  INTERVISTA A GIOVANNI BOCCACCIO

 

Firenze, anno domini 1373.
Oggi nella chiesa di Santo Stefano di Badia vi è una grande folla di genti, la quale assiste a uno di quegli avvenimenti che difficilmente si scordano.
Infatti proprio messere Giovanni Boccaccio, uomo di spirito e irriverente, si sta cimentando nella lettura e nel commento di un' opera che grande fama sta portando al nostro bel paese, "la Commedia" di messere Durante degli Alighieri. Appunto io, che scrivo di così grandi uomini, non potevo non abbandonare la mia amata Superba e prendere parte a una tanto memorabile vicenda.
Ma la salute precaria di messere Boccaccio gli impedisce di arrivare alla fine della bolgia de' sogdomiti, è troppo affaticato, chiede venia al popolo fiorentino e si ritira.
Solo io e un gentile messere forlivese amico del poeta, messere Nereo Morandi, il quale è stato mio compagno durante questo soggiorno fiorentino, ci avviciniamo: il Boccaccio è ancora stanco, nei suoi occhi si vedono i segni della cattiva salute, i due amici fraterni si abbracciano e per un po' di tempo rimembrano i tempi passati e parlano dei presenti e poi gli vengo presentato io, che con voce vergognosa dico il mio nome e quello dei miei maggiori. In seguito messere Morandi gli dice che sono giunto a Firenze anche per fargli alcune domande riguardo alla sua vita, per poter così scrivere di lui; egli accetta e, reggendosi a me, mi invita a cominciare.

- Messere, io scrivo biografie di genti illustri e memorabili quali voi stesso siete, con la speranza che le mie carte attraversino i secoli e possano essere lette dai posteri, cosicchè possano conoscere tale grandezza. Vi prego di non stupirvi perciò se vi faccio delle domande banali, come ad esempio quando e dove siete nato.
BOCCACCIO - Nacqui nel 1313 a Certaldo, anche se si afferma che in realtà ebbi i natali a Parigi da una famiglia certaldese, ma codeste voci sono dicerie infondate.
Sono figlio illegittimo del mercante messere Boccaccio di Chiellino, che ebbe la bontà di riconoscermi e accettarmi come suo figlio e di rendermi parte della sua famiglia, con gli stessi diritti dei miei fratelli.
Invece di mia madre non so nulla, neppure il nome.
- So che avete studiato per un certo periodo a Firenze e poi vi spostaste nel Regno di Napoli: perchè vostro padre prese questa decisione?
BOCCACCIO - Per prima cosa egli mi mandò a far pratica come mercante e banchiere, ma non mi garbava ed ero svogliato, così mio padre fece sì che intraprendessi gli studi di diritto canonico con l'esimio maestro Cinino da Pistoia, un grande amico di messere Durante e messere Petrarca.
- Come definite questo periodo trascorso nel Regno di Napoli?
BOCCACCIO - Meraviglioso, essi furono i dodici anni più belli della mia vita. Cominciai a frequentare la corte angioina e la ricca borghesia, mi dedicai allo studio dei classici latini e della letteratura cortese sia francese che italiana. Fu a Napoli che scrissi le mie prime opere quali il "Filocolo", il "Filostrato", la "Teseida", "La caccia di Diana" e le " Rime". E trovai l' amore il quale influenzò i miei futuri scritti: avrai sentito parlare di Fiammetta. All' epoca fu favola a tutto il popolo napoletano l' identità di questa dama, alcuni dubitavano che ella esistesse realmente, altri credevano che non fosse altra persona se non Maria, figlia naturale del re Roberto d' Angiò, ma la verità non la conoscerà nessuno, neppure i vostri posteri.
- Per quale motivo faceste ritorno a Firenze?
BOCCACCIO - Vi dovetti tornare nel 1341, mio padre versò in gravi condizioni economiche a causa del fallimento della banca della famiglia Bardi, così tanto fu felice il mio soggiorno angioino, tanto fu angusto il mio soggiorno a Firenze.
- Questo clima oscuro e infausto non ha influito su di voi dal punto di vista letterario?
BOCCACCIO - Assolutamente, anzi il mio impegno si rafforzò e scrissi varie opere poetiche e in prosa come la "Commedia delle ninfe" e l' "Elegia di madonna Fiammetta"; in quest' opera riversai tutto il mio rimpianto per la vita vissuta a Napoli.
- Vi fermaste definitivamente a Firenze?
BOCCACCIO - No, feci numerosi viaggi: fui a Ravenna presso Ostasio da Polenta e a Forlì presso Francesco degli Ordelaffi, ove conobbi il qui presente messere Morandi. Feci ritorno a Firenze solo nel 1348, quando la peste era signora incontrastata della città, e mieteva vittime tra tutti i ceti sociali, ne morì anche mio padre.
- L' esperienza della peste, l' esservi scampato, l' aver visto morire i vostri amici più cari, suppongo vi abbia causato una profonda ferita.
BOCCACCIO - Fu questa esperienza, l' aver vissuto in mezzo a questo flagello, che mi spinse a comporre il "Decameron". L' ho scritto con l'intento di trasmettere la visione della morte; anni dopo tentai di distruggerlo, ma il mio buon amico messere Petrarca non me lo permise.
- Parliamo un po' di questa amicizia che per voi so essere importante.
BOCCACCIO - Che dire, per me Francesco è stato spesso l'unico appiglio in un mare di tormento. Come gia dissi, mi convinse a non distruggere il "Decameron", mi aiutò anche a superare una crisi religiosa e a volgere la mia mente verso i beni eterni; grazie a lui mi indirizzai verso una poetica più umanistica e scrissi un trattato in latino sulla mitologia "Genealogia deorum gentilium". Insieme abbiamo percorso tanta strada senza mai dividerci, solo la morte lo farà. Sia io che Francesco siamo ormai presbiti e ammalati.
- I vostri scritti saranno immortali, viaggeranno nelle ere, migliaia di uomini leggeranno le loro pagine, cosa vorreste trasmettere a loro?
BOCCACCIO - Il piacere di sapere e di perdersi tra le pagine di un testo.
- Grazie messere, non voglio annoiarvi ulteriormente. Spero di reincontrarvi.
BOCCACCIO - A Dio piacendo ci rincontreremo.

Anno domini 1376.
Non vidi mai più messer Boccaccio. Egli spirò il 21 Dicembre nell' anno del signore 1375, esattamente un anno e mezzo dopo il suo grande amico, messere Francesco Petrarca.