesta di seguirlo in Ungheria mi sono rifiutato perché non mi sembrava giusto fare il suo funzionario quando ero solo un poeta. Da quel giorno ha gettato calunnie sul mio nome affinché nessun altro signore mi assumesse alla sua corte.

Che gioco meschino… ma mi dica, quali erano i rapporti fra lei e il Cardinale prima di questa frattura?
ARIOSTO: Io lavoravo per il Cardinale come funzionario, tenevo i suoi conti, come ambasciatore sono andato più volte a Roma dal Papa Giulio II, e l’ho seguito molte volte nei suoi viaggi all’estero. In realtà io volevo solo fare il poeta!

Capisco, ma lei ha provato a fare presente i suoi bisogni al Cardinale?
ARIOSTO: Certo, ho provato a farglielo capire anche per mezzo delle mie opere, come per esempio nell’Orlando Furioso. Ma evidentemente non è servito.

Com’è la sua vita adesso?
ARIOSTO: Sono costretto a lavorare, da quando mio padre è morto. Prima studiavo ed ero immerso nel mio ozio letterario. Sono il primo di dieci figli, e visto che i miei genitori non sono mai stati molto ricchi, sono costretto a stare al servizio di qualcuno.

Cosa cambierebbe del suo modo di vivere?
ARIOSTO: Non vorrei molto: desidero solo una casa tutta mia, anche se piccola, purché sia pulita, desidero vivere sempre a Ferrara senza dover per forza fare dei viaggi, con la donna che amo.

Beh, però il lavoro alla corte del Cardinale Ippolito le dava da vivere e le permetteva di mantenere anche la sua famiglia!
ARIOSTO: Certo che se devo scegliere se mendicare per le strade o lavorare per il Cardinale, scelgo il Cardinale!

Lei, insomma, è un uomo pacifico che si vuole dedicare all’attività letteraria e essere indipendente! Apprezzo molto il suo pensiero!
ARIOSTO: Peccato che è rimasto sempre un’utopia. Anche dopo la rottura con il Cardinale ho dovuto per forza trovare un nuovo lavoro.

Ah… capisco. Adesso per chi lavora?
ARIOSTO: Adesso sono alla corte del duca Alfonso d’Este.

Si trova meglio?
ARIOSTO: Meglio che con il Cardinale Ippolito. Il duca mi consente di dedicarmi all’attività letteraria, nella mia città, anche se magari devo qua e là infilare qualche lode per la corte (ma le mescolo con qualche punzecchiatura).

È soddisfatto adesso? Dal suo tono di voce direi di no…
ARIOSTO: Io vorrei essere libero, vorrei non dover dipendere da nessuno.

Lei però, lavorando in una corte, ha dei benefici.
ARIOSTO: Non li definirei dei benefici… vivere in un luogo sfarzoso limita la mia libertà, mentre vorrei solamente essere tranquillo in una piccola casa, adatta a me.

Capisco… Cosa pensa del suo obbligo di dover lodare la corte?
ARIOSTO: I versi encomiastici… non servono a nulla… vengono dimenticati e qualunque persona capisce che costituiscono solo un artificio retorico e che in realtà nella storia in cui sono inseriti non c’entrano molto. Sta di fatto che per i signori è importantissimo avere un buon poeta di corte che li sappia far apparire grandi e gloriosi!

Ho capito quello che vuole dire… la fama non è dovuta all’azione effettiva del signore ma a quanto bene qualcuno lo ricorda e lo presenta.
ARIOSTO: Lei ha capito benissimo… Nel mio poema, nell’episodio di “Astolfo sulla luna”, cerco di far capire al mio signore che la fama è una cosa effimera.

Sì, lo conosco. Mette addirittura i versi encomiastici nel mucchio delle cose inutili.
ARIOSTO: Proprio così… Mi piacerebbe che la poesia avesse un valore in sé, senza dover essere mischiata a tutti questi versi encomiastici!

Posso farle una domanda un po’ più personale?
ARIOSTO: Certo…

Lei è felice?
ARIOSTO: Vorrei essere più libero, e avere più tempo per la mia donna… però non bisogna sempre lamentarsi! Adesso mi scusi, ma la mia prigione sfarzosa mi richiama, devo andare…

Avrei voluto farle ancora qualche domanda…
ARIOSTO: Mi dispiace molto, ma ho l’ippogrifo parcheggiato in seconda fila, e non vorrei proprio perdere dei punti il giorno dopo aver preso la patente!

 

Certo certo, ma se per caso avesse bisogno di un corso di recupero, le potrei consigliare un’Ipposcuola con un’insegnante molto bravo!