  Intervista a Dante Alighieri

di Giuseppe De Rita

 

 

Buongiorno, caro Dante, è un piacere insperato poterla intervistare.
La sua notorietà è tale che salterei le presentazioni e passerei direttamente alle domande.

La nostra, come la sua, è un'epoca di trasformazioni: certezze che sembravano inconfutabili vengono messe in discussione dall'emergere di nuovi soggetti e di nuove realtà.

All'interno di questi cambiamenti, quale ritiene debba essere l'obiettivo, il fine ultimo a cui debba tendere la società civile?

 

Fine supremo dell'umano consorzio è vivere felicemente; ma nessun uomo può pervenire da solo a tale felicità, a meno che non sia aiutato da qualcun altro; l'uomo necessita di molte cose, che non può soddisfare da solo. E per questo Aristotele dice che l'uomo è per natura disposto a vivere in società.

(Convivio IV, iv, 1)

 

 

E, per raggiungere questo fine, in qual modo deve organizzarsi la società? Quale tipo di struttura sociale si deve dare?

 

Come un uomo per soddisfare sufficientemente alle esigenze della sua vita ha bisogno di una famiglia e di una casa, così una casa richiede altre case vicine: altrimenti avrebbe molte mancanze che le impedirebbero la felicità. E poiché una sola casa vicina non è sufficiente a soddisfare tutte le necessità, è necessario che ci sia una città. E la città richiede che le sue attività produttive e di difesa abbiano relazioni con le città confinanti: e per questo nacquero le nazioni.

(Convivio IV, iv, 2)

 

 

Quindi, ogni grande entità sociale che si afferma si dà una propria organizzazione politica che lei spesso chiama "regno". Quale sistema di relazioni lega tra loro i regni? In qual modo riescono a regolare e a comporre le inevitabili divergenze e i probabili dissidi?

 

Poiché l'uomo non si appaga di un limitato possesso di terre, ma desidera la gloria di sempre nuove conquiste, così come l'esperienza ci insegna, è inevitabile che fra regno e regno scoppino discordie e guerre, le quali causano dolori alla città, alle città confinanti, alle case ed al singolo individuo; e in tal modo è impedita la felicità. Per questo, per porre fine alle guerre e ai motivi che le hanno causate, è necessario per tutta la terra e per quanto compete all'uomo che ci sia una Monarchia, cioè un solo principato, e che abbia un solo principe; il quale, tutto possedendo e pertanto non potendo desiderare altro (non potendo, quindi, essere schiavo della cupidigia), tenga contenti i re nei confini dei loro regni, così che ci sia pace tra loro, e di questa pace e dell'amore che da essa consegue fruiscano le città vicine, le case e l'uomo, che così potrà vivere felicemente, per la qual cosa è nato.

(Convivio IV, iv, 3-4)

 

 

Questo suo ragionamento ha diverse implicazioni.
La prima riguarda la legittimazione della Monarchia (o dell'Impero) a imporre la sua autorità sovranazionale sui singoli regni e sulle diverse realtà locali o cittadine.
Da cosa deriva questa legittimazione?

 

Come dice Aristotele nella Politica, quando più cose sono ordinate ad un medesimo fine è necessario che solo una sia quella che detta le regole e che governa, e tutte le altre siano governate e osservino le regole. Ad esempio in una nave tutti i compiti sono volti al conseguimento di un unico fine, giungere indenni al porto, e una sola persona ordina al fine generale i fini particolari perseguiti dai singoli membri dell'equipaggio, ciascuno dei quali esercita una sola mansione: il comandante a cui tutti devono obbedire… Perciò si vede chiaramente che per la perfezione dell'intera società umana conviene che vi sia un solo individuo che, come il comandante della nave, abbia l'incontrastabile e universale comando per dare ordine ai diversi e necessari uffici. E questo ufficio di comandare è chiamato Impero per eccellenza, senza aggiungere altra specificazione, perché è il comando su tutti gli altri comandi.

(Convivio IV, iv, 5-7)

 

 

Mi scusi, ma non mi sembra che un sillogismo, per quanto ben articolato, possa rappresentare un elemento sufficiente di legittimazione di un qualsiasi potere politico, soprattutto di quello imperiale. Possiamo trovare qualche ulteriore elemento a sostegno della sua tesi?

 

L'Imperatore, sovrano del mondo, dipende direttamente dal sovrano dell'universo, cioè da Dio.

Si consideri che due sono i fini dell'uomo; l'uno in quanto è corruttibile e l'altro in quanto è incorruttibile; la beatitudine di questa vita, consistente nell'esplicazione delle proprie virtualità, raffigurata nel paradiso terrestre, e la beatitudine della vita eterna, consistente nella visione di Dio, l'uomo non può giungere senza il soccorso della grazia divina, e che è adombrata nel paradiso celeste. A queste due beatitudini conviene arrivare con procedimenti diversi. Alla prima perveniamo per mezzo delle dottrine filosofiche, purché le seguiamo praticando le virtù morali e intellettuali; alla seconda giungiamo per mezzo degli insegnamenti divini che trascendono la ragione umana, purché li seguiamo praticando le virtù teologali, cioè la fede, la speranza e la carità.

Per questo fu necessaria all'uomo una duplice guida corrispondente al duplice fine: il sommo Pontefice, che conduca alla vita eterna per mezzo delle dottrine rivelate, e l'Imperatore, il quale indirizzi alla felicità terrena con gli insegnamenti della filosofia.

(Monarchia III, xv, 2-8; 10-11)

 

 

Ovviamente la legittimazione del potere spirituale non può che provenire dalla sfera del trascendente. E dalla stessa origine, secondo lei, discende anche la legittimità del potere temporale. Qual è il rapporto tra questi due diversi poteri legittimati dalla stessa volontà trascendente?

 

Alcuni asseriscono che l'autorità dell'Impero dipende dall'autorità della Chiesa, come un artigiano dipende dall'architetto. Dicono in primo luogo, secondo il testo della Genesi, che Dio fece «due grandi luminari», un luminare maggiore ed uno minore, l'uno dei quali presiedesse al giorno e l'altro alla notte: e prendendoli in senso allegorico, pensano che siano i due poteri, quello spirituale e quello temporale. Onde argomentano che, come la luna, cioè il luminare minore, non ha alcuna luce se non in quanto ne riceve dal sole, così anche il potere temporale non ha alcuna autorità se non in quanto le riceve dal potere spirituale.

(Monarchia III, iv, 1-3)

 

Dunque la questione consiste nel chiedere se l'autorità del Monarca romano, che per diritto è Monarca del mondo, dipenda immediatamente da Dio, ovvero dall'alto vicario o ministro di Dio, quale intendo che sia il successore di Pietro, come quello che veramente tiene le chiavi del regno dei cieli.

(Monarchia III, i, 5)

 

 

Ma qual è la Sua opinione in merito?

 

Io affermo che il regime temporale non riceve il suo essere da quello spirituale , e nemmeno la sua virtù, cioè la sua autorità, né, semplicemente parlando, il suo operare: sebbene riceve da esso di poter operare con maggiore efficacia, per la luce della grazia che in cielo gli infonde Dio e in terra la benedizione del sommo pontefice.

(Monarchia III, iv, 20)

 

 

E quindi qual è, a suo modo di vedere, la relazione tra potere spirituale e potere temporale, se accettiamo le verità di una legittimazione autonoma del potere temporale?

 

Questa verità non implica che il Principe non sottostia in qualche cosa al Pontefice, essendo la beatitudine di questa vita mortale ordinata in qualche modo alla beatitudine immortale. Usi pertanto l'Imperatore quella riverenza verso il Pontefice che il figlio primogenito deve usare verso il padre; così che illuminato dalla luce della grazia paterna, possa con maggiore efficacia irraggiare la terra al cui governo è stato preposto soltanto da Dio, che ha il dominio di tutte le cose temporali e spirituali.

(Monarchia III, xv, 17-18)

 

 

Sembra però che questo equilibrio non sia stabile, che le due sfere di influenza si siano sovrapposte producendo lacerazioni e danni.

 

Roma, sede delle due supreme autorità, soleva avere due soli, l'imperatore ed il papa, che avevano il compito di guidare gli uomini per le due strade che portano alle due felicità, terrena e celeste. L'autorità papale ha spento quella dell'imperatore è congiunto con quello religioso, e i due poteri uniti insieme necessariamente vanno male, perché l'uno non opera più da freno dell'altro.

(Commedia, Purgatorio XVI, 106-112)

 

 

Quindi questi due poteri si trovano in contrapposizione e danno origine a due partiti, quello guelfo, che trae la sua forza dall'autonomia delle città e dall'appoggio del Papa, e quello ghibellino, che trae la sua origine dalla nobiltà feudale e dal potere dell'Imperatore.

Questo contrasto tra potere locale (l'ascesa della borghesia mercantile nelle città) e potere sovranazionale (dell'Imperatore e dei suoi vassalli) trovo una forte analogia con il mondo attuale, dominato dall'evoluzione di due dimensioni apparentemente antitetiche: una globale, in cui operano fenomeni che interessano l'intero pianeta, e una locale, caratterizzata da un crescente radicamento territoriale della vita collettiva, dell'identità culturale e della produzione.

Qual è la sua opinione su questa contrapposizione e, dovendo prendere partito, da quale parte si schiera?

 

Il genere umano può essere retto da un solo principe supremo che è il Monarca. Ma questo non vuol dire che da lui debbano provenire le più piccole decisioni per ogni municipio, mentre le stesse leggi municipali sono talora imperfette e necessitano di discernimento. Invero le nazioni, i regni e le città hanno usi e costumi diversi l'uno dall'altro, che occorre siano regolati con leggi diverse; perché la legge è la regola direttiva del vivere.

(Monarchia I, xiv, 4-5)

 

 

Nella sua concezione, esiste quindi uno specifico ambito di autonomia locale. Ma cosa definisce il limite tra la competenza imperiale e quella delle singole realtà locali, signorie, comuni, principati che siano?

 

Il genere umano deve essere governato dal Monarca in quelle che sono le caratteristiche e necessità comuni, e con una norma comune deve essere guidato alla pace; la quale norma o legge gli Stati particolari devono ricevere dal Monarca.

(Monarchia I, xiv, 7-9)

 

 

In cosa si caratterizza un governo giusto da un governo ingiusto, o obliquo, come dice lei?

 

È necessario osservare che contraria alla giustizia è la cupidigia; il Monarca è fra i mortali del tutto immune da cupidigia. Inoltre, come la cupidigia, per quanto piccola, annebbia in qualche modo l'abito della giustizia, così la carità, cioè il retto amore, lo rende più attivo e chiaroveggente. La giustizia trova la sede più acconcia in colui nel quale il retto amore giunge al più alto grado. Tale è il Monarca.

(Monarchia I, xi, 11-13)

 

 

Quindi, a quel che mi è dato di capire, la causa ultima dei conflitti e del mal governo è rappresentata dalla cupidigia, dalla brama di ricchezza?

 

E che altro quotidianamente pone in pericolo e distrugge le città, le contrade, le singole persone, quanto il desiderio di radunare sempre maggiori ricchezze? E questo radunare le ricchezze aumenta sempre il desiderio, che non ha mai fine. E quale altra cosa il diritto civile ed il diritto canonico intendono riparare se non quelle che sono soggette alla cupiditas, che, radunando ricchezze, cresce e "dopo il pasto ha più fame che pria?"

(Convivio IV xii 9; Commedia Inferno I, 99)

 

 

Si è fatto tardi, ma mi consenta un'ultima domanda, che rivolgo all'uomo politico, al cittadino impegnato, all'operatore di pace, al pensatore: dopo sette secoli da quel viaggio nell'oltremondo che l'ha reso famoso, cosa ritiene che sia ancora vivo, produttivo, e stimolante del suo pensiero politico?

 

Domanda interessante, alla quale Lei, ben esperto dei problemi dell'Italia d'oggi potrebbe forse rispondere meglio di me. Lei sa bene che quel mio pensiero, maturato attraverso eventi drammatici, ha avuto fasi diverse: dal guelfismo moderato e schiettamente municipale degli anni anteriori all'esilio (febbraio 1302) ai primi contatti, dopo la seconda guerra mugellana, con la signoria Scaligera e al drastico distacco dalla "compagnia malvagia e scempia" dei Bianchi poco prima della rotta della Lastra (giugno 1304), cui fece seguito, come Lei sa bene dalla profezia di Cacciaguida nel canto XVII di Paradiso, il mio "far parte per me stesso", e la riflessione profonda, testimoniata dal trattato IV del Convivio, circa la necessità dell'Imperatore, di un "cavalcatore della umana volontà", per il benessere del mondo. Idea-forza, quest'ultima, che, anni dopo animerà il trattato sulla Monarchia, dove i rapporti, nella teoresi e nella prassi, tra le due Guide preposte dalla Provvidenza all'umanità tutta, sono analizzati minutamente. Ma di questo abbiamo già parlato. E Le ricordo che ho trascorso i miei ultimi anni tra Verona e Ravenna, animato dal vigoroso disegno di Cangrande della Scala di uno stato ghibellino nell'Italia settentrionale.

Quello che sento ancor vivo (cioè utile "in pro' del mondo che mal vive") del mio pensiero politico, elaborato nel tempo e consegnato volta a volta nel Convivio, nella Monarchia, e, poeticamente, nella Divina Commedia, è innanzi tutto la nozione che solo il mutuo cooperare di tutto il genere umano (nella speculazione filosofica e nell'azione pratica) consente, con l'attuazione piena dell'intelletto possibile, il conseguimento del fine proprio all'umanità tutta: quella pace universale che è il mezzo migliore per conseguire, su questa terra, la felicità. L’imperatore sarà il giudice supremo che dirime le liti tra i governi particolari con perfetta giustizia e disinteressato amore del bene; e che, nell'ordine civile, rispecchia l'ordine stesso della divina creazione, con l'universo regolato da un unico Motore immobile, cioè da Dio.

Non tocca a me sottolineare come l'autorità universale (sopranazionale) dell'Imperatore, legge animata da Sapienza, Amore e Virtute, introduce in fatto e in diritto, in nome del bene supremo della Pace, la nozione del superamento degli interessi particolari dei singoli Stati e Regni nazionali; ideologema che, nel bene e nel male, ha guidato i tentativi di voi moderni di attuare, con la Società delle Nazioni e poi con le Nazioni Unite, un organismo sopranazionale deputato a dirimere i contrasti fra gli Stati particolari.

Un altro concetto-fulcro del mio pensiero è quello della sostanziale dignità dell'Italia come nazione; regno d'Italia la cui corona (la corona ferrea) spetta all'Imperatore, rex Italiae e Rex Romanorum, al quale sono soggetti città, principati e minori regni della penisola.

Ma l'Italia, destinata quale sede della monarchia universale, è anche la sede del Vicario di Cristo: così che Roma è la città santa prescelta dalla Provvidenza per le due Guide necessarie al conseguimento dei fini, terreni e ultraterreni, assegnati da Dio a tutta l'umanità.

 

Se poi ne vuol sapere di più, rilegga, nella mia Comedìa, i sesti canti di ogni cantica: che dopo la Firenze rissosa e priva di giustizia del 1300 (sofferto esempio delle lotte intestine tra Bianchi e Neri), pongono al lettore, nel VI del Purgatorio, il problema dell'Italia, deserto giardin de lo 'mperio, non più donna di provincie ma bordello (perché rimasta vedova e sola di Cesare), e finalmente, nel VI di Paradiso, l'epopea dell'Aquila Romana, sacrosanto segno che Guelfi e Ghibellini dovrebbero rispettare, perché simbolo della divina Giustizia e analogo di Dio e della divina volontà, come ho chiarito nel libro II della Monarchia.