  Umberto Eco intervista Muzio Scevola

 

ECO - Buongiorno. Il nostro ospite di quest'oggi è il comandante Caio Muzio Scevola, presidente dell'associazione mutilati di guerra della repubblica romana, proconsole della riserva, fronda di quercia e gagliardetto di prima classe del SPQR, Eroe Nazionale. Vi confesso che non sono particolarmente incline a colloquiare con uomini d'arme ed eroi nazionali, ma il caso Scevola mi è parso umanamente interessante. Oltretutto la nostra memoria, sin dall'infanzia, è stata ossessionata dall'immagine di quest'uomo che, fallito l'attentato a Porsenna, ha saputo così stoicamente punire la mano che lo aveva tradito ponendola su di un braciere ardente. Devo confessare che il suo caso mi ha sempre incuriosito, forse per l'attrazione morbosa che esercita su ciascuno di noi chi ci è radicalmente diverso... Voglio dire che io non saprei mettere sul fuoco neppure un dito, e tutto sommato ho in orrore le automutilazioni. Vorrei capire, vorrei penetrare nell'animo di questo personaggio così differente da me. Ma ecco che entra il comandante Scevola. E' sobriamente vestito con una toga sotto la quale si intravede una lorica. Porta alla cintura uno stiletto. La mano destra, quella bruciata, è sostituita da una sorta di bracciale di cuoio che termina con un guanto borchiato, una sorta di tirapugni. Buongiorno comandante Scevola.
SCEVOLA - Ave! Morituri te salutant!
ECO - Morituri?
SCEVOLA - Una formula. Lo slogan di una vigorosa pattuglia di cuori generosi che ho l'onore di comandare. Uomini avvezzi a gettare il cuore oltre l'ostacolo, che sanno di giovinezza e di morte, che hanno assaporato l'acre odore del sangue, e tengono a musica il clangore del gladio!
ECO - Ho capito: commandos...
SCEVOLA - Non so come li chiamate voi. Cittadini vigilanti, figli pronti al richiamo della patria. Uomini che si offrono al colpo di spada come al bacio di una bella donna.
ECO - Un corpo regolare...
SCEVOLA - Un corpo di cittadini pronto ad accorrere quando la patria chiama. Serve altro?
ECO - Vorrei capire. Quando lei decise di recarsi ad uccidere Porsenna, faceva parte di un corpo regolare della repubblica romana? Ha agito in seguito ad ordini, o di sua iniziativa?
SCEVOLA - Ci sono momenti in cui occorre ascoltare da soli il richiamo della patria in pericolo. Quando lo stato è in mani imbelli e l'energia è carente. In quel momento sono i portatori della vitalità che prendono l'iniziativa. No, se vuole saperlo; nessuno mi ha ordinato nulla. Gli alti comandi volevano fare la guerra da gentiluomini, ma la guerra non è cosa per smidollati, è una questione per uomini di fegato. Così agii. Mi mossi. Venni. Vidi.
ECO - Non vinse.
SCEVOLA - Cosa intende dire?
ECO - Dico che si introdusse nel campo etrusco per uccidere Porsenna e non ci riuscì. Anzi, uccise un ufficiale del seguito. Per errore.
SCEVOLA - Poco male. Uno di meno.
ECO - Molto male, direi. Tanto è vero che lei decise di punirsi.
SCEVOLA - Un gesto, un puro gesto. Per mostrare a quegli sporchi lucumoni di che pasta fossero fatti i romani, giovinezza del mondo.
ECO - Lei dice "lucumoni" come fosse un insulto. Se non sbaglio era il titolo dei grandi elettori etruschi, una dignità ereditaria.
SCEVOLA - Non giochi sulle parole. Erano tutti sporchi lucumoni degenerati. Un popolo di imbelli, di effeminati, di plutocrati coperti d'oro che pensavano solo alle loro tombe e soffocavano l'ansia nascente di un popolo giovane in cerca di spazio vitale.
ECO - Ma era un popolo di antica civiltà, di grande cultura e raffinatezza...
SCEVOLA - Cultura! Mi faccia ridere! Quando sento la parola cultura io tiro fuori la spada. Suonavano, ballavano, conversavano e scrivevano sciocchezze, in una lingua assurda. Ci capisce qualcosa lei di quel che scrivevano?
ECO - No, io non ci capisco niente. Ma è perché voi romani avete distrutto la loro civiltà, ne avete eliminato ogni testimonianza attendibile, ci avete lasciato solo delle tombe e delle iscrizioni illeggibili.
SCEVOLA - Balle. Anche lei non sarà uno sporco etrusco. Razza asiatica, privi di caratteri latini, usurpatori.
ECO - Ma erano lì da tanto tempo quando voi siete arrivati e anche voi arrivavate da fuori. Dall'Asia Minore. E non mi dirà che Enea si comportava bene coi Rutuli...
SCEVOLA - Argomenti da culturame demopluto-etrusco! Erano semiti, noi eravamo l'avvenire del mondo, arrivavamo in Italia per mandato divino. A noi il mondo! Non c'era tempo per fare archeologia, avevamo i secoli contati. La storia è giustiziera. L'immarcescibile volontà con cui abbiamo virilmente preso le donne sabine ci fu d'auspicio. Umbri, Piceni, Osci, Volsci, Sanniti, dovevano seguire, razze inferiori pronte ad ascoltare il verbo di una nuova civiltà. L'aratro di Romolo...
ECO - ...e di Remo...
SCEVOLA - Come? Come?
ECO - Dico: l'aratro di Romolo e di Remo...
SCEVOLA - I deboli non fanno storia. L'aratro di Romolo tracciò il solco, la spada di Coclite lo difese. La via imperiale era segnata. Non restavano che gli etruschi. A dargli man libera avrebbero infettato coi loro traffici di sporchi semiti e con la loro marcia cultura decadente le giovani quadrate legioni di Roma immortale. Occorreva fermarli, distruggerli. Io agii nel supremo interesse della patria. Non uccisi Porsenna, è vero, ma col mio gesto lo terrorizzai. Per il sangue di Rea Silvia, non aveva ancora visto come un romano sa resistere al fuoco. Quel marcio lucumone, mi guardava atterrito mentre io arrostivo la mia mano pensando "la fiamma è bella, la fiamma è bella".
ECO - Le faceva male?
SCEVOLA - Cosa?
ECO - La fiamma. Sulla mano.
SCEVOLA - Balle! Pensavo ai miei ragazzi che mi aspettavano a Roma con le nari frementi, anelanti alla pugna. Sentivo la fiamma che mi ardeva inconcussa nel cuore, non quella che consumava l'olocausto di quella palma votata al brando ed ora consacrata al martirio!
ECO - Certo lei è un uomo coraggioso, signor Scevola.
SCEVOLA - Comandante, prego. Certo, può ben dirlo. Il coraggio è il mio mestiere.
ECO - E gli investimenti fondiari...
SCEVOLA - Cosa insinua?
ECO - Dico che la Repubblica, per celebrare il suo gesto, le avrà fatto alcune donazioni, come allora si usava. Che so, un campo, alcuni sesterzi, una congrua pensione...
SCEVOLA - Poche cose. Poche centinaia di ettari coltivati da plebei inetti e neghittosi che potrebbero essere messi alla frusta se certi luridi agitatori non stessero mettendo in opera la loro sporca demagogia antinazionale. So io...
ECO - Certo certo. Sono contento per lei. E' giusto, si è sacrificato, la repubblica doveva compensarla. Ma mi dica, cosa sarebbe successo se lei non avesse messo la mano sul braciere?
SCEVOLA - Ma l'ho messa.
ECO - D'accordo, d'accordo, e rispetto il suo coraggio. Ma ripeto la domanda. Lei si è introdotto nel campo etrusco, ha tentato di uccidere il re nemico, è stato arrestato. Cosa sarebbe successo se non avesse messo la mano sul braciere?
SCEVOLA - Ma cosa vuole che le dica? Non conosco mica le leggi di quel popolo di sporchi lucumoni!
ECO - Be', provo a dirlo io. Secondo le convenzioni vigenti lei sarebbe stato passato per le armi. Seduta stante. Anche perché a quel che mi risulta si era introdotto sotto mentite spoglie, voglio dire, non è stato catturato in divisa romana come combattente, ma come spia.
SCEVOLA - Come si permette di insozzare col nome di spia l'atto eroico di un ardito romano che, sprezzante del pericolo, ha testimoniato con la propria carne e col proprio sangue la causa dell'espansione latina!? L'avverto che riceverà i miei padrini. L'avverto che l'associazione romana repubblicana combattenti non lascerà passare questa sporca insinuazione che contamina l'onore della patria benedetta. L'avverto che potrebbe capitarle di ricevere una visita inaspettata di qualche decina di giovani dal sangue caldo e dall'ardimento indefettibile, pronti a spaccare sul suo groppone di sporco filoetrusco quelle verghe a fascio che sono il simbolo, l'arma e il castigamatti della romanità!
ECO - Non si ecciti, comandante. Io volevo solo dire che lei è penetrato nel campo nemico per risolvere un conflitto attraverso un omicidio. Lei è entrato nel campo nemico violando le convenzioni internazionali, è stato catturato, e sarebbe stato sottomesso alla legge di guerra…. se non avesse avuto… quella splendida idea della mano… Ammetterà che una mano in cambio della vita è stato un calcolo... vantaggioso, non crede?
SCEVOLA - Ma qui si tenta di infangare la vittoria mutilata!
ECO - Caso mai la sconfitta mutilata, comandante, siamo seri. Lei ha fallito, ne è uscito per il rotto della cuffia, se l'è cavata con una scottatura di secondo grado e...
SCEVOLA - La mano! Ho dato la mano in olocausto alla patria!
ECO - Questo è scritto sui libri di testo, comandante Scevola, e i libri di testo li avete scritti voi romani. Ma i libri di medicina dicono che un uomo non può resistere in piedi mentre la sua mano va in cenere. Muore prima, di infarto. Mi scuserà se sono diffidente, ma non ho visto quel che rimane della sua mano. Vuole togliersi il guanto?
SCEVOLA - Ma questo è tradimento, sporco tradimento filoetrusco e criptosemita! Nessuno ha mai messo in dubbio la parola di un eroe!
ECO - E questo è il guaio.
SCEVOLA - Come dice?
ECO - Sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi. Vede, comandante Scevola, a me commuove molto di più la grandezza d'animo patetica di Porsenna. Re di un popolo mite, dedito alle arti e alla cultura, non abituato alle imprese di guerra, di colpo si vede davanti un uomo, pronto ad ucciderlo, che col sorriso sulle labbra mette la mano sul fuoco. Mi immagino la scena. Il vecchio re sconvolto, pallido...
SCEVOLA - Un vile.
ECO - Un uomo. Che non vorrebbe mai bruciare la mano a nessuno. Io me lo vedo, stupefatto, sbigottito di fronte alla rivelazione di una nuova etica, di una incredibile visione della vita, si sarà precipitato su di lei dicendo, che so, "la smetta, la prego, non ne parliamo più, torni a casa, non facciamo drammi"...
SCEVOLA - Un vile, che aveva orrore del sangue… e del puzzo di bruciato.
ECO - E che l'ha rimandato a casa… Siamo onesti, comandante Scevola, da uomo a uomo, quanto ci ha messo a guarire la mano?
SCEVOLA - (sottovoce) Tre settimane, con unguenti... Ma!…. sono rimasto invalido, non avrei più potuto coltivare i campi!
ECO - Ehm, li aveva mai coltivati prima?
SCEVOLA – Ehm… Non ho più potuto impugnare la spada!
ECO - Ma lei, era uomo di pugnale.
SCEVOLA - Ma insomma cosa vuole da me? Distruggere l’immagine di un eroe?
ECO - No, no, voglio ricostruire l’immagine di un uomo. Lo dovevo a me stesso, ai miei anni di scuola elementare. Ai bambini che verranno.
SCEVOLA - La scuola, la scuola! Roma è caduta quando c'erano troppo scuole. La vera scuola è il momento dell'assalto, pugnale tra i denti, frombola in mano! Sapere gettare il cuore oltre l'ostacolo, cantare in faccia alla morte, palpitare col gagliardetto legionario che garrisce sui colli immortali di Roma...
ECO - Basta così signor Scevola. La ringrazio.