  Intervista al Mahatma Gandhi

di Giacomo Rosada

 

 

Il Mahatma, come gli indiani suoi compatrioti lo chiamavano da lungo tempo, mi mise soggezione fin dal primo istante in cui lo vidi. Mohandas Karamcand Gandhi, questo era il suo vero nome, si presentava come un uomo piccolo e magrissimo, dalla pelle scura, completamente pelato e con due folti baffoni. I suoi vestiti erano composti da un semplice e sciupato gonnellino bianco, con una fascia bianca e leggera che gli copriva il torace. Quando il poliziotto inglese aprì le sbarre e mi permise di entrare nella sua cella, notai accanto a lui la canna di bambù di cui si serviva per camminare. Il piccolo grande nazionalista indiano mi guardava con espressione fortemente serena e determinata. Mi parve subito chiaro che la sua personalità fosse forte e gentile al tempo stesso, capace delle più mirabolanti imprese.

Rimasi folgorato da quello sguardo che mi donò, così benevolo e penetrante, e d’ un tratto mi resi conto di chi veramente fosse quella stupefacente forza della natura. Ebbi all’ istante un chiarissimo psicologico quadro della persona che aveva suscitato così forti polveroni contro la Gran Bretagna, anche se credo che fosse solo la cima della montagna, e ripensai a quanto avevo appreso sul suo conto, per arricchire il mio reportage: Gandhi era nato il 2 ottobre 1869 a Porbandar, una città marittima di pescatori. La sua famiglia apparteneva alla comunità modh, gruppo dedito tradizionalmente al commercio. Lo stesso nome Gandhi significava appunto “droghiere”. La famiglia era di religione jainista, ma attraverso il padre era anche induista: nato indù in terra giainista, Gandhi non aveva mai fatto la differenza tra le due religioni. Dopo aver frequentato le scuole elementari con risultati mediocri, compì gli studi superiori presso la Alfred High School a Rajkot, dove il padre si era trasferito per ricoprire l’ incarico di Primo ministro del locale principato.

A tredici anni aveva sposato con un matrimonio combinato Kasturba Gandhi, sua coetanea, secondo le tradizioni indù, e su consiglio di un vecchio amico di famiglia, a diciassette anni, tre dopo la morte del padre, era partito per studiare da avvocato presso la University College di Londra, dove si era rapidamente adattato in una certa misura alle abitudini inglesi, vestendosi come un gentleman, mentre in patria sarebbe stato relegato al rango di fuoricasta data l’ impossibilità di praticare l’ induismo a Londra. Successivamente, in Sudafrica, dove visse tra il 1893 e il 1915, il piccolo avvocato cominciò a dare i primi segni della sua forte personalità, entrando in contatto con l’ apartheid, confrontandosi con il pregiudizio razziale e le condizioni di quasi schiavitù in cui vivono migliaia suoi connazionali. Questa situazione lo aveva spinto a compiere un’ evoluzione interiore spettacolare. Diversi aneddoti, negli anni, erano stati raccontati direttamente da lui a titolo di esperienze di verità: un giorno, per esempio, in un tribunale di Durban, il magistrato gli aveva domandato di togliere il turbante, e al suo rifiuto, fu espulso dal tribunale; si era fatto espellere anche da un treno a Pietermaritzburg, non avendo accettato di passare dal vagone di prima classe in quello di terza classe, dato che possedeva un biglietto valido per la prima classe, e in seguito fu battuto dal conducente di una diligenza al rifiuto di viaggiare sul marciapiede per far posto a passeggeri europei. La sua lotta era stata talmente animosa che finì ripetutamente in prigione, ma ottenne almeno l’ abolizione del balzello di tre sterline imposto ai lavoratori indiani senza contratto. Rientrato in India nel 1915, la miseria e l’ oppressione politica del suo popolo lo confermarono nell’ idea di rifiutare i prodotti della civiltà, ritornando alle usanze tradizionali dell’ India precoloniale, e il ripristino delle attività artigianali in contrapposizione all’ umiliante spersonalizzazione della grande industria straniera. Nel contempo precisava la sua dottrina morale: l’ esercizio della non-violenza doveva accompagnarsi all’ intrepidezza, che liberava da ogni timore mondano, la vita semplice e modesta del contadino e dell’ artigiano esigevano l’ umiltà del cuore e la purezza assoluta dei costumi, il disprezzo delle ricchezze e l’ accettazione volontaria della povertà in nome della serenità della coscienza.

Gandhi conduceva una vita estremamente semplice, dando sempre esempio di massima umiltà e rispetto per tutti, partendo dai paria, cioè la grande parte della popolazione indiana che viveva ai margini della società, tra il disprezzo generale, ma che il Mahatma indicava come figli di Hari, riprendendo il concetto evangelico che vedeva negli ultimi sulla terra i primi nel regno di Dio. Da molti, Gandhi era visto alla stregua di un eremita, dal momento che conduceva una vita simile a quella monastica, dedicata al pensiero filosofico e sopratutto alla sua messa in pratica. Effettivamente il suo pensiero vedeva il corpo come assolutamente secondario alla vera fonte della forza di un uomo, l’ anima, e predicava che solo un distacco dalle necessità materiali potesse portare sulla via della verità, verso Dio. Amava infatti ripetere:

-Chi non controlla i propri sensi è come chi naviga su un vascello senza timone, e che quindi è destinato a infrangersi in mille pezzi non appena incontrerà il primo scoglio.

-Buongiorno, mister Gandhi- biascicai imbarazzato, appena ridestatomi dai miei pensieri, trovando a malapena le parole nella mia mente –Sono Carl Kent, un giornalista statunitense.

Il Mahatma, seduto per terra a gambe incrociate e con la schiena perfettamente ritta, mi regalò uno smagliante e benevolo sorriso.

-Mestiere molto interessante, il suo, mister Kent- mi rispose gaiamente –Trovo che voi giornalisti abbiate la non indifferente responsabilità di raccontare ai lettori la verità. E io apprezzo chiunque abbia il coraggio di guardare in faccia la verità in tutti i suoi aspetti, e che poi contribuisca a diffonderla a tutti. Non per tornaconto personale, ma per il bene di tutti, dell’ intera comunità in cui si vive.

Qualcosa mi travolse l’ anima mentre lo udivo parlare. Il suo tono di voce era così cordiale, così sereno, caloroso, deciso e allegro che dava alle sue parole un grandioso colpo di autenticità. La sua voce era flebile, il fisico quasi scheletrico minato dai molti e faticosi digiuni, ma la sua forza di volontà aveva saputo aggirare l’ ostacolo. Mi sedetti di fronte a lui, ed estrassi il mio blocco per le note, insieme alla mia penna. Il poliziotto inglese sorvegliava debitamente la cella, ma con discrezione.

-In che cosa posso aiutarla, mister Kent?- mi chiese affabilmente, senza perdere il sorriso –Che cosa ha spinto un importante visitatore come lei a interessarsi di un povero vecchio magro e sciupato come me?

-Vorrei intervistarla, se non le dispiace- gli risposi.

Il Mahatma annuì vigorosamente, e molto, considerando la sua testa, dalle proporzioni così minute.

-Trovo sempre il tempo per un’ intervista- mi rispose –perché considero molto importante che il mio messaggio venga diffuso e appreso da tutti, senza alterazioni e fraintendimenti. La verità, quando è accessibile a tutti, è il solo modo per accedere alla conoscenza di sé stessi, per correggersi e migliorarsi. E’ il miglior modo per avvicinarsi a Dio.

Conoscevo l’ orientamento filosofico del Mahatma, cosa che di per sé mi aveva spinto a rifletterci sopra, ma quell’ affermazione mi colse ugualmente alla sprovvista. Gandhi era solidamente ancorato alle tradizioni della cultura induista, ma non disdegnava i contributi di altre grandi religioni, specialmente Islam e Cristianesimo, e lo stesso pensiero filosofico indiano, Ramakhrisna e Vivekananda. Sue altre grandi ispirazioni venivano dall’ Occidente, tramite i pensieri di Tolstoj e Thoreau, da cui aveva formulato la dottrina alla base della sua prima attività sociale, quella della non-violenza, presa a prestito dalle Gita, e il suo pacifismo venato di spirito decisamente anarchico. Quell’ uomo così piccolo, fisicamente così fragile, stava ormai da anni terrorizzando gli inglesi, così esperti in tema di colonialismo e controllo politico-economico. E guardandolo bene mi resi conto che non si sarebbe mai fermato fino a che il governo di Londra non avesse ritenuto saggio andarsene via.

Gli domandai:

-Che cosa intende fare, quando uscirà di prigione?

Gandhi sorrise, e, come se non avesse atteso altra domanda, rispose:

-Le stesse cose che mi hanno portato qui ora, mister Kent: riprenderò la lotta pacifica e nonviolenta per l’ autonomia del mio Paese. La determinazione mia, e della mia gente, non è venuta meno, quindi gli Inglesi dovranno rendersi conto di non poter comandare i milioni di Indiani che popolano i villaggi e le province indiane, se loro si rifiuteranno di collaborare.

Mi affrettai a scrivere la risposta sul mio blocco delle note, mentre la tranquilla serenità e la determinazione di quella risposta, così carica di patos, mi faceva al tempo stesso riflettere e tremare di paura.

-Se l’ India diverrà autonoma come spera- ripresi -lei proibirà l’ importazione di merci straniere?

Dopo qualche istante di silenzio, l’ ometto scuro mi rispose:

-Ci può scommettere. Ci sarà un proibizionismo assoluto. Sul suolo indiano circoleranno solamente le merci indiane, prodotte nelle botteghe di centinaia di migliaia di artigiani miei connazionali, e che verranno smerciate da altri cittadini indiani. Niente di straniero sarà il benvenuto qui. L’ India è l’ India, e deve tornare agli Indiani.

-Vi proclamerete nemici della Gran Bretagna?- chiesi mentre scrivevo.

Gandhi sorrise, mentre replicava:

-Non credo proprio. Lo scopo della mia lotta è quello di portare l’ India al di fuori del controllo britannico, e renderla migliore per tutti gli Indiani. Siamo tutti figli della stessa forza di Vita, quindi risulterebbe inopportuno da parte mia spingere verso l’ odio tra nazioni. C’ è una grande differenza tra autonomia indiana e odio tra razze, noi e gli Inglesi abbiamo fatto molta strada insieme, e voglio vederli andarsene via come amici. Se verrà sparso sangue tra Indiani e Inglesi, sappia fin da ora che io non voglio averci parte.

-E se invece il governo di Sua Maestà rifiutasse le vostre condizioni?- domandai –Quale sarà il suo atteggiamento?

-Quello che ho già applicato durante la mia attività per la nazione, mister Kent- mi rispose abbozzando a un sorriso –Spingerò per la disobbedienza civile, e per fermare tutto quanto per giorni e giorni.

A quelle ultime parole tremai visibilmente. L’ ultima volta che Gandhi aveva invitato gli indiani a fermarsi, tutta quanta l’ India aveva risposto ritirandosi un giorno intero in preghiera e in digiuno. Tutto era rimasto praticamente fermo: trasporti, informazione, pulizie, botteghe, fabbriche. Tutto quanto. Bastava solo un suo gesto con l’ indice, e l’ intera India si sarebbe astenuta dal lavoro, finchè un altro gesto l’ avesse richiamata a riprendere. Era sufficientemente ascoltato perché la stessa cosa si protraesse per settimane, se non addirittura mesi interi.

Mentre terminavo di prendere nota della risposta, gli chiesi:

-Sarebbe disposto a impugnare le armi contro i britannici, qualora i suoi attuali metodi fallissero?

Il Mahatma non si mostrò irritato dalla domanda, non notai una traccia di offesa nemmeno nel tono della sua voce.

-Come le ho già accennato- rispose -siamo tutti figli della stessa forza di Vita, e non voglio spingere all’ odio tra nazioni. Se i nostri fratelli Inglesi fossero particolarmente ostinati, e volessero rimanere qui come padroni, noi continueremo lungo la stessa linea di pacifica non collaborazione. Finchè io sarò ascoltato dagli Indiani, mi sforzerò di contenere il loro risentimento, convertendolo in una nuova e positiva forza da sfruttare senza spargimenti di sangue.

Mi convinsi presto della verità delle sue parole. Mi risultò chiaro che Gandhi fosse un uomo decisamente illuminato, con le idee molto chiare, la cui personalità fosse ben determinata a raggiungere i propri scopi senza però arrecare danno e seminare violenza. Compresi la genialità della sua politica, e il suo grande fervore filosofico e religioso. Quel piccolo ometto scuro in perizoma aveva di fatto saputo sfidare l’ abilità imperialistica inglese, pur non sapendo nulla di guerra, e non avendo quindi armi, e non incitando ostinatamente nessuno alla violenza. Rimasi folgorato e stupefatto da un simile personaggio. Del resto, la Marcia del Sale del 1930, per la quale si trovava in prigione da quasi un anno, era stato un chiaro monito del suo spirito nazionalista, capace di umiliare gli occupanti sul piano morale e simbolico. Rimasi innegabilmente affascinato da quel piccolo grande uomo.

Mi resi conto che per ben comprendere il pensiero di Gandhi, che poneva a ogni azione umana il limite invalicabile della non-violenza, fosse necessario precisare che tale precetto non si fermasse a una posizione negativa, cioè il non essere causa di male agli altri, ma che possedesse in sé la carica positiva della benevolenza o beneficenza universale, diventando l’ amore puro comandato dai sacri testi dell’ induismo, dai Vangeli e dal Corano. La non-violenza, per lui, era quindi un imperativo religioso, prima che un principio dell’ azione politica e sociale. Posta a fondamento della dottrina di Gandhi, costituiva il vero segno di distinzione di quanti assieme a lui credevano nella nuova Weltanschauung.

Riponendo il mio blocco delle note nella mia tasca, gli sorrisi riconoscente.

-Mi ha espresso più di quanto potessi immaginare- affermai con sincerità –E’ stato utile per me parlare con lei, Mahatma.

Gandhi sorrise ancora.

 

-Va in pace- mi disse –Coltiva la Verità della Vita, e agisci con coerenza. Che Dio sia con te, e ti benedica.