  Intervista ad Elena di Troia

5 febbraio 2010 di Marina Raccanelli

 

D.“Signora, Regina, dea…come posso chiamarla? “

 

R.“Chiamami semplicemente Elena, Elena figlia di Zeus!…anzi, no, chiamami Principessa. Ti spiegherò dopo perché preferisco questo appellativo.”

 

D.“Principessa, m’inchino innanzitutto davanti alla maestà della sua persona, del suo impareggiabile eterno mito! Desidero, in secondo luogo, ringraziarla immensamente per l’onore che mi fa, dopo un millenario silenzio, nel concedermi questa intervista. A questo proposito, se mi permette, le espongo la mia prima domanda: per quale motivo ha deciso di incontrarmi e rispondere alle mie domande, sia pure in incognito, nel grande segreto di questa località – che non posso rivelare – e completamente avvolta da un candido velo, che nasconde le sua famosissima, universalmente nota bellezza? ”

 

R.“Non metterai in dubbio, mi auguro, la mia identità…perché, sappilo, mai e poi mai farò scivolare questo velo dal mio volto!”

 

D.“Per carità, Principessa, non tema…ho ricevuto assicurazioni nelle più alte sfere sul fatto incontrovertibile che avrei incontrato qui proprio lei, e non il suo simulacro o doppio, di cui  favoleggiavano già il poeta Stesicoro e lo storico Erodoto, ed in seguito altri scrittori.

 

E poi, anche attraverso il prezioso lino sottile che si adagia sulle sue auguste forme e sui suoi lineamenti perfetti, trapela uno splendore che non può essere se non il suo!”

 

D.“Donna del ventunesimo secolo, abituata alle banali fattezze di divette e veline, ho il mio orgoglio, io! Non posso rovinare la mia mitica fama (e quando dico mito, lo dico nel senso autentico del termine), mostrando i danni alla mia incantevole carnagione provocati da secoli e secoli di tristissima dimora fra le cupe tenebre dell’Ade.”

 

R.“Capisco, Signora…Principessa, mi scusi: da donna a donna, posso capirla. Per quanto, sa , la curiosità è tanta…se per caso cambiasse idea…”

 

R.“Mai! Passiamo alle risposte, prego. Ah, sì…tu vuoi sapere, donna di un altro tempo, perché mi sono voluta concedere alle tue domande: ecco, desidero far sapere finalmente la verità sulla mia persona, perché tanti, troppi, hanno parlato e scritto di me, quindi alla realtà dei fatti si sono sovrapposte così tante e tali abominevoli menzogne, che ho deciso infine sia giunta l’ora di far sentire la mia voce.”

 

D.“Ma come mai proprio in questo preciso momento?”

 

R.“Purtroppo, qui ho molto, troppo tempo per pensare e amaramente riflettere.

 

A questo punto, apro una parentesi: molti – tra i quali un certo Simon Mago – hanno pensato che il mio augusto padre Zeus mi avesse riservato, dopo la fine terrena, un trattamento preferenziale, schiudendomi i Campi Elisi: errore! Bieche congiure di corte, lassù all’Olimpo, hanno convinto il grande vecchio a chiudere un occhio mentre precipitavo quaggiù – tutto per amor del quieto vivere, lui che deve sempre destreggiarsi fra quelle iene pettegole, che vivono di ambrosia ma non fanno altro che litigare. Preferisco non fare nomi, per quel  senso di rispetto che non tutti hanno avuto per me, in vita…e anche dopo.

 

Qui invece le ombre mi trattano sempre con grande deferenza; i nuovi arrivati si avvicinano a me, si inchinano e mi porgono i debiti omaggi; a volte, mi raccontano le ultime novità dal mondo. Così, anche quaggiù veniamo a sapere molte cose…

 

Tutto sommato, poi, non mi rammarico più di tanto di essere rimasta esclusa da questi famosi Campi Elisi: e che mai saranno, in definitiva? Un luogo dove, mi dicono, le ombre sono tristi proprio come qui; non fanno altro che rimpiangere la vita terrena, le piccole grandi gioie e perfino i dolori del mondo, vivo d’erba e di sole!

 

Donna che vivi ancora in quel mondo, adesso ti risponderò: desidero parlare ora, perché mi sono accorta che le dicerie sul mio conto, a distanza di millenni, non smettono ancora. Le trovo fuori controllo, aberranti.

 

Il mio tempo non è il tempo di voi lassù; io penso molto molto lentamente. Mi dicevo: pazienza se i vecchi Troiani, Alceo, Pindaro, Eschilo hanno parlato male di me; pazienza se hanno inventato intorno a me fantastiche storielle Virgilio e ancor più Seneca, se Luciano mi ha preso in giro nella sua “Storia vera” (sic!); non importa se popoli interi mi hanno considerato l’emblema della seduzione (e questo mi va bene) ma anche della rovina, fatta persona in una donna!

 

Non voglio soffermarmi sui dettagli, sul pullulare di leggende, racconti e poemetti, nati sfruttando il mio nome. Basti dire, come esempio di assurdità, che il “saggio” Pitagora si è permesso di affermare che, quando si scatenò la guerra di Troia, ero una brutta vecchia.

 

Però i secoli passavano, e cominciavo a perdere la pazienza! E’ vero, nel “Roman de Troye” un certo Benoit non mi mise poi in una cattiva luce, e fece ammirare ai suoi lettori la mia passione d’amore e la mia bellezza; però Goethe (dicono sia un famoso poeta tedesco, dunque un barbaro!) ha avuto il coraggio di inventarsi una relazione tra la nobile sottoscritta e un certo Faust, praticamente il Diavolo, né più né meno! E mi ha fatto fare anche un bambino con lui, e lo ha chiamato Euforione! Bugie, bugie!

 

Passi poi per Gluck e Saint Saëns (li perdono perché amo la musica!), ma un certo Offenbach ha ridicolizzato me, Paride e Menelao.

 

E se Giovanni Pascoli anche lui ha inventato, almeno ha scritto dei versi davvero carini a elogio della mia voce. Invece, non posso proprio sopportare come mi rappresentano attraverso quella balorda invenzione che chiamano cinema: fanno vedere alla gente, chiusa in una stanza buia, una serie di scene e scenette, e gli attori, invece di avere sul volto una maschera come nel vero e unico teatro, che è quello greco, sono dipinti e truccati, hanno capigliature assurde e vestono abiti ridicoli, ma soprattutto dicono cose che non stanno né in cielo né in terra! E soprattutto, Elena non è per niente divina, ma una donnetta  assolutamente comune, priva di quel vero e autentico fascino che ai miei tempi si chiamava “charis”!

 

Per questo, ho avvertito ad un certo punto che la misura era colma, e ho deciso di parlare.”

 

D.“Principessa, ma che cosa mi può dire di Omero? Anche lui si è reso colpevole di falsa testimonianza nei suoi confronti?”

 

R.“Ah Omero, il grande Omero! Assolutamente no, il poeta – vate è stato superiore in confronto a certe meschinità. Omero è epico, e questo è quanto. Omero racconta i fatti, non li deforma.

 

Per Omero ho un debole, senza i suoi poemi forse non si sarebbe conservata la mia memoria: è vero, non si sarebbero raccontate anche tante malvagità su di me, ma ciò non è avvenuto per colpa del grande poeta. Omero affida a ciascuno le sue responsabilità: in primis, sono stati gli dei a volere la guerra di Troia. Come avrebbero potuto gli uomini opporsi, e, a maggior ragione, una debole donna come me? Perché tutte le donne sono per natura più influenzabili dalle circostanze degli uomini; lo dice Atena stessa. O non è così? Mi giunge voce dal vostro mondo che oggi vengono sostenute anche opinioni diverse da questa…”

 

D.“In effetti, secondo autorevoli studi ed uno sviluppo sociologico ormai assodato, le differenze tra i sessi esistono, ma le donne non devono essere considerate inferiori agli uomini…”

 

R.“D’accordo, ne riparleremo più avanti…certo, certo, di fronte a me quale uomo poteva resistere?

 

Menelao era furioso con me quando mi trovò nella città di Troia, nel momento della conquista, aveva la spada sguainata e stava per uccidermi; eppure, bastò che mi togliessi un attimo il velo dal volto e dal seno, e cadde ai miei piedi…però, questo fu a causa della mia bellezza.

 

Ma torniamo ad Omero. Omero riconosce, come è giusto, una responsabilità maggiore della mia a Paride, perché ha tradito il rapporto di amicizia stabilitosi tra di lui e Menelao a Sparta, dove era ospite – anche questo è da sottolineare – e si è spinto al punto di insidiare, durante una momentanea assenza del re, la sua legittima consorte, che , come tutti sanno, sono io.

 

Il grande poeta non mi fa pesare la mia colpa, si comporta come un signore nei miei confronti; solo Ettore, valorosissimo eroe, è stato altrettanto umano verso di me. Ho pianto disperatamente, quando l’ho visto uccidere da Achille ed ho visto lo scempio del suo cadavere.

 

Voglio che tu sappia, donna del 2000, che lui solo non mi ha trattata come una straniera a Troia; solamente lui non mi ha fatto sentire come una reietta, un’esclusa nella città in cui mi aveva condotto un figlio del re, con quello che tecnicamente si può considerare un rapimento…anche se, devo ammetterlo, io ero alquanto d’accordo.

 

Ah, se l’ho pagata cara, la mia follia d’amore con Paride!

 

Afrodite mi accecò, quando mi pose davanti il bellissimo, elegante principe Paride: lo aiutò a parlarmi con grande dolcezza e persuasione, e lui mostrò dei modi tanto più raffinati del mio solido e forte, ma un po’…come dire,  noioso, scontato consorte…mi prospettò una vita diversa, in una grande città esotica come Troia…tra parentesi, bisogna dire quanto piccola e squallida fosse, allora e non solo, la famosa Sparta…

 

Tuttavia, ma non fu per questo che gli cedetti: il motivo essenziale e più vero fu l’alone di luce, misteriosa e imperativa insieme, della quale mi apparve circondato Paride, quando lo vidi la prima volta: lo amai  da subito non per un motivo particolare, ma perché mi apparve come l’incarnazione dell’Amore stesso.

 

Poi, si mise a parlare…e io, sciocca,  mi lasciai tentare e fuggii con lui senza pensare  alle conseguenze!

 

L’impatto con la cruda realtà dei fatti fu terrificante. Nella città assediata, mi resi conto ben presto che la vampa d’amore si stava smorzando, giorno dopo giorno: l’atmosfera era plumbea, gli abitanti di Troia furono quasi tutti, immediatamente, concordi nella loro ostilità verso la straniera, colpevole di quanto stava succedendo.

 

Mi sentivo sola, sempre più sola, e Paride, anziché consolarmi con le belle parole di prima, era diventato taciturno quanto il laconico Menelao; ma soprattutto mi resi conto di quanto poco virile fosse il mio amoroso principe. D’accordo, non tutti possono essere dotati di capacità guerriere in modo eccelso; tuttavia, guardando il campo di battaglia dall’alto delle mura, notai quanto pigro e restio fosse Paride nel compiere il suo dovere di difensore della città. Scansava più che poteva gli incontri ravvicinati col nemico, al massimo usava le frecce. In un duello con Menelao, fece una ben magra figura; la mia stima nei suoi confronti giunse, in questa circostanza, a livello zero.

 

La mia folle passione stava naufragando miseramente; l’amoroso alone intorno alle membra aggraziate di Paride era scomparso.

 

Mi sentivo così depressa, che mi sorpresi a parlare con la mia figura nello specchio; gridai nei miei propri confronti l’ingiuria, che i Troiani mi sussurravano alle spalle: “cagna”! avrei voluto morire, anzi, non essere mai nata!”

 

D.“Ma non ci fu, Principessa, chi nell’antichità prese le sue parti e la difese?”

 

R.“Intanto, cara, gli stessi che mormoravano dietro di me, se appena mi voltavo cadevano fulminati dalla mia bellezza! Ma la mia era, ogni volta, una ben triste vittoria, perché, per chiunque pensasse anche solo al mio nome, bellezza voleva dire rovina, distruzione, morte!

 

Eschilo giunse a formulare un’ardita etimologia di “Elena” dalla radice “distruggere” (έλεĩν), creando una serie di composti quali: “Distruttrice di navi, di città, di uomini”. Anche Pindaro e Alceo – ahimè – si sfogarono in vere e proprie maledizioni nei miei confronti.

 

Euripide mi volle difendere, sì, però a modo suo: si divertì a portare alle estreme conseguenze l’invenzione – del resto non sua – di un “eidolon”, o immagine o “doppio”, che io avrei avuto, e che sarebbe stato il vero colpevole delle mie malefatte.

 

Era un’idea molto stuzzicante per gli spettatori, e infatti a tutti piacque la sua tragedia “Elena”; dirò di più, l’introduzione di un “doppio” aveva qualcosa di misterioso e conturbante. Ma si trattava di un falso!

 

Se non lo so io, che sono Elena di Troia in persona; anzi, Elena ormai ombra, in momentaneo permesso dalla sua eterna prigione. C’è un unico, labile elemento di verità in questa trovata dell’”eidolon”: molto spesso, mentre ero a Troia, sola e non più innamorata, e anche in altre circostanze che poi chiarirò, mi sentivo come astratta da me stessa, non realmente viva, simile quindi a un’immagine fatta d’aria. Ma non lo ero; se mi pizzicavo, sentivo nelle carni un fastidio pungente.”

 

D.“Ma allora, Principessa, nessuno la comprese veramente?”

 

R.“Se penso ad un’anima sorella, al di là delle reali parentele, al di là delle apparenze, mi viene in mente solo lei, Saffo, la grande poetessa di Lesbo…si tuffò per un amore deluso dalla rupe della sua isola, e non era affatto brutta come uomini invidiosi vollero insinuare! Solo la sua anima appassionata poteva mettersi dalla mia parte in modo sincero, e infatti scrisse di me in una stupenda poesia, dedicata ad una compagna che partiva dal tiaso.

 

Mi piacque tanto, quando Saffo giunta nell’Ade me la recitò sussurrando, che me la feci ripetere molte volte finchè non la imparai a memoria.

 

Te la posso ripetere verso per verso:

 

“Un esercito di cavalieri, dicono alcuni,

altri di fanti, altri di navi,

sia sulla terra nera la cosa più bella:

io dico, ciò che si ama.

 

È facile far comprendere questo ad ognuno.

Colei che in bellezza fu superiore

a tutti i mortali, Elena, abbandonò

il marito

 

pur valoroso, e andò per mare a Troia;

e non si ricordò della figlia né dei cari

genitori; ma Cipride la travolse

innamorata.”

 

D.“E’ una poesia bellissima, Principessa, ed è nota ed ammirata anche al giorno d’oggi…”

 

R.“Prima di terminare le mie confidenze, giungendo a dirti le cose più tristi, ma anche alcune fra le più belle della mia vita, che pochi conoscono, vorrei da te, donna del 2000, una conferma che tu divulgherai quanto io ti ho detto e quanto sto per dirti, per amore della verità e per rispetto nei miei confronti.”

 

D.“Ve lo prometto con tutto il cuore, Principessa!”

 

R. “Ma dove verrà detto o scritto tutto ciò? Ho sentito parlare di una rivoluzionaria invenzione, che permette di “stampare” migliaia di libri…”

 

D.“Per il momento non vi posso promettere la stampa di un libro, da parte mia, ma vi assicuro che, attraverso un altro mezzo ancora più nuovo, chiamato “internet”, avrete senz’altro molti lettori, da subito; almeno, spero…poi, quando si spanderà la notizia, che farà senz’altro scalpore, chissà…”

 

R.“Benissimo, dunque proseguo con i fatti principali della mia vita. Qualcuno mi ha attribuito un altro marito, Deifobo, che avrei sposato dopo la morte di Paride e prima di riunirmi a Menelao. Bugia.

 

Altri hanno favoleggiato di una mia eterna unione ideale con Achille, dopo la morte di ambedue: sarebbe avvenuta in un tempietto nell’isola di Leukè, alle foci del Danubio. Altra bugia.

 

Siamo tutti e due quaggiù, nell’Ade, Achille ed io; fra l’altro, ci ignoriamo a vicenda: le nostre ombre suscitano, l’una nell’altra, tristi ricordi legati ai tempi della famosa guerra…e poi, non è il mio tipo.

 

Numerosissime assurde fantasie aleggiano anche intorno alla mia nascita, con visioni di cigni, oche, uova, aquile, uomini, divinità…inseguimenti ed inganni cosmici nella notte fatale, che vide generarsi, dall’unione di Giove con Leda (ma forse anche con la dea Nemesi), e di Leda con il marito Tindaro, non solo la sottoscritta, ma anche i gemelli Castore e Polluce.

 

Io non posso dire nulla di certo, perché i miei ricordi coscienti non risalgono tanto indietro nel tempo; certamente vi fu una notte molto movimentata, ma mia madre era una donna onesta e non ebbe alcuna responsabilità in questo pasticcio: fu ingannata, come me e come moltissime altre donne attraverso i secoli.

 

Ed ora, mia carissima donna del ventunesimo secolo ( mi sto affezionando a te, vedi…abbiamo così poche distrazioni nell’eterna grigia routine dell’Ade!), ti racconterò i fatti più brutti, ma anche più sereni della mia vita. Il tempo stringe, sento che l’ombra mi chiama…un brivido mi percorre tutta, devo assolutamente farmi forza!”

 

D.“Coraggio, mia dolce Principessa! A proposito, come mai “Principessa” e non “Regina”?”

 

R.“Tra non molto capirai. Come tutti sanno, sono nata a Sparta, anche se qualche altra città vorrebbe rubare alla mia patria il vanto di avermi dato i natali…sono cresciuta libera e spensierata con le mie compagne di gioco; ah, che tempi furono quelli!

 

Correvamo lungo il fiume Eurota su prati di smeraldo fino a stordirci per la stanchezza; poi ci riposavamo sotto un boschetto di platani. I nostri corpi erano forti ed armoniosi, perché non li mortificavamo rimanendo immobili e rinchiuse nelle case, come le fanciulle ateniesi; facevamo esercizi di ginnastica, nude e unte d’olio come i maschi.

 

Quante chiacchiere infantili e scherzetti allegri, vicine all’acqua che scorreva con amichevole mormorio! Poi, le gare di corsa, le danze sfrenate, simili a cerbiatte o baccanti…

 

Imparavamo i sacri canti e io guidavo sempre il coro, perché avevo una bellissima voce fin da ragazzina, morbida  e  carezzevole. A proposito, il  poeta Teocrito mi dedicò uno splendido epitalamio, e fece parlare le mie compagne con versi ispirati alla nostra vita serena e carica di gioiosa aspettativa nella vita.

 

Il mio seno e i miei fianchi non erano ancora sviluppati, ma già molti uomini mi mettevano gli occhi addosso; quanto a me, non capivo che cosa rendesse infiammato il loro sguardo.

 

Magari il tempo si fosse fermato! Ecco perché amo essere chiamata “Principessa”: questo era il mio appellativo, quando ero giovane ed ancora ignara delle perfidie degli uomini, della inclemente crudeltà della vita.

 

La natura e il mondo erano brillanti e incontaminati, intorno a me: ogni giorno nasceva nuovo e puro, mi alzavo dal letto respirando un senso di pienezza tranquilla, se c’era il sole andavo a correre con le mie compagne, se pioveva mi lasciavo lavare dalle gocce d’argento!

 

Detto tra parentesi, non voglio più parlare di tutta la sporcizia che mi fu buttata addosso durante la mia lunga vita; l’unica parentesi di gioia, di estasi addirittura, dopo l’infanzia, furono i primi tempi con Paride.

 

Una fiammata, quale solo due adepti di Venere potevano vivere; con un retrogusto di amara cenere, però, nel ricordo. Non volli in vita, e non voglio tuttora, ripensarci più di tanto; troppo forte l’intreccio di gioia e dolore!”

 

D.”E la vostra vita dopo il ritorno a Sparta, Principessa?”

 

R.”Indubbiamente, devo ringraziare Menelao per avermi ripreso con sé dopo la guerra di Troia, e per avermi sempre trattato in seguito come una regina; io mi comportai in modo irreprensibile, da quel momento. I nostri rapporti erano improntati ad una grande cortesia, in apparenza. Ma io, dentro, mi sentivo fredda, passiva, come fossi già morta.

 

L’unico periodo della mia vita che ricordo con intatta allegria è quello dell’infanzia e dell’adolescenza lungo le rive del fiume…un sogno, che non mi sazio mai di tornare a sognare!

 

E che fu bruscamente interrotto dall’uomo che violò la mia innocenza, estirpò con la violenza la mia fiducia nella vita, negli uomini, nel mondo.

 

A distanza di secoli mi costa dirlo…le parole mi escono a stento…eppure, prima che l’ombra dell’Ade mi risucchi, devo finalmente dire ciò che qualcuno forse sospettò, ma i più tacquero per non infangare la memoria di un grande eroe…ma io, solo io conosco il dolore fisico e la vergogna, l’incredulo stupore, lo strazio…Teseo, sì, proprio lui!”

 

D.”Ma come, Principessa, incontraste anche lui? Io non ne sapevo nulla…”

 

R.”Mi vide ai bordi dell’Eurota, sola e semiaddormentata dopo una lunga corsa con le amiche.

 

Ero appoggiata al tronco del mio platano preferito, quello cui appesero poi la mia corona nuziale quando mi sposai con Menelao, e che fu chiamato per sempre “l’albero di Elena”.

 

Aprii gli occhi all’improvviso, udendo un specie di grugnito: un uomo muscoloso e scuro di pelle, con i capelli già in parte sbiancati dall’età, mi stava guardando e respirava affannosamente.

 

Sapevo chi era, lo avevo visto nella reggia di mio padre, e anche lui aveva visto me.

 

Non disse nulla: semplicemente, mi aggredì e mi penetrò con la forza. Nessuno mi sentì urlare, forse solo Zeus lassù sull’Olimpo, che tuttavia sembrò infischiarsene.

 

Quando Teseo finì di dimenarsi, si abbandonò per un po’ sul mio corpo dolorante; poi, il grande “eroe” mi voltò le spalle e se ne andò come niente fosse accaduto.

 

Io, che nella mia ingenuità non avevo ben capito che cosa fosse successo, rimasi a lungo immobile, quasi annichilita. Decisi di non dire nulla a nessuno del fatto; assurdamente, mi sentivo in colpa per la violenza subita. Ma nulla fu più eguale a prima per me, per tutto il resto della mia vita.

 

Mi hanno chiamata “distruttrice di uomini e città”: ma io vi chiedo, signori del Ventunesimo secolo e di sempre, chi fu realmente il “distruttore”.

 

Teseo mi fece conoscere la violenza distruttiva che l’essere umano cova in sé, sempre pronta a scoppiare. Teseo mi infilò nel corpo e nell’anima quel germe. Molti anni dopo, venne alla luce ed esplose, bruciando uomini, donne e città.

 

 

Ma io lo so, ora, che la colpa non è mia che in piccolissima parte. Maturando a contatto con vicende molto più grandi di me, vivendo con più dolore che gioia, più fatica che spensieratezza, sono arrivata a comprenderlo.”